TIZIANO TERZANI.
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UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA.
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Parte 1.
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2004. Longanesi & C. Editore, Corso Italia, MILANO.
ISBN 88-304-2142-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Presentazione.
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Un altro giro di giostra  l'ultimo libro scritto dal giornalista Tiziano Terzani, uscito nella prima met del 2004.
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Diversamente dalle opere precedenti, come Buonanotte, signor Lenin, il libro in questione non ha un fine giornalistico, non contiene cio la descrizione di eventi che, in quel caso dagli anni settanta in poi, hanno profondamente cambiato il volto dell'Asia.  invece un libro che descrive gli ultimi viaggi di Terzani (da New York a sperduti paesi dell'India, fino al ritiro in un ashram nel Tamil Nadu a studiare i Vedanta, prima, e sull'Himalaya, poi) alla ricerca di una cura per il cancro che lo colp personalmente; ma  anche, e soprattutto, uno straordinario viaggio alla ricerca del S; come scritto nel libro, infatti, La pace  da cercare dentro.
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Egli con il passare dei mesi, e da quel girovagare passando dalle pi moderne macchine "spara-radiazioni" americane alla delicata medicina ayurvedica, fino all'omeopatia, prese coscienza e si rese presto conto che, inconsciamente, si era messo per l'ultima volta in viaggio per curare una malattia che colpisce tutti, la paura della morte.
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Indice di questa parte.
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PARTENZA.
Un cammino senza scorciatoie.
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NEW YORK.
Quel tale nello specchio.
La doppia luce della citt.
I pezzi dellIo.
La memoria dellacqua.
Nelle braccia della Ragna.
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Fine Indice.
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Alla memoria di Mario Spagnol, mio editore elettivo, con cui per primo parlai di questo viaggio.
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PARTENZA.
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UN CAMMINO SENZA SCORCIATOIE.
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Si sa, capita a tanta gente, ma non si pensa mai che potrebbe capitare a noi. Questo era sempre stato anche il mio atteggiamento. Cos, quando capit a me, ero impreparato come tutti e in un primo momento fu come se davvero succedesse a qualcun altro.
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Signor Terzani, lei ha il cancro, disse il medico, ma era come non parlasse a me, tanto  vero -e me ne accorsi subito, meravigliandomi -che non mi disperai, non mi commossi: come se in fondo la cosa non mi riguardasse.
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Forse quella prima indifferenza fu solo unistintiva forma di difesa, un modo per mantenere un contegno, per prendere le distanze, ma mi aiut. Riuscire a guardarsi con gli occhi di un s fuori da s serve sempre. Ed  un esercizio, questo, che si pu imparare.
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Passai ancora una notte in ospedale, da solo, a riflettere. Pensai a quanti altri prima di me, in quelle stesse stanze, avevano avuto simili notizie e trovai quella compagnia in qualche modo incoraggiante.
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Ero a Bologna. Cero arrivato attraverso la solita trafila di piccoli passi, ognuno di per s insignificante, ma nellinsieme decisivi, come tante cose nella vita: una persistente diarrea incominciata a Calcutta, vari esami allistituto delle Malattie Tropicali a Parigi, altri esami per scoprire la causa di uninspiegabile anemia, finch un accorto medico italiano, non accontentandosi delle spiegazioni pi ovvie, sera messo con un suo strano strumento -un penetrante serpentaccio di gomma dallocchio luminoso -a guardare nei recessi pi reconditi del mio corpo e, per coltivata esperienza, aveva immediatamente riconosciuto quel che conosceva.
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Gli ero grato per essere stato bravo e chiaro. Cos potevo, con calma, e ora con una vera ragione, fare i miei conti, ristabilire le mie priorit e prendere le decisioni necessarie. Stavo per compiere cinquantanove anni e mi venne da voltarmi indietro, come si fa per guardare con soddisfazione la salita che si  fatta, una volta arrivati in cima a una montagna. La mia vita fino ad allora? Meravigliosa!
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Unavventura dopo laltra, un grande amore, nessun rimpianto, niente di importantissimo ancora da fare. Se da ragazzo, partendo per questo viaggio, mi fossi dato per meta quella di per s gi agognata da tanti di piantare un albero, mettere al mondo un figlio e scrivere un verso, pi o meno cero arrivato. E quasi senza accorgermene, senza sforzo e, strada facendo, divertendomi.
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Quella notte in ospedale, nel silenzio rotto solo dal frusciare delle auto sullasfalto bagnato della strada e da quello delle suore sul linoleum del corridoio, mi venne in mente unimmagine di me che da allora mi accompagna. Mi parve che tutta la mia vita fosse stata come su una giostra: fin dallinizio mera toccato il cavallo bianco e su quello avevo girato e dondolato a mio piacimento senza che mai me ne resi conto allora per la prima volta -, mai qualcuno fosse venuto a chiedermi se avevo il biglietto.
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No. Davvero il biglietto non ce lavevo. Tutta la vita avevo viaggiato a ufo! Bene: ora passava il controllore, pagavo il dovuto e, se mi andava bene, magari riuscivo anche a fare .. un altro giro di giostra.
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Il giorno dopo cominci come un giorno qualunque. Niente attorno a me era cambiato e niente rifletteva la gran tempesta di pensieri che mi turbinava in testa. A Porretta Terme, dove dovetti cambiar treno per raggiungere Pracchia e da l Orsigna, mi ricordai persino di andare a ritirare la biancheria che qualche giorno prima avevo lasciato a lavare. Arrivato a casa, proposi ad Angela che mi aspettava di andare assieme a fare una passeggiata nel bosco. Dopo quasi quarant'anni di vita in comune fu semplice parlarsi e tacere. Le promisi di impegnarmi a farcela, e quello, credo, fu lunico momento in cui mi commossi.
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Si trattava di decidere presto cosa fare. Il primo istinto fu quello di un animale ferito: ritirarsi in una tana. Dun tratto mi parve di avere poche forze e di doverle concentrare al massimo. Decisi di non dire niente a nessuno, tranne ai figli e a quegli amici che avrebbero trovato incomprensibile il mio scomparire dal mondo. Volevo mettere a fuoco la mia mente, non essere distratto da nulla e da nessuno.

Innanzitutto dovevo scegliere dove curarmi e in particolare come curarmi. Chemioterapia, radioterapia, chirurgia con tutte le loro -si dice -devastanti conseguenze non sono pi le sole alternative. Anzi, oggi che tutto  messo in discussione, che tutto quel che  ufficiale  visto con sospetto, che ogni autorit ha perso prestigio e che ognuno si sente in diritto, senza alcun ritegno, di giudicare tutto e tutti,  diventato sempre pi di moda dir male della medicina classica e un gran bene di quella alternativa. 
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I nomi, se non altro, suonano pi attraenti: ayurveda, pranoterapia, agopuntura, yoga, omeopatia, erbe cinesi, reiki, e -perch no? -i guaritori, filippini o no. C sempre un sentito dire, una persona di cui qualcuno racconta, una storia che sembra essere fatta apposta per essere creduta e dare speranza in una di queste sempre pi numerose cure. Non le presi sul serio neanche per un attimo.
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Eppure, molte di queste pratiche vengono dallAsia, dove ho vissuto per trentanni; alcune hanno le loro radici in India, dove ora ho casa! Io stesso in passato non ho avuto problemi a ricorrerci: in Cina misi mio figlio Folco, allora undicenne, nelle mani di un agopunturista che gli cur lasma, e solo un anno prima di dover decidere cosa fare con me avevo portato Leopold, il mio amico francese, dal medico personale del Dalai Lama all'Istituto Medico-Astrologico (s, questa  la combinazione) di Dharamsala, perch gli sentisse i suoi diciassette polsi e gli prescrivesse delle -pare efficacissime pillole nere, tipo cacherelli di pecora, per unepatite.
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E poi: sono stato io a dire e a scrivere che luomo occidentale, imboccando lautostrada della scienza, ha troppo facilmente dimenticato i sentieri della sua vecchia saggezza e che ora, conquistando lAsia col suo modello di modernit, rischia di far scomparire anche l una grande quantit di conoscenza legata alle tradizioni locali!
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Non avevo cambiato idea, ma quando si tratt della mia sopravvivenza non ebbi un momento di esitazione: dovevo affidarmi a ci che mi era pi familiare, alla scienza, alla ragione occidentale. Non era solo una questione di tempo, e in questi casi non se ne ha tanto da sprecare, visto che tutte le cosiddette medicine alternative agiscono, quando agiscono, a lungo termine. Era che nel fondo non mi fidavo. E laver fiducia nella cura e in chi la somministra  un fattore importantissimo, direi fondamentale, nel processo di guarigione.
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La fortuna nella vita aiuta e io ne ho avuta in generale pi della normale dose. Anche questa volta la fortuna fu dalla mia, o almeno io la sentii cos; il che  in fondo esattamente la stessa cosa. Fra i colleghi giornalisti, vecchi dAsia, ce nera uno, corrispondente del New York Times, due volte premiato col Pulitzer, a cui ero legato da unamicizia nata da alcune esperienze comuni: tutti e due eravamo stati arrestati ed espulsi dalla Cina; tutti e due, contro ogni logica di carriera, avevamo scelto, dopo sedi molto pi importanti, lIndia come paese di cui occuparsi. Ora ci legava unaltra coincidenza: un paio di anni prima lamico aveva avuto lo stesso tipo di malanno ed era sopravvissuto.
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Landai a trovare a Delhi e gli chiesi consiglio. Quelli che avevano aggiustato lui, i fixers come li chiamava, erano a suo parere i migliori sul mercato. Gli credetti. Un paio di telefonate, un fax e nel giro di pochi giorni ero a New York, diciottesimo nella lista di un nuovo trattamento sperimentale, nella punta probabilmente pi avanzata della medicina moderna occidentale: il Memorial Sloan-Kettering Cancer Center o meglio lMSKCC, come viene suggerito di scrivere sugli assegni, cos che sulla presenza in quella istituzione possa essere mantenuta una certa discrezione anche con la propria banca. 
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Dopo luscita del mio libro: Un indovino mi disse, a chi mi chiedeva che libro volessi ora scrivere rispondevo che i libri sono come i figli, che bisogna almeno essere incinta per pensare di farli e che volentieri, se mi capitava loccasione, dopo tanti anni in Estremo Oriente, mi sarebbe piaciuto fare un gran viaggio di riscoperta nellOccidente pi estremo: gli Stati Uniti.
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S, nel mio libro avevo infatti scritto che uno degli indovini, Rajamanickam di Singapore, mi aveva predetto che fra i cinquantanove e i sessantadue anni avrei dovuto affrontare una strettoia nella vita e forse anche unoperazione, ma era stato il solo. Gli altri non avevano visto niente del genere nel mio futuro e tutti mi avevano dato generalmente per longevo. Con la scusa che ero andato in America a cercare di restare incinta per partorire un libro, riuscii a farmi dimenticare. 
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Negli annunci economici del New York Times lessi di un monolocale da affittare su Central Park, lo andai a vedere e lo presi allistante. Quei pochi metri quadrati di moquette grigia, ravvivati immediatamente con un paio di stoffe indonesiane e un piccolo bronzo cinese di Buddha sul davanzale di una grande, bassa finestra, divennero per alcuni mesi la mia tana. 
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A parte Angela e quelli dellMSKCC, nessuno sapeva dovero. Il telefono non squillava mai, nessuno suonava alla porta; la sola via di comunicazione che avevo lasciata aperta col mondo era quella della posta elettronica coi suoi messaggi in bottiglia che approdavano di tanto in tanto sulla spiaggia cibernetica del mio computer, che poteva essere dovunque. Secondo me questo  ormai il pi discreto, il meno invadente, il miglior mezzo di comunicazione se lo si usa quando si ha davvero qualcosa da dire, se non ci si abbandona al linguaggio sciatto imposto dalla velocit e se si stampa, per poterlo sempre rileggere, quel che di buono si riceve.
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La situazione era perfetta. Era quella che da tempo sognavo: avevo intere giornate di libert, nessun impegno, nessun dovere e lincredibile agio di lasciare vagare la mente, senza interruzioni, senza lidea un tempo lossessione -che avrei dovuto fare qualcosaltro. Dopo tanto clamore godevo finalmente di tanto silenzio. Per anni, preso da guerre, rivoluzioni, alluvioni, terremoti, grandi mutamenti dellAsia, ero stato un appassionato osservatore di vite in pericolo, vite distrutte o, pi spesso, sprecate: tantissime vite altrui. Ora osservavo semplicemente quella che pi mi riguardava: la mia.
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E da osservare ce nera. Dopo nuovi esami e la solita sequenza di C unombra di cui non siamo sicuri, Occorre un altro esame, Torni la prossima settimana, Sono spiacente, ma le debbo dare una brutta notizia, si scopr che il malanno non era uno solo, ma erano tre, ognuno con le sue caratteristiche, ognuno sensibile a un diverso tipo di terapia. Cos, senza dubitare un secondo della loro validit, anzi, aggiungendoci ogni volta una mia psicologica certezza che tutto era giusto e il meglio che potessi tentare, feci lesperienza della chemioterapia, della chirurgia e della radioterapia.
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Mai, prima di allora, mi ero tanto sentito fatto di materia; mai avevo dovuto guardare cos da vicino il mio corpo e soprattutto imparare a mantenerne il controllo, a esserne padrone, a non farmi troppo dominare dalle sue richieste, i suoi dolori, le sue palpitazioni e i suoi urti di vomito.
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Mi resi conto di come, fino ad allora, avendo lavorato per un settimanale, il mio ritmo biologico e i miei stati danimo erano stati determinati dalle scadenze - e spesso dallangoscia - dellarticolo da scrivere: grande gioia il sabato e la domenica quando poteva cascare il mondo ma il giornale era gi fatto e io non avevo niente da aggiungere; indifferenza il luned quando il numero successivo veniva pianificato; tensione il marted e il mercoled quando dovevo pensare al nuovo argomento e cominciare a prendere degli appunti; digiuno e concentrazione il gioved, giorno della consegna; sollievo guardingo il venerd in caso di aggiornamenti; per poi ricominciare daccapo, una settimana dopo laltra, dal fronte di una guerra, da una capitale dove era avvenuto un colpo di stato, in viaggio attraverso un paese di cui dovevo cercare di capire lanima, o dietro a una storia di cui dovevo ricostruire il filo. Ora tutti i giorni della settimana erano uguali, senza alti n bassi: semplicemente, meravigliosamente piatti. E nessuno voleva niente da me.
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Ogni stagione ha i suoi frutti e la mia stagione giornalistica aveva fatto i suoi. Mi succedeva ormai di ritrovarmi sempre pi spesso in situazioni simili a quelle in cui ero gi stato, ad affrontare problemi che gi conoscevo. Il peggio era che scrivevo sentendo leco di storie e di parole gi scritte ventanni prima. E poi: i fatti, dietro ai quali un tempo correvo con la passione di un segugio, non mi interessavano pi allo stesso modo. Col passare degli anni avevo incominciato a capire che i fatti non sono mai tutta la verit e che al di l dei fatti c ancora qualcosa -come un altro livello di realt -che sentivo di non afferrare e che comunque sapevo non interessare il giornalismo, specie per come viene ormai praticato.
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Avessi continuato in quel mestiere, al massimo avrei potuto tentare di essere come ero gi stato. Il cancro mi offriva una buona occasione: quella di non ripetermi. Non era la sola. Lentamente mi accorsi che il cancro era diventato anche una sorta di scudo dietro il quale mi proteggevo, una difesa contro tutto quel che prima mi aggrediva, una sorta di baluardo contro la banalit del quotidiano, gli impegni sociali, contro il fare conversazione. Col cancro mi ero conquistato il diritto di non sentirmi pi in dovere di nulla, di non avere pi sensi di colpa. Finalmente ero libero. Totalmente libero. Parr strano, e a volte pareva stranissimo anche a me, ma ero felice.
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Possibile che bisogna proprio avere il cancro per godere della vita? mi scrisse un vecchio amico inglese. Aveva sentito dire del mio essere scomparso e per e-mail mi aveva chiesto notizie. Gli avevo risposto che quella notizia era un mio scoop e che s, dal mio punto di vista quello era, se non proprio il pi bello, certo il pi coinvolgente periodo della mia esistenza. Viaggiare era sempre stato per me un modo di vivere e ora avevo preso la malattia come un altro viaggio: un viaggio involontario, non previsto, per il quale non avevo carte geografiche, per il quale non mi ero in alcun modo preparato, ma che di tutti i viaggi fatti fino ad allora era il pi impegnativo, il pi intenso.
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Tutto quello che succedeva mi toccava direttamente. Gli scrissi che godesse di non avere il cancro, ma che, se voleva fare un esercizio interessante, immaginasse per un giorno di averlo e riflettesse su come non solo la vita, ma le persone e le cose che ci stanno attorno improvvisamente appaiono in una luce diversa. Forse una luce pi giusta.
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Nella vecchia Cina molti tenevano in casa la loro bara per ricordarsi della propria mortalit; alcuni ci si mettevano dentro quando dovevano prendere decisioni importanti, come per avere una migliore prospettiva sulla transitoriet del tutto. Perch non fingere per un attimo di essere ammalati, di avere i giorni contati -come in verit si hanno comunque -per rendersi conto di quanto preziosi sono quei giorni?
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Gli indiani se lo rammentano con la storia delluomo che, rincorso da una tigre, scivola in un baratro. Cadendo nel vuoto il poveretto riesce ad aggrapparsi a un arbusto, ma anche quello comincia a cedere. Non ha scampo: sopra di s le fauci della tigre, sotto labisso. In quel momento per, proprio l, a portata di mano, fra i sassi del dirupo, luomo vede una bella fragola rossa e fresca. La coglie e mai una fragola gli parve cos dolce come quell'ultima. 
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Se a me toccava la parte di quel poveretto, la fragola di quei giorni, di quelle settimane e mesi di solitaria pace a New York era dolcissima. Ma non per questo ero rassegnato a precipitare. Anzi: cercavo ogni mezzo per aiutarmi. Ma come? Potevo io, con la mia mente o con altro, fare qualcosa perch larbusto a cui ero aggrappato resistesse? E se ero stato io, come persona, a portare il mio corpo in quella scomoda posizione, cosa potevo fare per togliercelo? I medici, a cui fra un esame e laltro ponevo queste domande, non avevano risposte. Alcuni sapevano che sarebbe stato importante cercarle, ma nessuno lo faceva. 
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Allo stesso modo dei giornalisti, anche i miei medici tenevano conto esclusivamente dei fatti e non di quellinafferrabile altro che poteva nascondersi dietro i fatti, cos come i cosiddetti fatti apparivano loro. Io ero un corpo: un corpo ammalato da guarire. E avevo un bel dire: ma io sono anche una mente, forse sono anche uno spirito e certo sono un cumulo di storie, di esperienze, di sentimenti, di pensieri ed emozioni che con la mia malattia hanno probabilmente avuto un sacco a che fare!
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Nessuno sembrava volerne o poterne tenere di conto. Neppure nella terapia. Quel che veniva attaccato era il cancro, un cancro ben descritto nei manuali, con le sue statistiche di incidenza e di sopravvivenza, il cancro che pu essere di tutti. Ma non il mio!
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Lapproccio scientifico, razionale che avevo scelto faceva s che il mio problema di salute fosse pi o meno quello di unautomobile guasta che, assolutamente indifferente alla prospettiva di essere rottamata o accomodata, viene affidata a un meccanico, e non il problema di una persona che, coscientemente, con tutta la sua volont, intende essere riparata e rimessa in marcia. A me come persona, infatti, i bravi medici-aggiustatori chiedevano poco o nulla. Bastava che il mio corpo fosse presente agli appuntamenti che loro gli fissavano per sottoporlo ai vari trattamenti.
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Si sa almeno che cosa fa impazzire una cellula nel corpo? Che cosa porta quella cellula ad abbandonare la sua funzione vitale per trasformarsi in una tale minaccia alla vita?
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Landai a chiedere al giovanissimo capo della ricerca dellMSKCC di cui avevo letto che non solo aveva quella risposta, ma era anche sulla soglia di unimportante scoperta: la chiave del codice che, come un interruttore, fa s che una cellula sana diventi malata, e viceversa.
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Siamo sulla buona strada, ma arrivarci  unoperazione pi complessa che mandare un uomo sulla luna, mi disse.
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Quel che riuscii a capire era affascinante. Per pura coincidenza quel giovane si era specializzato proprio nel mio tipo di acciacco, ma pi lo ascoltavo pi mi rendevo conto che il suo lavoro di esploratore nel misterioso mondo della vita lo portava in tuttaltra direzione da me-persona-totale, ma anche lontanissimo da me-corpo. Lui, a forza di scavare, a forza di andare di particolare in particolare, dal piccolo nel sempre pi piccolo, era arrivato allinterno di uno dei milioni di codici contenuti nel DNA di una dei miliardi di cellule del corpo. Ma io, dovero? Avr pur avuto un ruolo nel far scattare nella maniera sbagliata quel mio interruttore?
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No. Assolutamente nessun ruolo. Tutto era gi contenuto nel suo codice e presto saremo in grado di riprogrammare quella parte che in lei sgarra, mi disse.
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La conclusione era consolante, anche se me ne andai pensando che lui e i suoi colleghi si illudevano: una volta arrivati a trovare la chiave di quella porta si sarebbero accorti che dietro cera unaltra porta e poi unaltra e unaltra ancora, ognuna con la sua chiave, perch in fondo quello a cui i miei cari scienziati stavano cercando di arrivare era la chiave di tutte le chiavi, la combinazione delle combinazioni: il codice di Dio. E come potevano immaginarsi di scoprire quello? 
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Non persi mai fiducia nei medici a cui mi ero affidato, anzi. Ma pi li conoscevo, pi sentivo che erano come violini cui mancava una corda e che loro stessi erano intrappolati in una visione estremamente meccanicistica del problema e perci della sua soluzione. Alcuni capivano le mie perplessit e si divertivano a certe mie osservazioni. Ad esempio: perch non rivedere le parole con cui ci si esprime? Potrebbe servire, dicevo.
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Tutto il linguaggio che circonda questa malattia  un linguaggio di guerra e io stesso allinizio lavevo usato. Il cancro  un nemico da combattere; la terapia  unarma; ogni fase di un trattamento  una battaglia. Il male  sempre visto come qualcosa di estraneo che viene dentro di noi a far pasticci e che quindi va distrutto, eliminato, cacciato via. Gi dopo alcune settimane di frequentazione col cancro, quella visione non mi piaceva, non mi soddisfaceva pi.
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A forza di starci assieme, quel mio interno visitatore mi pareva fosse diventato parte di me, come le mie mani, i piedi e la testa su cui, a causa della chemioterapia, non avevo pi un capello. Pi che dargli addosso, a quel cancro, nelle sue varie incarnazioni, mi veniva da parlarci, da farmelo amico; se non altro perch avevo capito che in un modo o in un altro lui sarebbe rimasto li, magari sonnolento, a farmi compagnia per il resto del cammino.
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La mattina quando vi alzate, fate un sorriso al vostro cuore, al vostro stomaco, ai vostri polmoni, al vostro fegato. Dopo tutto, molto dipende da loro, avevo sentito dire da Thich Nhat Hanh, il famoso monaco buddhista vietnamita, passato una volta da Delhi a parlare di meditazione. Non sapevo, allora, quanto quel consiglio mi sarebbe stato utile. Ogni giorno mi misi a sorridere allospite dentro di me.
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Pi stavo con la scienza e la ragione, pi mi cresceva dentro la curiosit per la magia e la follia delle alternative che avevo scartato allinizio. Non certo perch credessi di aver sbagliato strada ( la prima che suggerirei a tutti di prendere in considerazione), ma perch sentivo che quella strada, pur essendo probabilmente la migliore, aveva i suoi limiti e che altrove, percorrendo altre vie, potevo trovare qualcosaltro: non certo qualcosa di alternativo, ma forse qualcosa di complementare.
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E cos, appena i medici-aggiustatori di New York mi dissero daver completato le loro riparazioni e che per tre mesi non volevano rivedermi -tre mesi! mi parvero uneternit -, corsi via in quella direzione. Dopo tutti i colpi che gli avevo inferto, dovevo ridare al mio organismo un po di pace; dovevo disintossicarlo da tutti i veleni che gli avevo somministrato come cura e soprattutto dovevo rimettere la mia mente, abituata ormai alla solitudine, in sintonia con il mondo. Viaggiare era per me il modo pi ovvio di farlo. Cos mi misi in cammino con lidea di andare a vedere tutti gli altri tipi di medicine, di cure e di miracoli che avrebbero potuto servire al mio caso.
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La prima cosa che feci fu tornare in India, dove la vita  sempre pi naturale, dove lumanit  ancora la pi varia, dove il tempo  pi lungo, dove il vecchio sopravvive accanto al nuovo e dove il vivere e il morire sembrano essere unesperienza pi antica che in ogni altra parte della Terra.
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Ero stato via da Delhi per quasi un anno e il vecchio gioielliere di Sundar Nagar, che trovai a infilare una collana di profumatissimi fiori di gelsomino da mettere allimmagine di Krishna, quando entrai nel suo negozio mi chiese che cosa mera successo. Sono stato a giro per ospedali. Ho il cancro, mi venne da dirgli, come non avrei fatto con nessun altro.
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Deve essere stato il periodo pi divino della sua vita, ribatt quello con assoluta naturalezza. S, lo era stato. Ma lui, come faceva a saperlo? Non conosce la storia del musulmano che, cacciato dalla moschea, ruzzola gi per la scalinata? No, non la conosco.
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A ogni scalino in cui picchiava sentiva male; soffriva e cos pensava a Dio. Ma quando finalmente arriv in fondo gli dispiacque che non ci fossero pi scalini. Immagino le sia successo lo stesso.
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Cera un modo migliore dandare a ricomprarsi un semplice ferma soldi che avevo perso a New York? E potevo avere un migliore viatico per il viaggio che avevo intrapreso alla ricerca di qualcosa che io stesso non sapevo esattamente cosa potesse essere?
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Andando da un posto a un altro, con le interruzioni delle visite di controllo a New York ogni tre mesi, sono stato continuamente a giro, ogni volta seguendo un filo, soddisfacendo una curiosit o andando a controllare una storia sentita raccontare.
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Ho passato cos una settimana nella punta estrema dellIndia, in un vecchio e rudimentale centro ayurvedico gestito da un giovane medico che conosce a memoria, per averle imparate da suo nonno che le aveva imparate da suo padre e cos via, tutte le scritture sacre della medicina tradizionale. Il posto era bellissimo, in mezzo alle risaie, accanto a un antichissimo tempio ora in rovina, che la leggenda vuole sia stato fondato da Rama quando pass da l sulla via di Lanka a riprendersi, con laiuto delle scimmie, la moglie rapita.
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Sempre in India, ho fatto un corso e preso il diploma di reiki. In Thailandia invece ho digiunato per sette giorni di fila in un centro specializzato in un trattamento ora di gran moda: il lavaggio del colon. Nel Nord delle Filippine sono stato il primo a sperimentare, alla vigilia della sua inaugurazione, la Piramide dellAsia, costruita per essere il Centro Mondiale della Salute dal pi famoso guaritore, che la sera prima mi aveva operato.
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Per giorni sono stato dietro a un medico-mago che in un paesino dellIndia centrale preparava per me, da fasci derbe e di legna, delle specialissime, puzzolenti pozioni verdi. Per giorni sono stato nel pi famoso ospedale tradizionale del Kerala dove, come tutti gli altri pazienti, non sono riuscito a chiudere occhio perch nel cortile barriva un elefante e tuonavano le stranissime trombe di unorchestra venuta con una troupe di attori a celebrare, dal tramonto allalba, il festival della divinit protettrice dellayurveda.
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Ho seguito fino a Boston, dove teneva un corso sui rimedi marini, un giovane ex chirurgo italiano diventato omeopata, che da una vecchia cascina rimessa a nuovo nella pi anonima pianura emiliana cerca di dare credibilit scientifica alla sua pratica: una pratica nella quale lui stesso riconosce un aspetto di magia. E io ne ho fatto, positivamente, la riprova su di me!
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Sono andato a Hong Kong a incontrare un vecchio cinese, miliardario e filantropo, che volendo, prima di morire, lasciare in regalo allumanit una medicina contro il cancro, ha investito parte della sua fortuna nello studio e ora nella produzione dellestratto di un fungo che la tradizione cinese ha sempre visto come miracoloso.
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A Chiang Mai, nel Nord della Thailandia, ho ritrovato il vecchio amico Dan Reid, esperto di taoismo e di qi gong, e ogni mattina sotto la sua guida ho fatto gli antichi esercizi cinesi per raccogliere le energie cosmiche su cui Dan aveva appena finito di scrivere un nuovo libro.
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In un isolato e ventoso complesso di vecchi edifici arroccati sulla costa alta della California, con una delle viste sulloceano che pi riempiono lanimo di immensit, ho partecipato a un seminario di sostegno per malati di cancro. Eravamo in nove e di ognuno ho commoventi e divertenti ricordi. Subito dopo mi sono accodato a un grande maestro di yoga e a un musicista -tutti e due indiani -che avevano organizzato uno specialissimo corso la cui idea di fondo era che, una volta assunte le varie posizioni yoga e aperti i canali, la musica sarebbe filtrata nei tessuti e nelle cellule del corpo, stimolandone la vitalit. Mi ha certo fatto bene, se c arrivata! La musica era comunque di quelle che parlano direttamente al cuore.
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Sempre in India ho cercato anche di vedere Sai Baba, uno dei santoni a cui si attribuiscono tantissimi miracoli, ma il giorno in cui sono arrivato al suo ashram lui era altrove e ho preso questo come un segno che non era necessario incontrarsi. Strada facendo sono andato a visitare i luoghi sacri del buddhismo. Ho passato giorni e giorni a Benares, dove gli indiani vanno a morire per garantirsi di non dover nascere di nuovo.
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Ma, come sempre, cercando una cosa se ne trova unaltra, e cos alla gi vasta collezione di medici, specialisti e guaritori si sono via via aggiunti dei santi mendicanti, un vecchio gesuita psicologo e ipnotizzatore, un monaco innamorato fin da ragazzo di una statua, e altri strani e bei personaggi. Dovunque, a volte anche sperimentando alcune delle medicine che mi venivano offerte, ho raccolto storie di malati miracolati, di guarigioni dovute a una qualche pozione o a un qualche strano trattamento, ma anche tante storie di gente che, avendo rifiutato le normali terapie offerte dalla medicina classica occidentale,  ricorsa a una qualche cura alternativa e ne  morta.
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Se pensavo che per aiutarmi a guarire da una malattia nata, secondo me, dal tipo di vita che avevo fatto prima, dovevo tagliare col passato e incominciare una vita tutta nuova, allora ero sulla buona strada: frequentavo gente completamente diversa, affrontavo problemi diversi, pensavo pensieri diversi. Io stesso ero diventato, non solo fisicamente, diverso. A questo punto non mi restava che fare un altro passo, varcare unaltra soglia: anche quella ormai soltanto indiana.

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Decisi cos di passare tre mesi in un ashram a studiare un po di sanscrito e a riflettere su quella che  ovviamente la sola, grande domanda che luomo si  sempre posto e che  al centro del Vedanta, la parte finale dei Veda, il succo filosofico delle pi antiche scritture sacre dellIndia: Io, chi sono?
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Siccome la risposta non era certo Io sono il giornalista del tal giornale, lautore di quel libro, o lammalato di quella malattia, provai, anche formalmente, a non essere pi quel che ero stato, a non chiamarmi pi col mio nome, a non avere un passato e a diventare semplicemente Anam, il Senzanome: un nome appropriatissimo, mi parve, per concludere una vita tutta spesa a cercare di farmene uno!
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 uno strano esperimento quello di non essere pi il s a cui si  abituati, di non poter pi ricorrere a quel che si  stati, a quel che si  fatto, a dove si  nati o a chi si conosce, per identificarsi, definirsi e stabilire dei rapporti, anche elementari, con chi si incontra.  un esercizio, questo, da provare: magari durante le vacanze!
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Cos, passo passo, lentamente, ogni volta ridendo di me e sorridendo di quel che mi capitava, dalla cura di me-corpo, ammalato di cancro in uno dei migliori ospedali del mondo, son finito alla cura di me-corpo pi tutto quellaltro-che-mi-par-ci-sia-dietro, in uno spartanissimo ashram a studiare i classici dellinduismo, a cantare gli inni vedici e a mangiare con le mani, seduto per terra, da una ciotola di acciaio: non una delle diete che mi ero tanto accuratamente scelto a New York, ma quel che passava il convento (e qui era proprio il caso!), soprattutto ceci lessi.
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Allora, hai parlato con Dio? mi chiese un vecchio amico quando andai a trovarlo, passando da Parigi. Per parlarci lavrei dovuto incontrare, risposi .. per non rispondere. Probabilmente anche lui aveva pensato che a forza di stare in India mi ero in qualche modo perso. Per niente. Non sono diventato n induista, n buddhista, non sono seguace di nessun guru, n son tornato a credere nella religione di casa, anche se ho riscoperto il piacere di star seduto in silenzio in una bella chiesa, carica di vecchia fede, come quella fiorentina di San Miniato al Monte.
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Come tanti altri, sono uno che senza troppi pregiudizi, senza paura del nuovo o del ridicolo, cerca. Cercando, ho forse trovato la cura perfetta per il mio cancro? Certo no, ma almeno ora son sicuro che quella cura non esiste, perch non esistono scorciatoie a nulla: non certo alla salute, non alla felicit o alla saggezza. Niente di tutto questo pu essere istantaneo. Ognuno deve cercare a modo suo, ognuno deve fare il proprio cammino, perch uno stesso posto pu significare cose diverse a seconda di chi lo visita. Quel che pu essere una medicina per luno pu essere niente o addirittura un veleno per laltro: specie quando si lascia il campo, in qualche modo collaudato, della scienza e ci si avventura in quello, ormai affollato, di profittatori, ciarlatani e impacchettatori daria fritta, delle cure alternative. 
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Son tornato, dopo tanto viaggiare, al punto di partenza? A credere solo nella scienza e nella ragione? Son tornato a pensare che il modo occidentale di affrontare i problemi  il migliore? Niente affatto. Ora pi che mai penso che niente  da escludere a priori e che  sempre possibile trovare qualcuno o qualcosa di prezioso nei luoghi e nelle circostanze pi imprevedibili. I miracoli? Certo che esistono, ma sono convinto che ognuno deve essere lartefice del proprio. Soprattutto sono convinto che la nostra conoscenza del mondo e di noi stessi  ancora estremamente limitata e che dietro le apparenze, dietro i fatti, c una verit che davvero ci sfugge, perch sfugge alla rete dei nostri sensi, ai criteri della nostra scienza e della nostra cosiddetta ragione.
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Indubbiamente lOccidente ha fatto grandi progressi nel conoscere il corpo, anche se mi lascia sempre pi perplesso il fatto che alla radice della nostra medicina c lanatomia, una scienza fondata sulla dissezione dei cadaveri, e mi chiedo come sia possibile capire il mistero della vita partendo dallo studio dei morti. Ma lOccidente non ha fatto alcun progresso, anzi, forse  andato a ritroso nella conoscenza di tutto quellinvisibile, immisurabile, imponderabile che sta dentro e al di l del corpo, che lo sostiene, che lo lega a tutte le altre forme di vita e lo rende parte della natura. Psicanalisi e psicologia sono scienze che si muovono ancora soltanto sulla superficie di quellinvisibile, come si sentissero imbarazzate davanti al gran mistero che nessuna scienza, proprio perch tale, potr mai affrontare.
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Per questo la ricerca medica non ha altra scelta che quella di scendere sempre pi nel particolare, di passare dal piccolo al sempre pi piccolo. Ma non dovrebbe una qualche altra ricerca, non necessariamente scientifica, andare in senso opposto: dal piccolo al grande? Forse perch inconsciamente volevo vedere il mio problema anche in una dimensione diversa da quella della cellula impazzita, e forse perch cercavo una soluzione diversa da quella di un interruttore guasto in un codice del mio DNA, son finito in una piccola casa di pietra dalle pareti di fango nellHimalaya. E l, col cuore pi leggero che abbia mai avuto, senza desideri, senza ambizioni e con una grandissima pace addosso, ho visto sorgere il primo sole del nuovo millennio come fosse quello della Creazione, mentre alcune delle pi alte vette del mondo uscivano da unoscurit cosmica per accendersi di rosa come per ridare speranza nelleternit del nascere e del morire. Mai prima avevo sentito gli dei cos vicini.
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Per settimane e settimane, a volte con un sole primaverile, a volte con la neve alta un metro fuori dalla porta e i lecci e i rododendri come immobili giganti di ghiaccio, sono stato ospite di un ultraottantenne, coltissimo indiano che nella sua vita non ha fatto nientaltro che riflettere sul senso della vita e che, dopo aver incontrato tutti i grandi maestri del suo tempo, vive l da solo, convinto che il vero, grande Maestro  quello che ognuno ha dentro di s. La notte, quando il silenzio  talmente denso che sembra rimbombare, si alza, accende una candela e ci si siede dinanzi per un paio dore. A che fare? A cercare di essere me stesso, mi ha risposto. A sentire la melodia.
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Ogni tanto, dopo la sua passeggiata del pomeriggio nella foresta sulle orme del leopardo che una notte gli aveva mangiato il cane da guardia, saliva le mie scale di legno e io su una piccola bombola a gas riscaldavo lacqua presa da una fonte vicina per preparare due tazze del t cinese che mi porto sempre dietro.
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Tutte le forze, quelle visibili e quelle invisibili, quelle tangibili e quelle intangibili, quelle maschili e quelle femminili, quelle negative e quelle positive, tutte le forze delluniverso hanno fatto s che noi due in questo momento potessimo sederci qui, dinanzi al fuoco del camino, a bere t, diceva, scoppiando in una risata che di per s era una gioia. E da l, citando Plotino o Boezio, le Upanishad, un verso della Bhagavad Gita, di William Blake o di un mistico sufi, partiva per delle sue personalissime teorie sullarte e la musica o per una confessione del suo peccato originale: quello daver sempre considerato l'essere molto pi importante del fare.
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E la melodia? gli ho chiesto un giorno. Non  facile. Bisogna prepararsi e a volte la si sente:  la melodia della vita dentro, la vita che sostiene tutte le vite, la vita dove tutto ha il suo posto, dove tutto  integrato: il bene e il male, la salute e la malattia, la vita interna dove non c nascita e non c morte.
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Col passare dei giorni, da solo a guardare le straordinarie montagne, sempre l, immobili, simbolo della pi grande stabilit, eppure anche loro continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo, e con sullo sfondo la presenza di quella bella, vecchia anima incontrata per caso, ho sentito che quel mio lungo e tortuoso viaggio, cominciato nellospedale di Bologna, era finito.
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Ho deciso di raccontarne la storia, innanzitutto perch so quanto  incoraggiante lesperienza di qualcuno che ha fatto gi un pezzo della strada per chi si trovasse ora ad affrontarla; e poi perch, a pensarci bene, dopo un po il viaggio non era pi in cerca di una cura per il mio cancro, ma per quella malattia che  di tutti: la mortalit.
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Ma anche quella,  davvero una malattia? Qualcosa di cui temere, un male da cui star lontani? Magari no. Immagina come sarebbe affollato il mondo se fossimo tutti immortali e dovessimo restare a giro per sempre, e con noi ci dovessero essere, anche loro immortali, tutti quelli che ci hanno preceduto nei secoli!, disse un giorno il mio vecchio compagno durante una passeggiata nella foresta. Si tratta di capire che la vita e la morte sono due aspetti della stessa cosa.
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Arrivare a questo  forse la sola vera meta del viaggio che tutti intraprendiamo nascendo: un viaggio di cui io stesso non so granch, tranne che la sua direzione -ora ne sono convinto - dal fuori verso il dentro e dal piccolo sempre pi verso il grande. Le pagine che seguono sono il racconto dei miei passi incerti.
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NEW YORK.
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QUEL TALE NELLO SPECCHIO.
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La situazione era quella di un acquario. E io ero il pesce. Con gli occhi sgranati, respirando a bocca aperta, in silenzio, protetto da tutte le intemperie, rimpinzato di antibiotici, persino vaccinato contro un possibile raffreddore che i medici dicevano nel mio caso avrebbe potuto essere pericoloso, stavo da solo, al sicuro nella mia vasca a osservare, a volte immobile per ore, il mondo che si agitava appena fuori dalla mia parete di vetro: New York.
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Lappartamento era al quinto piano: abbastanza in basso da avere ancora una vista sulla strada, con il suo ininterrotto teatro di vita, e abbastanza in alto da farmi vedere, nel riquadro della grande finestra tutta esposta a nord, la distesa degli alberi di Central Park e, dietro, la silhouette dei grattacieli. Come deve apparire al pesce, quello strano mondo dallaltra parte del vetro, coi suoi rumori che mi arrivavano ottusi e ovattati, sembrava anche a me lontano e assurdo. Mi sentivo la testa vuota; ero incapace di pensare con precisione; avevo le ossa indolenzite, gli arti senza forza, e quello sgambettare l fuori di tanta gente che si incontrava, si scontrava, si salutava e correva via mi pareva talmente stonato rispetto al mio ritmo che a volte scoppiavo a ridere, come fossi stato lo spettatore di un vecchio film muto di Charlie Chaplin.
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Neppure la naturale cadenza del sole che sorgeva e tramontava con rassicurante puntualit ai due lati opposti del mio acquario sembrava collimare col ritmo del mio corpo. Mi veniva spesso da dormire nel mezzo del giorno e da star sveglio durante la notte, quando lululare delle sirene della polizia, dei pompieri e delle ambulanze si faceva sempre pi ossessivo, aggiungendo un ulteriore velo di angoscia alloscurit.
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Per mesi quella finestra  stata la mia compagnia: da l ho visto passare la maratona e la neve imbiancare la citt; ho osservato gli scoiattoli rincorrersi sugli alberi spogli e poi scomparire fra le fronde verdi messe su in primavera. Da l ho seguito le vicende di alcuni simpatici barboni che, circondati da fagotti e sacchi di plastica, seduti sulle panchine, si godevano il sole come nessuno dei tanti uomini daffari che passavano in fretta e distratti davanti a loro. Da quella finestra mi sono immaginato il destino di qualche ragazza che ho visto arrivare in autobus dalla provincia, con un po di vestiti e tanti progetti in una grande borsa nera tenuta a tracolla. Da l ho seguito i curiosi rapporti fra i cani e i loro padroni e quelli, a volte ancora pi curiosi, fra i padroni dei cani.  sorprendente quanto si possa imparare stando a una finestra e quanto si possa fantasticare sulle vite altrui partendo dallosservazione di un dettaglio, di un gesto.
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Persino un semplice, anonimo posto come quello pu diventare casa e tante volte, tornando da una passeggiata con le gocce di sudore freddo che sentivo scendermi lungo la schiena, ho contato i passi che mi restavano, pregustandomi la gioia di aprire quella porta di ferro 5/C e di sentire quellodore di stanza daffitto che cercavo inutilmente di coprire bruciando bacchette dincenso di legno di sandalo.
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Appena arrivato, avevo coperto con coloratissimi batik indonesiani tutti gli specchi che qualche arredatore aveva fatto installare alle pareti per dare lillusione che quellunica stanza fosse pi grande di quel che era. Avevo lasciato libero solo quello sopra il lavandino e ogni volta che entravo nel bagno, in quello specchio vedevo un tale gonfio, giallo, glabro che mi guardava e mi faceva delle smorfie come se lo conoscessi. Davvero, quel tipo non lo avevo mai visto prima. Eppure era sempre l, nello specchio, appena aprivo la porta. A volte mi faceva persino dei sorrisini che me lo rendevano ancora pi rivoltante. Ma quello non si scoraggiava e a suo modo continuava a parlarmi. Diceva che ci conoscevamo da quasi sessantanni. Mi diceva che quello l ero io. Cos, lentamente, anche a quel nuovo me, grasso, esangue e senza un pelo, cominciai a fare labitudine.
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Per i cinesi, quella di diventare dei bei vecchi  unarte che han raffinato per secoli e io, essendo vissuto per anni in mezzo a loro, mero illuso di averla imparata un po e di averla messa da parte per quando fosse venuto il mio tempo. Mi piaceva lidea di invecchiare coi capelli bianchi e magari con delle belle ciglia folte come quelle a cui Zhou Enlai, il raffinato primo ministro di Mao, aveva certo lavorato tantissimo. Non avevo fatto i conti con la chemioterapia. Ma neppure quella li aveva fatti con me! Per evitarmi lo stillicidio delle manciate di capelli nel pettine, un paio di giorni prima dellinizio del primo ciclo ero andato da Angelo, il parrucchiere allangolo e, con la scusa di voler cambiare immagine, gli avevo chiesto di raparmi a zero i capelli che a quel punto mi arrivavano fin quasi alle spalle.
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Sto per chiudere. Torni domani, ci ripensi su una notte, disse Angelo. Non vorrei che lei poi mi desse fuoco al negozio! Il giorno dopo Angelo fece il suo dovere, ma sui baffi rest fermo e quelli dovetti tagliarmeli da solo. Li avevo dal 1968, quando Richard Nixon vinse le elezioni presidenziali americane e io, allora studente alla Columbia University, persi una scommessa. Per quasi trent'anni quei baffi erano diventati parte di me, di come mi ero visto, e mi sorprese come in fondo, nel giro di un attimo, ne feci a meno.
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Da un mio vecchio compagno di scuola, Alberto Baroni, diventato un noto gerontologo a Firenze, una volta avevo sentito dire: I vecchi che nella vita hanno dato molta importanza alla loro immagine sono quelli che pi soffrono, e che meno ce la fanno a riprendersi quando un infarto, una paralisi o un qualche altro malanno feriscono quella immagine. Io volevo farcela. Allora tanto valeva seppellire quel vecchio me coi suoi capelli e i suoi baffi.
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Lultimo giorno fu particolare. Ancora con la mia solita faccia -cos che gli impiegati mi riconoscessero e non avessero problemi ad accettare un mio assegno -andai alla Banca Commerciale Italiana a Wall Street per ritirare un pacchetto di soldi da mettermi in casa. Da l decisi di fare tutta la strada di ritorno a piedi: una lunghissima camminata. Cera un bel sole, tirava vento e io, ancora io, vestito di bianco, ancora pieno di energie, i capelli lunghi, i baffi, risalivo Manhattan lungo la Quinta Strada guardandomi nelle vetrine. Questione di qualche ora e non sarei mai pi stato quello l. Lidea di diventare un altro quasi mi divertiva. Nella vita ho conosciuto varie persone che sapevo conducevano due, a volte tre vite parallele. Sarebbe piaciuto anche a me, ma non ne sono mai stato capace. Ora potevo almeno pensare di avere due vite diverse: una di seguito allaltra. Forse.
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Ehi, Tiziano, che fai a New York? Allaltezza del negozio di Walt Disney, un vecchio collega francese di Liberation, con la moglie, mi si par davanti a braccia aperte per salutarmi. Che sorpresa vederti qua. Sempre vestito di bianco. Ti abbiamo riconosciuto da lontano. Ceniamo assieme stasera? Lultima volta ceravamo incontrati a Ulan Bator e maveva detto che stava scrivendo un romanzo storico ambientato l, in Mongolia.
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Lhai finito? gli chiesi. Macch. Ne ho gi scritto pi di mille pagine, ma quello continua a crescere.  peggio di un cancro! Cresce, cresce, ma io continuo. Mi venne da ridere, ma n lui n la moglie, una piccola, graziosissima laotiana, capirono perch. Gliela avevo inconsciamente suggerita io quellimmagine? Farfugliai delle scuse per non andare a cena con loro e scappai via.
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Prima dellappuntamento con Angelo avevo da rifarmi il guardaroba, o meglio avevo da decidere come vestire il nuovo me. Su questo non avevo dubbi: se volevo farcela con quel malanno, non dovevo avere rimpianti, non dovevo avere nostalgie per il passato e soprattutto non dovevo illudermi o sperare che, se anche ce lavessi fatta, sarei mai tornato a essere quello di prima. Allora, tanto valeva chiudere con quel tale, quel me estroverso, desideroso di essere simpatico, leggermente arrogante, socievole e vestito di bianco: tutto sommato quello era il me le cui cellule erano impazzite. E perch impazzite? Magari proprio a causa di quella identit! E allora tanto valeva cambiarla, non restare attaccato al modo di vivere, alle abitudini, ai colori preferiti da quel me. Non  che credessi esattamente a quel che la mia testa pensava, ma la lasciavo pensare, osservandola.
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A New York  sempre tempo di svendite. Lultima trovata per spingere la gente a consumare sempre di pi e a comprare quel di cui non ha assolutamente bisogno  lofferta di Due al prezzo di uno. Su una delle strade che facevo, cercando ogni giorno di cambiare percorso fra casa e ospedale, avevo scoperto un grande magazzino dal nome che sembrava fatto apposta per i miei gusti: Duffys cheap clothes for millionaires. Milionario non sono mai stato, ma mi sono sempre sentito tale. Quanto ai vestiti, ne ho sempre avuti da poco prezzo, perch andare in un negozio elegante a comprare quelli costosi mi pareva non fosse una gran scoperta. L invece, fra gli scarti delle grandi ditte e le cose passate di moda, cera un sacco da scoprire, e in pochi minuti, per pochi soldi, riuscii a mettere assieme tutti gli elementi per una mia nuova uniforme: due tute da ginnastica, una blu e una nera; scarpe da tennis, calzerotti, guanti e due bei berretti di lana, uno nero e uno viola, per coprirmi la palla da biliardo che presto sarebbe diventata la mia testa.
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Lidea della chemioterapia  semplice: le cellule del cancro hanno una loro maligna caratteristica, quella di sdoppiarsi e di riprodursi. La chemioterapia  una mistura -un cocktail, si dice con un eufemismo -di fortissimi componenti chimici che, introdotti nel sistema sanguigno, vanno a giro per il corpo e distruggono tutte le cellule di quel tipo. Il problema  che le cellule del cancro non sono le sole ad avere quella caratteristica. Le cellule dei capelli, del palato, della lingua e di altre superfici mucose, come quelle allinterno dellintestino, sono dello stesso tipo, per cui anche loro, pur utili e sane, vengono aggredite allo stesso modo di quelle malate. Insomma,  come bombardare col napalm una giungla e distruggere migliaia di alberi per cercare di uccidere una scimmia appollaiata su una palma, dicevo allinfermiera intenta a preparare con cura il primo cocktail con cui mi avrebbe bombardato.
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Avevo detto una scimmia, ma in verit avevo pensato ai vietcong e a come gli americani in Vietnam, durante la guerra, avevano defogliato intere foreste, distrutto enormi distese di vegetazione, semplicemente per impedire ai guerriglieri di nascondersi e alimentarsi. La logica era la stessa. In Vietnam lavevo odiata, ma ora mi affidavo a quella stessa logica per cercare di salvarmi. E gi alle prime gocciole rosso fuoco che osservavo, una a una, scendere da un sacchetto trasparente, passare per un tubo di plastica ed entrarmi lentamente nelle vene attraverso un ago infilato nel dorso della mano sinistra, mi pareva che funzionasse.
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Leffetto fu immediato e travolgente: la bocca mi si riemp di un fortissimo sapore di ferro, la testa mi si avvamp come investita da una zaffata di napalm e in ogni angolo del corpo, nella punta di ogni dito, sentii arrivare quella fiamma. Stavo seduto in una comoda poltrona che pareva quella di unastronave, godevo di un vasetto di fiori, modesti ma veri, sul davanzale della finestra e ascoltavo la carissima, giovane infermiera che mi raccontava del suo sogno di andare a vivere in una casa al mare in California. Mi sentivo a mio agio, in buone mani; mi piaceva quel colore forte, quasi fosforescente, del liquido che entrava nel mio corpo -mi pareva un segno della sua efficacia -e restai male quando, finito quello, la ragazza attacc allalimentatore un nuovo sacchetto, lultimo componente del cocktail, con dentro una roba incolore come lacqua che non riuscivo a immaginare potesse farmi alcunch. Suggerii che tingessero quel liquido scialbo di un bel verde smeraldo o di viola per aggiungere una sua forza psicologica a quella chimica. Linfermiera rise.  unidea!
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Era una attenta. Osservava i pazienti e aveva notato come ognuno ha un suo modo di affrontare la 
chemioterapia. C chi la fa meditando, chi si porta dietro un walkman per farla ascoltando la sua 
musica preferita; c chi invece si agita, ne soffre come di una tortura perch psicologicamente non la vede come una possibile cura e soprattutto non ne accetta le conseguenze, gli effetti negativi che -si sa - verranno. Lei sembra si diverta, disse. Non avevo scelta e far bella faccia a cattiva sorte mi pareva naturale. Per me la chemio era la prima fase di una strategia che dopo settimane di esami, di controlli, di consulti con specialisti ai vari piani di quella vasta istituzione che  lMSKCC, avevo deciso essere la migliore per sopravvivere. Come tale mi era stata presentata dalla ferma ed essenziale dottoressa incaricata del mio caso: cinquant'anni, segaligna, dritta come un fuso, dura e di poche parole, ma ogni tanto con un delicatissimo sorriso. Gi al primo incontro avevo sentito di potermi fidare e, senza alcun ripensamento, mi ci ero affidato.
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Dopo la chemio -il cocktail adatto al mio caso, mi disse, era stato messo a punto da un gruppo di medici milanesi di cui lei aveva un gran rispetto -dovevo subire unoperazione. Una volta rimarginata quella ferita, sarei passato alla radioterapia, fatta con un sistema ancora in fase di sperimentazione e messo a punto da un medico israeliano, diventato capo del reparto di radiologia dellospedale. Piccolo, forte, con un pizzetto freudiano, curioso anche di tutto quel che era al di l della medicina, il radiologo sembrava irradiare guarigione anche senza le sue macchine. Almeno questa fu limpressione che ebbi quando lo vidi la prima volta e l, sui due piedi, decisi di far parte del suo esperimento. Ero il diciottesimo paziente.
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E gli altri diciassette? gli chiesi. Tutti sopravvissuti. Per quanto? Due anni. Ma  solo da due anni che abbiamo cominciato con questa terapia. Da allora lho sempre chiamato lIrradiatore. 
Il chirurgo mi si present con dei pantaloni kaki e una camicia di blue-jeans. Era piccolo, grasso, 
biondo e con una pancia da buon bevitore di birra tedesco, come doveva essere la sua origine. Il suo cognome voleva dire Signore. Mi colpirono subito i suoi occhi azzurri e fermi e le sue mani 
minuscole, dalle dita affilate e taglienti. Mi venne da pensare che se fossi stato Luigi 16esimo e avessi dovuto andare alla ghigliottina, tanto valeva che fosse uno preciso a tagliarmi la testa.
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Lui dava questa impressione: era assolutamente sicuro del fatto suo, di quel che doveva portar via e di quel che doveva lasciare dentro di me, una volta fatto un taglio che da sopra lombelico sarebbe arrivato fino alla schiena. Ci che non mi disse  che nel corso del lavoro si sarebbe poi portato via anche una costola.
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Sopravvivenza? gli avevo chiesto. Ottima, se lei sopravvive allaltro cancro. Be, meglio che nulla. Poi detto da lui, il Signore, The Lord, come dentro di me lavevo gi ribattezzato! Ognuna di queste fasi sarebbe stata preceduta dallintervento dello Speleologo, un giovanissimo esperto di endoscopia, capace di andare con la sua minitelecamera l dove era necessario a prelevare i  tessuti da analizzare. Sono stato oggetto delle sue discese nelle caverne del mio corpo una decina di volte e nessuno, credo, pu ormai vantare di conoscermi, dal di dentro, meglio di lui.
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Grosso modo, lintero lavoro degli aggiustatori mi avrebbe preso sei o sette mesi. Con la 
dottoressa che coordinava tutta la riparazione avevo cercato di contrattare, di ridurre i tempi, di rimandare alcune fasi. Non potrei aspettare un anno a fare loperazione? avevo chiesto. Ma quella, fissandomi negli occhi, non mi aveva lasciato scampo: Mister Terzani, you wait - you die.
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Se aspettare significava davvero chiudere con questo mondo, non avevo scelta e cos smisi anche di 
discutere. Per questo la chemio mi piaceva e mi ci attaccavo come a una corda che qualcuno mi aveva gettato per salvarmi dalla tigre che avevo sopra di me e dal baratro che avevo sotto. Per questo intendevo farla prendendo coscienza di ogni goccia, osservando ogni suo effetto, partecipando alla sua azione con tutta la mia concentrata attenzione. La chemioterapia era linizio di un possibile altro pezzo di esistenza, un altro giro di giostra. E mi piaceva che nel gergo dellospedale il giorno delliniezione fosse chiamato Day One, e che a cominciare da quello si stabilissero le scadenze dei vari esami e dei vari altri trattamenti da fare. Anche per me quello era il primo giorno della nuova era, della mia seconda vita.
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Quando la ragazza dopo un paio dore mi fece alzare, mi sentii stanchissimo, le ossa mi facevano 
male come fossi stato bastonato, ma ero stato avvisato e mi feci forza per tornare a casa a piedi 
attraverso Central Park. Di solito quella  una camminata di mezzora. Ce ne misi una. Mi pareva di 
planare, come fossi drogato, ma provavo soddisfazione a farcela. La dottoressa mi aveva incoraggiato a 
non interrompere, se potevo, la mia routine quotidiana di ginnastica e di moto. Fra le tante altre cose da 
fare e non fare, mi aveva chiesto di bere pi che potevo - anche tre, quattro litri di acqua al giorno - per 
eliminare le cellule che la chemio uccideva. Feci tutto alla lettera. 

Cera, in questo credere nei medici, nel seguire le loro istruzioni, qualcosa di consolante che, avevo 
limpressione, mera di grande aiuto. Come il pregare, son certo. Io quello per non lo sapevo fare e 
comunque mi sarebbe parso un po ridicolo scomodare Iddio, o chi per lui, perch si occupasse del mio 
malanno e perch, fra le tante cose delluniverso di cui doveva prendersi cura, facesse anche guarire me. 

Fra un cocktail e laltro cerano due settimane di intervallo nel corso delle quali dovevo prendere, a 
precise scadenze, varie medicine. Dovevo anche farmi da solo, infilandomi lago di una piccola siringa 
nel grasso della pancia, delle iniezioni di steroidi. Gli steroidi dovevano aiutare la riproduzione dei 
globuli bianchi ma provocavano un dolore nelle ossa, specie al bacino e allo sterno. Lintervallo di due 
settimane era soprattutto inteso a smaltire gli effetti del bombardamento e a far tornare il corpo a una 
qualche forma di normalit per potergli dare la prossima bastonata. 

Corpo. Corpo. Corpo.  curioso come normalmente, quando si  sani, quasi non ci si rende conto 
di averne uno e come si danno per scontate le sue funzioni. Basta ammalarsi, per, e il corpo diventa il 
centro di tutta la nostra attenzione; il semplice respirare, orinare e landar di corpo, come dicevano i 
vecchi, diventano fatti essenziali che determinano gioia o dolore, che fanno insorgere sollievo o 
angoscia. Secondo le istruzioni che mi erano state date, seguivo ogni funzione di quel mio corpo e ne 
correggevo via via le irregolarit, ma cos facendo mi rendevo conto ogni giorno di pi di quanto io 
dipendevo da lui, di come il suo umore determinava il mio e di quanto grande fosse lo sforzo che io 
(iomente, io-coscienza, io-quellaltro, insomma) dovevo fare per non diventare suo schiavo. 

Ho sempre trovato convincente lidea che con una forte volont si possa essere liberi anche in una 
prigione. Uno degli esempi pi belli  quello recente di Palden Gyatso, il monaco tibetano che  riuscito 
a sopravvivere a trentatr anni di torture e di isolamento nelle galere cinesi, restando libero di spirito. 
Ma in che misura si riesce a essere liberi quando si  prigionieri del proprio corpo? E comunque, che 
cos questa benedetta libert di cui oggi tutti parliamo cos tanto? In Asia la risposta sta in una storia 
vecchia di secoli. 

Un uomo va dal suo re che ha grande fama di saggezza e gli chiede: Sire, dimmi, esiste la libert 
nella vita? 

Certo, gli risponde quello. Quante gambe hai? 

Luomo si guarda, sorpreso della domanda. Due, mio Signore. 

E tu, sei capace di stare su una? 

Certo. 

Prova allora. Decidi su quale. 

Luomo pensa un po, poi tira su la sinistra, appoggiando tutto il proprio peso sulla gamba destra. 

Bene, dice il re. E ora tira su anche quellaltra. 

Come?  impossibile, mio Signore! 

Vedi? Questa  la libert. Sei libero, ma solo di prendere la prima decisione. Poi non pi. 

E io, che scelta avevo? Fino a che punto io ero il mio corpo? Che rapporto cera fra noi due? Ma 
eravamo davvero due? O la mia mente, con la quale io-io preferivo identificarmi, era semplicemente 
una delle tante funzioni di quel corpo, per cui assolutamente legata a lui? Il pormi queste domande, con 
la morte sempre pi presente come una reale possibilit, coi dolori, gli smarrimenti, le malinconie da 
affrontare, faceva un gran senso, anche se ovviamente non avevo le risposte. 


Mi piaceva pensare che il mio corpo fosse un costume che, nascendo, avevo preso in prestito e che 
prima o poi avrei potuto (dovuto) rendere, senza che mi facesse paura il restar nudo. Ma sarebbe stato 
davvero cos? Una cosa era certa: io-mente ero cosciente del mio corpo, ma lui era cosciente di me? 
Allora, che lo fosse, che riconoscesse che cero e che non poteva fare sempre quel che gli pareva! 

Leffetto pi immediato della chemio era sullo stomaco che, non avendo autocontrollo, a suo modo 
cercava di buttar fuori quel che giustamente gli pareva essere un veleno. Per evitare questo, in ospedale 
mi avevano dato una boccetta piena di costosissime pasticche da inghiottire quando non avessi resistito. 
Riuscii a non prenderne neppure una. Appena sentivo che lo stomaco stava per impormi le sue 
rivoltanti reazioni, mi sedevo per terra, a gambe incrociate, davanti al mio piccolo Buddha di bronzo 
che stava sul davanzale della finestra. Chiudevo gli occhi e concentravo la mia mente sullo stomaco, mi 
immaginavo di carezzarlo, gli parlavo e lo calmavo. Almeno questa era limpressione che avevo. Forse ero semplicemente fortunato e non mi ingannai certo a pensare che quel che avevo imparato alcuni anni prima da John Coleman, al corso di meditazione Vippasana in Thailandia, potesse sostituire i miei medici, le loro pasticche e tanto meno potesse rimpiazzare quel malefico-benefico liquido rosso fosforescente. Ma quel concentrarmi mi aiut molto. 

Nonostante le mie aspirazioni a essere qualcosaltro oltre al corpo, qualcosaltro magari di meno 
materiale, meno soggetto ai mutamenti e alla decomposizione, corpo ero e corpo restavo. Tanto valeva allora che facessi pi attenzione a ci che manteneva in funzione quel corpo da cui tutto ora sembrava dipendere. 

Il 97 per cento di quel che siamo  quel che mangiamo, mi disse, a mo di introduzione, la giovane dietologa dellMSKCC da cui ero stato mandato per farmi consigliare una dieta che mi aiutasse ad affrontare meglio la chemioterapia. Lindustrializzazione del cibo ha creato grandi disequilibri nel nostro corpo e sta seriamente minando la nostra salute. Per cui mangi il pi naturale possibile. 

Se volevo aiutare il mio corpo, dovevo bere molti infusi derbe, evitare il latte perch troppo grasso e accontentarmi di quello di soia. Potevo mangiare yogurt magro e tanta frutta. Se insistevo a essere vegetariano, come ero diventato per osmosi vivendo in India, che mangiassi allora tante noci, pinoli, mandorle e semi - ottimi quelli di zucca e quelli di girasole - purch non fossero troppo salati.

Faccia in modo che i suoi piatti siano coloratissimi, metta assieme verdure rosse, gialle, verdi, nere. Mangi tanti broccoli, porri e aglio a volont. Due o tre volte al giorno si faccia dei frullati e metta dentro di tutto: carote, mele, spinaci e tutti i frutti di bosco che trova, specie i mirtilli. Mi raccomando: delle arance e dei pompelmi mangi anche la parte bianca. Tutto ci che  fibra fa bene al suo caso e serve a regolare lintestino, mi disse e io, come fossi stato ancora il me-giornalista, prendevo appunti. 

Io, che nella vita non avevo mai fatto molta attenzione a quel che trangugiavo, che non mi ero mai 
preoccupato se il piatto dinanzi a me era salato o no, se la roba era bollita o fritta, feci presto a diventare coscientissimo di tutto quel che mettevo in bocca. Divenni un assiduo visitatore dei negozi di prodotti biologici e un attento lettore di tutto ci che era scritto sulle confezioni. Imparai a diffidare delle etichette con vignette di laghi e montagne, intese solo a turlupinare lacquirente, e a guardare invece quel che, per legge, i produttori dovevano dichiarare come componenti dei loro prodotti. Tutto ci che aveva conservanti o additivi di odore, sapore o colore non lo toccavo. Improvvisamente ero ossessionato dal pericolo di mangiare cose inquinate. Buttai via tutte le pentole e le padelle di teflon che avevo trovato nellappartamento, ricomprai tutto in ferro e misi una gran cura a cucinarmi ogni pasto nella maniera pi semplice e naturale possibile. 

Ci che mi faceva istintivamente pi ribrezzo era il cibo fatto con elementi modificati 
geneticamente. Le grandi, malefiche aziende alimentari che si sono buttate a capofitto su questo tipo di manipolazione della natura per trame enormi profitti si son forse chieste quali possono essere le conseguenze, sul corpo umano e sullambiente, di questo loro giocare a fare la parte di Iddio? Nel frattempo la roba  in vendita, la gente la mangia e chi sa quali diavolerie provocher. Un giorno ce ne renderemo conto e per tanti sar tardi. 

Se  vero che il corpo  in gran parte quel che mangia, forse anche il cancro, che era parte del mio corpo, era dovuto a quel che avevo mangiato. Il ragionamento non faceva una grinza e ripensavo con orrore agli anni di meravigliosi pasti cinesi che uscivano da cucine puzzolenti e lerce, alle zuppe mangiate per strada in Indocina, alle mille cose che uno per fame, per noia o per compagnia ingurgita nella vita. E le ciotole e i piatti malrigovernati da cui uno mangia? E quelli pulitissimi dei grandi alberghi, lavati e lucidati non con la sanissima cenere delle nostre nonne, ma con ogni sorta di detersivo dannoso alla salute? 

In India ci sono gruppi di persone -i bramini pi ortodossi ad esempio -che mangiano solo quello 
che loro stessi han cucinato, in recipienti che loro stessi hanno lavato; altri che considerano la scelta di un cuoco una questione spirituale e non una questione pratica. Questi bramini pensano che chi prepara il cibo proietta in esso, anche inconsciamente, il suo influsso e se il cuoco  persona danimo basso metter nelle sue pietanze una carica negativa che irrimediabilmente passer in chi le mangia. Scientificamente tutto questo  assurdo, perch nessuna scienza  in grado di verificare lesistenza di quella carica negativa e neppure di misurarne lintensit, ma non per questo certe persone ci credono di meno. Non per questo quella carica  inesistente. 

I medici si divertivano a sentire questi miei discorsi fra un esame e laltro, ma nessuno si soffermava a riflettere sul fatto che forse anche in questo diverso modo di vedere il mondo c qualcosa di vero. Qualcosa che magari sfugge alla scienza. Dopo tutto, anche la loro -la nostra -vantatissima scienza lascia molto a desiderare: specie su temi come il cibo e la salute. 

Per anni tutte le ricerche scientifiche hanno sostenuto il grandissimo valore delle vitamine nella cura di varie malattie. Ora per vengono resi noti i risultati di nuovi studi secondo cui le vitamine servono a poco o nulla. Per quasi ventanni siamo stati convinti che il sale fosse pericoloso nella dieta dei malati di cuore. Ora si scopre che anche questo non  esattamente vero. Per anni i medici ci hanno detto che una dieta con un alto contenuto di fibre era unottima prevenzione del cancro al colon. Ora viene fuori che non  affatto cos. 

Quasi ogni giorno usciva nella stampa americana un articolo che, citando studi fatti da questa o 
quella universit, dimostrava come questa o quella verdura era pi adatta di altre a combattere il cancro: una volta erano le cipolle, una volta i cavolini di Bruxelles, unaltra volta le carote, i pomodori o i germogli dei broccoli, ma quelli non pi vecchi di tre giorni. Lo stesso si scopriva per la frutta (importantissime le prugne e i mirtilli) e le spezie (soprattutto la curcuma e il cumino). Viste nellarco di qualche anno, tutte queste ricerche lasciano il tempo che trovano e finiscono per essere semplicemente ridicole come quella di cui lessi un giorno nel New York Times: chi  stressato  molto pi soggetto al raffreddore di chi non  stressato. 

E allora? Il fatto che la scienza non riesca -almeno per ora -a dimostrare il buono o il cattivo 
influsso che un cuoco pu mettere nel cibo  un motivo sufficiente per escludere che quella influenza esiste? Perch non pensare che allorigine del morbo della mucca pazza ci sia il fatto che per anni abbiamo costretto lanimale pi vegetariano del creato, quello per eccellenza non-violento e per questo il pi sacro agli occhi degli indiani, a nutrirsi quotidianamente dun mangime fatto tra laltro di carne e ossa di altri animali? Scientificamente questo pu sembrare un argomento poco valido, ma secondo me  il pi convincente: il ruminare cadaveri riciclati di altri esseri viventi assassinati ha fatto impazzire la mucca. Semplice. E non rischieremmo noi umani di impazzire se un giorno scoprissimo che il caff del mattino ci  stato preparato con gli scheletri tostati dei nostri parenti, o che la bistecchina nel piatto  la coscia del figlio ammazzato del nostro vicino di casa? 

Come hanno fatto le vacche ad accorgersene? Be, anche questa  una domanda alla quale certo la 
scienza non  -almeno per ora -in grado di rispondere, ma ci non vuol dire che non sia giusto 
porsela. Abbiamo forse scientificamente capito perch i cani sono cos attaccati alluomo o perch i salmoni, dopo essere stati per anni in pieno oceano, sanno ritrovare la foce del fiume nel quale sono nati e sanno, risalirlo per andare a depositarci le uova e morire? E come facevano le mamme coniglie, tenute in gabbia su una nave, a sapere che in un sottomarino in immersione i loro figli-conigli venivano ammazzati a intervalli mai uguali, nel corso di un esperimento condotto ancora ai tempi dellUnione Sovietica, appunto per provare che la morte di ogni conigliolino provocava una reazione nella madre? 

La pi divertita da queste mie elucubrazioni a ruota libera era la mia dottoressa-aggiustatrice. Ma 
certo non si lasciava intrappolare. N io lo volevo; non volevo certo che lei ammettesse che anche la sua scienza era relativa e che la storia della scienza  tutta una sequela di verit che si dimostrano presto errori alla luce di nuovi fatti e nuove verit. No, no! La mia testa si divertiva semplicemente ad arzigogolare, ma dentro di me volevo fidarmi di quella scienza, perch su quella avevo messo la mia posta; con quel numero contavo di vincere. 

Mi dica, signor Terzani, ho sentito che lei ha dato dei nomignoli a tutti i suoi medici. Qual  quello 
che ha dato a me? mi chiese un giorno la mia dottoressa. Fortunatamente non dovetti mentire. 
Giocando sul suo cognome e cambiando una vocale lavevo chiamata Bringluck, Portafortuna. 

Se il corpo  in gran parte quel che ci si mette dentro, il cibo era la cosa principale di cui mi ero 
dovuto occupare ma laltra era certo laria. Senza mangiare, il corpo pu andare avanti per giorni -e gli 
fa anche bene ogni tanto -, ma senza immetterci aria non dura pi dun paio di minuti. Siccome non 
potevo scegliere la qualit dellaria che respiravo, potevo almeno imparare come respirarla meglio. 

Lidea mi venne da un annuncio pubblicitario che lessi nel giornale: un maestro cinese, durante il 
fine settimana, avrebbe tenuto un seminario di qi gong (letteralmente lavoro dellaria). Potevano 
partecipare persone di tutte le et e in qualsiasi condizione fisica. Mi ci iscrissi, pagai, e alle nove di un 
sabato mattina mi ritrovai in uno stanzone dal pavimento di legno e le colonne di ferro in uno dei 
grandi edifici ex industriali in quello che  oggi uno dei quartieri pi simpatici e alla moda di New York: 
la Bowery. Vecchie fabbriche tessili e magazzini dalle belle facciate del primo Novecento sono ora 
diventati grandi negozi di moda, soprattutto per giovani, gallerie darte, centri di cultura alternativa e 
palcoscenico delle pi varie attivit e affari legati alla new age. 

Il seminario di Master Hu era un ottimo esempio di questo nuovo tipo di consumismo. Al posto di 
centinaia di ragazze neoimmigrate messe davanti ad altrettante macchine per cucire, che un tempo in 
quelle fabbriche del sudore avevano fatto la fortuna dellindustria americana delle confezioni, cerano 
ora una cinquantina di donne giovani e di mezza et - io e un altro tipo eravamo leccezione - intente ad 
ascoltare Master Hu che in un elementarissimo inglese, spesso con interventi integrativi di un suo 
assistente-imbonitore, spiegava uno dei pi antichi segreti della Cina. Dallaccento capii subito che 
limbonitore era italiano; la ragazza coreana alla cassa era la sua compagna. 

Il qi gong, allo stesso modo del pranayama praticato in India,  larte di controllare il proprio respiro 
e di indirizzarne la forza vitale nelle varie parti del corpo, al di l, ovviamente, dei polmoni. Essendo 
vissuto per tanti anni in mezzo ai cinesi, avevo visto nei giardini pubblici, allalba, molta gente, specie 
anziana, fare quei lenti, concentratissimi movimenti e avevo sentito dire delle loro grandi qualit 
terapeutiche. A Pechino, unamica di Angela, dopo essere stata operata di cancro, era stata mandata 
dalla sua unit di lavoro a un corso di qi gong e raccontava di averne tratto un gran beneficio. 

Quando venni arrestato e poi espulso dalla Cina avevo appena incominciato a prendere lezioni di 
questa antica ginnastica del corpo e dello spirito. Mi sarebbe stato utile aver finito quel corso a Pechino 
tenuto da un vecchio operaio che aveva praticato quellarte tutta la vita. Invece mi ritrovavo nel mezzo 
di New York a sentire le banalit di Master Hu che diceva: Il qi gong che vi insegno, se praticato 
correttamente, cambia il vostro carattere, vi rende pi amabili e, nel caso delle donne, rende loro molto 
pi facile trovare marito. Povero Master Hu: era arrivato in America da poco e non si era ancora reso 
conto che l quel ragionamento non funzionava, anzi era politicamente scorretto. 

Trascorsi la giornata imparando vari esercizi: i primi per rendersi conto che si respira perch si 
allarga il petto e non viceversa; altri per imparare a respirare non solo aprendo la cassa toracica, ma 


anche la pancia e il basso ventre. Un esercizio particolare fu quello di stare con le ginocchia 
leggermente piegate, i piedi separati, cos da essere in linea con le spalle, e di tenere unimmaginaria 
palla di energia fra le mani immobili, sospese allaltezza dellombelico. Dopo una decina di minuti 
bisognava immaginare che la palla girasse prima in un senso, poi nellaltro. Ora provate a separare le 
mani e vedrete quanto  difficile. Per alcuni di voi sar impossibile, disse Master Hu. Alcune donne, 
entusiaste, riconobbero che era davvero cos. Le loro mani si erano immobilizzate in un campo 
magnetico. Non le mie. 

Un ultimo esercizio fu quello di chiudere gli occhi e, tenendo sempre le ginocchia leggermente 
piegate, immaginare dessere coi piedi per terra e con la testa altissima per aria. Questo mi piacque 
perch quello era il mio ideale di uomo realizzato: radicato nelle cose, ma sognatore. 

Alla fine della prima giornata mi presentai al Maestro, gli chiesi di raccontarmi la sua storia e presto 
mi ritrovai a far parte del suo seguito, assieme allitaliano-imbonitore e alla ragazza coreana, in un 
ristorante vegetariano. Per strada limbonitore mi raccont di essere venuto negli Stati Uniti subito 
dopo il servizio militare, a cercare lavoro come orafo. Non cera riuscito, ma aveva scoperto, come mi 
disse lui stesso, che fare il guaritore era pi interessante. Certo era anche pi facile e redditizio. Aveva 
frequentato vari corsi di arti marziali, dal kung fu al judo, dallakido al tai ji quan; poi aveva incontrato 
Master Hu e i due si erano appaiati, usando bene luno dellaltro. La ragazza coreana si era accodata. 
Era stata appena licenziata da unazienda farmaceutica e ora aspirava anche lei a diventare guaritrice. 

Limbonitore mi parl molto dei miracoli del Maestro. Mi disse che era capace di muovere cose a 
distanza e di far volare fogli di carta e altro semplicemente con la sua energia. Io ho appena imparato a 
curare lemicrania, ma lui  capace di tutto, concluse. La cura del cancro era ovviamente una delle 
specialit vantate dal Maestro e limbonitore giur di aver visto personalmente dimezzare, gi alla prima 
seduta, il volume di certi tumori sottoposti alla energia di Master Hu. Il Maestro, sempre secondo 
limbonitore, sarebbe stato in grado di curare il Parkinson del Papa. Il problema era come comunicarlo 
al Vaticano. Il Maestro era ugualmente convinto di poter aiutare Giovannino Agnelli, che proprio in 
quelle settimane era l, a New York, allMSKCC, ma non sapevano come mettersi in contatto con lui. 
Mi guardai bene dal dire che anchio ero un cliente di quella istituzione e che era un caso ben strano 
quello di ritrovarmi col giovane Agnelli, dopo il nostro bellincontro-intervista in India e dopo tutta una 
serie di inspiegabili coincidenze, sotto lo stesso tetto, con un simile malanno, nelle mani degli stessi 
aggiustatori. 

Il Maestro e il suo seguito erano ovviamente alla ricerca di unoccasione per diventare famosi; 
avevano bisogno di fare un miracolo e volevano miracolare qualcuno la cui notoriet potesse dar 
loro prestigio. Potevo avercela con loro? Tutto il mondo funziona ormai cos: il mercato  tutto quel 
che conta, la sola moralit  quella del profitto e ognuno arranca come pu per sopravvivere in questa 
giungla. Al momento pare impossibile cambiare alcunch. Posso solo dire che non mi piace. 

In fondo, la storia di Master Hu era bella e patetica. Nato nella provincia di Gansu, una delle pi 
remote e povere della Cina, era cresciuto in un villaggio dove la famiglia da secoli era vissuta grazie a un 
suo segreto: la cura contro le bruciature. Il segreto era semplice: prendevano le bucce dei meloni e le 
mettevano in otri di terracotta. Gli otri, ben sigillati, venivano messi tre metri sotto terra e lasciati l per 
mesi. Il liquido prodotto dalle bucce era miracoloso. Bastava passarlo sulla pelle bruciata e quella 
guariva. 

Mi immagino la strada di un vecchio, classico villaggio cinese: le case basse coi tetti di lavagna e i 
pavimenti di terra battuta, i contadini che passano, quelli con le bruciature che arrivano da lontano per 
farsi curare. Tutto aveva un senso, tutto era a misura duomo e aveva una sua magia. E ora, ecco la 
globalizzazione, il libero mercato, la libera circolazione delle idee e dei desideri che hanno spinto il 
giovane Hu a diventare Master Hu e a mettersi sulla piazza del mondo a vendere il bene pi richiesto: 
la speranza. La speranza di guarire le bruciature? Ovviamente no. Per quelle ci sono ormai pomate in 
ogni farmacia. La speranza di guarire il cancro, contro cui non  ancora stato trovato niente di sicuro. 


Ha notato quella donna in fondo alla stanza, proprio vicino a lei? mi chiese limbonitore. Non 
vuole che lo si sappia, ma a lei posso dirlo: quella ha il cancro al seno. Ha deciso di non farsi operare, di 
non fare la chemioterapia e di affidarsi alle cure di Master Hu. Certo che lavevo vista: pallida, 
impaurita. Allora del pranzo si era seduta per terra contro la parete, da sola. Dalla borsa aveva tirato 
fuori una ciotola con dentro una brodaglia verdastra, probabilmente frutto di qualche altra saggezza 
cinese o macrobiotica, e in silenzio, senza gioia, si era messa a sorseggiarla. Che mondo! 

Il giovane imbonitore italiano avrebbe forse fatto bene lorafo al suo paese, il giovane Hu avrebbe 
potuto continuare la tradizione di famiglia, la ragazza coreana sarebbe forse rimasta felicemente nella 
sua Corea; invece, spinti dallorribile vento dei tempi, erano tutti finiti come naufraghi su una spiaggia 
lontana, momentaneamente uniti a cercare di sopravvivere vendendo fumo in un loft di New York e 
dando a una povera donna sola lillusione che la loro ciarlataneria era meglio della chemio e di quello 
che la scienza occidentale, pur coi suoi limiti, poteva offrirle. 

Il secondo giorno fu impiegato a ripetere gli esercizi del primo e ad assistere ad alcuni miracoli del 
Maestro che limbonitore italiano mi aveva preannunciato. Il Maestro metteva una persona seduta su 
una seggiola e le misurava la pressione. Poi si metteva dietro, faceva i suoi esercizi, le trasferiva la sua 
energia e le rimisurava la pressione per far vedere che era calata. 

Io non riuscivo a togliere gli occhi di dosso alla piccola donna magra e pallida nellangolo della 
stanza poco lontano da me che, come in trance, seguiva ogni gesto del Maestro nelle cui mani aveva 
riposto la sua vita. Era la sua vita e aveva il diritto di scegliere come viverla o terminarla, ma era libera? 
Non avesse avuto quella possibilit, quella alternativa, sarebbe certo andata da un chirurgo, avrebbe 
fatto la chemioterapia e forse ora sarebbe di nuovo a correre in un parco. 

Colpa del qi gong? Ovviamente no. Il qi gong era saggio, cera qualcosa di sano, di vero, di antico in 
quel prendere in mano il proprio respiro, nel fare lesercizio della palla, nellimmaginarsi con la testa 
fra le nuvole, e forse anche in quel cercare di aiutare qualcuno trasmettendogli le proprie energie o 
semplicemente calmandolo. Quel che era insopportabile -almeno per me - era il suo essere fuori luogo, 
quellessere trapiantato da un mondo in un altro, quellessere isolato dal suo contesto, quellessere 
diventato una merce da supermercato con tanto di pamphlet pubblicitario e lelenco di tutte le malattie, 
acute e croniche, che Master Hu col suo qi gong prometteva di trattare con successo. 

A Pechino, nel Parco della Terrazza del Cielo, quei gesti, fatti al levar del sole da vecchi cinesi con le 
loro ciabatte di stoffa, al canto dei loro usignoli nelle belle gabbie appese ai salici piangenti, avevano un 
senso; in un loft di New York, nessuno. L, Master Hu stesso mi pareva a disagio. 

Tutte le antiche civilt hanno studiato il potere del respiro e hanno intravisto il rapporto fra il 
respiro e la mente, e forse lanima. Alcune, come quella indiana, hanno pensato che  possibile, usando 
il respiro, prendere consapevolezza di quella forza che sostiene lintero universo e di cui il respiro  
lespressione pi grossolana. Gli yogi, avendo notato che certi animali capaci di respirare lentamente, 
come lelefante e il serpente, vivono molto pi a lungo di quelli, come il cane o la scimmia, che invece 
respirano velocemente, hanno speso anni a escogitare specialissimi esercizi intesi a rallentare il ritmo 
della propria respirazione, prolungando cos -si dice -la propria vita fino a centocinquanta, duecento 
anni. 

Laltra idea, anche questa molto indiana,  che il tempo assegnatoci dal destino non si misura in anni, 
giorni e ore - dopo tutto queste sono nostre invenzioni - ma in respiri. In altre parole, non nasceremmo 
coi giorni, ma coi respiri contati. E siccome un uomo respira normalmente 21.000 volte al giorno, 

630.000 volte al mese e circa sette milioni e mezzo di volte allanno, rallentare questo ritmo 
significherebbe allungarsi la vita. Basterebbe impratichirsi! 
Il fatto  che queste pratiche -se hanno un valore -ce lhanno se restano difficili, esoteriche, 
irraggiungibili ai comuni mortali e se si conquistano al costo di grandi sacrifici e dedizione. Una volta 
che diventano accessibili a tutti, perdono il loro significato e con ci tutta la loro eventuale efficacia. 
Per mantenere la sua forza un mistero deve restare un mistero, un segreto un segreto. 


Eppure il qi gong piaceva. 

Uscendo sentii alcune ragazze entusiaste. Io ho fatto yoga e reiki, ma questa  la prima volta che 
provo davvero qualcosa, disse una. 

Al banco accanto alla porta stavano limbonitore e la coreana che vendevano T-shirt con il simbolo 
dello yin e yang, videocassette con le lezioni registrate e boccette coi sali del Maestro da mettere nella 
vasca da bagno per guarire il raffreddore e lo stress. Gratis cerano manciate di volantini che 
annunciavano lapertura di uno studio di Master Hu nel quartiere di SoHo a Manhattan. Una 
consultazione, 150 dollari. 

Ero contento di avere una sessantina di strade da fare a piedi (in media un blocco al minuto) e di 
rimettermi lindomani nelle mani dei miei medici che non pretendevano di guarire nulla, ma solo di 
provarci. 

La ragione per la quale avevo dovuto fare la chemioterapia era che il malanno originale, le cui cellule 
si riproducevano lentamente e la cui natura non era particolarmente aggressiva, aveva improvvisamente 
subito una mutazione e che nella nuova versione era velocissimo e particolarmente aggressivo. La 
chemio avrebbe dovuto bloccare quella mutazione. Il problema era che nel frattempo la chemio stava 
mutando me. 

Dopo alcune settimane di trattamento, il mio corpo non era assolutamente pi quello che conoscevo 
e ogni giorno mi accorgevo di qualcosa che cambiava, prima impercettibilmente, poi sempre pi 
marcatamente. Ero un mutante come il protagonista di un banale film di fantascienza. I miei sensi 
avevano perso il loro senso: il tatto si era ottuso e cos la mia capacit di sentire sapori e odori. Le dita 
delle mani mi parevano fragili e precarie, come fossero di vetro. Le unghie non erano pi capaci di 
intaccare la buccia di unarancia. Presto mi diventarono marroni come quelle dei fotografi di un tempo. 
I denti ingiallirono e le gengive diventarono cos sensibili che anche il pi soffice degli spazzolini mi 
faceva leffetto di una grattugia. Le dita dei piedi erano spesso informicolate, a volte insensibili. Una 
cominci a piegarsi stranamente. Le unghie degli alluci diventarono nere e caddero. La mia faccia era 
costantemente gonfia; cos la mia pancia. 

Il peggio era la testa: avevo limpressione che non quagliasse pi, che non fosse pi in grado di 
pensare. Non sono mai stato particolarmente intelligente e nella vita ho sempre ammirato quelli che 
con un argomento o unidea erano capaci di fare quattro, cinque capriole, quando a me ne riuscivano al 
massimo due. Ma ora la mia testa era incapace degli esercizi pi elementari, come ricordarsi di togliere 
la chiave dalla porta, non lasciare il fuoco acceso sotto una pentola vuota o bere la camomilla calda, che 
avevo fatto prima di andare a letto e che invece ritrovavo, fredda nel bicchiere, il mattino dopo. 

A volte avevo limpressione di essere in una sorta di trance: credevo di tenere saldamente in mano 
una cosa che invece mi scivolava via. Vari piatti e scodelle ne fecero le spese. Pensavo che la distanza 
fra il divano e la cucina fosse di tre passi, ma per farli mi ci volevano tre minuti. Tutto il mio corpo era 
diventato pi lento e aveva come perso il suo senso dellequilibrio. Spesso avevo la sensazione di 
galleggiare nellacqua, non di avere i piedi per terra. Vivevo in poco pi di quaranta metri quadri e 
perdevo in continuazione la penna o gli occhiali. 

Gli occhiali: godevo di averne un paio con cui leggere sdraiato sul divano e lidea di perderli davvero 
divenne unossessione. Di tutte le cose che avevo accumulato nella vita -tappeti, mobili, statue, 
calligrafie cinesi, dipinti -la sola cosa a cui mi pareva di tenere pi di ogni altra erano diventati gli 
occhiali. Mi veniva spesso da pensare -chi sa perch -a un vecchio, allampanato eremita, seguace del 
Dalai Lama, che con Folco eravamo andati a trovare sulle montagne nel Nord dellIndia. Stava, solo e 
sereno, in una minuscola capanna di sassi a leggere le scritture sacre, disteso in una cassa di legno che 
era il suo letto e che sarebbe poi stata la sua bara. E se gli fossero venuti a mancare gli occhiali? Forse, 
un giorno, un giovane monaco sarebbe sceso a Dharamsala a prendergliene un altro paio. Ma il vecchio 
eremita avrebbe dovuto attendere settimane, forse mesi, forse avrebbe dovuto aspettare la fine 


dellinverno, quando i sentieri chiusi dalla neve riaprono: senza cedere al desiderio, senza mai farsene 
un cruccio, accettando che tutto  impermanente, tutto  passeggero. Mesi per avere un paio di occhiali 
e poter leggere con gioia i suoi libri ingialliti dal tempo e dal fumo. 

Guardavo i miei occhiali e mi parevano un tesoro. Leggevo molto, ma senza digerire, senza 
ricordare. Col solo piacere del momento. Leggevo libri di poesia e poi come a diciotto anni, in 
sanatorio, ero vissuto con La montagna incantata, anche ora leggevo racconti di malattia: William Styron e 
la sua depressione, Norman Cousins e la spondilite anchilosante che lui si cura con una personalissima 
terapia a base di risate e grandi dosi di vitamina C. 

Il sole. Tutta la vita ho adorato stare al sole, in cima ai monti, al mare, ai tropici o in riva al Mekong. 
Ora mi veniva automatico scegliere, duna strada, il marciapiede che era allombra. Evitavo il sole come 
la peste. La mia aggiustatrice, la dottoressa Portafortuna, spiegandomi che la chemioterapia avrebbe 
irreversibilmente danneggiato il sistema di pigmentazione della mia pelle, non aveva lasciato dubbi di 
sorta: Lei non dovr mai, mai pi prendere il sole in vita sua. Io avevo sorriso e lei, pensando che 
volessi dire: Va bene. Staremo a vedere, aveva aggiunto in quel suo modo apparentemente sadico, ma 
in fondo premuroso: Signor Terzani, lei stia al sole e il suo cervello frigger. 

La cosa pi strana era che anche il mio carattere mi pareva mutasse. Ero diventato titubante nel 
prendere decisioni, mi sentivo fragile, vulnerabile. Quei liquidi avevano il potere di cambiare le mie 
disposizioni danimo. Per tutta la vita, a dispetto di Angela che li odia, mi son sempre divertito a vedere 
film dellorrore, quelli con le porte che cigolano e gli assassini in agguato in castelli abitati da fantasmi. 
Con la chemioterapia quel piacere era finito: mi facevano paura. Impossibile guardarne uno anche per 
pochi minuti. 

La mia mente diventava sempre pi ottusa, ma anche pi calma. E questo era un grande piacere. 
Allinizio della terapia ero psicologicamente molto instabile: un pensiero negativo che mi veniva in testa 
diventava presto una tempesta, ogni voce mi pareva un grido, la difficolt di uno scalino mi appariva 
quella di una montagna. Una semplice conversazione con qualcuno mi lasciava scosso, non per quel 
che era stato detto, ma perch avevo limpressione di essere come un barile pieno a met: una volta 
toccato, continuavo a sciaguattare e a sciaguattare. 

Con la meditazione avevo imparato che, per acquietare la mente, la cosa importante non  resistere 
ai pensieri che insorgono, ma prenderne coscienza, accettare che ci sono:  pi facile che se ne vadano 
cos piuttosto che cercando di cacciarli. Volevo fare lo stesso con quello stato danimo iniziale, e 
lentamente, forse anche grazie al ridursi delle forze fisiche, riuscii a trovare uno strano, precario, ma 
piacevolissimo equilibrio. Persino i sogni mi diventarono leggeri, distesi, senza angosce, come in fondo 
ero diventato io che li sognavo. 

A volte, alzandomi, la mattina sentivo in agguato lombra della depressione. Ma era solo una 
sfumatura scura che presto passava, non quellorribile buco nero nel quale mi pareva di cadere ogni 
giorno in Giappone, mai quel peso del mondo sulle spalle, quella ossessione di inutilit. Ora era 
piuttosto un senso di distanza che mi rendeva il mondo irrilevante, non pi tanto interessante da volerci 
vivere dentro. Cos, anche il cancro non era affatto un dramma. Un giorno, in un film alla televisione 
sentii una frase su cui in altri tempi non mi sarei soffermato: So che morir, ma non so quando, e 
questo mi uccide. La notai e mi venne da sorridere. Una diversa versione della famosa battuta di 
Woody Allen: Morire? Non mi preoccupa. Vorrei solo non esserci quando avviene. 

Un altro aspetto interessante di quel mio nuovo stato era il diverso rapporto che avevo col tempo. 
Affascinato, come sono sempre stato, dalla ricca certezza del passato, e confuso dallincertezza del 
futuro con le sue troppe possibilit, avevo preso il presente solo come materiale di cui godere una volta 
che fosse diventato passato. E cos, il presente mera spesso sfuggito. Adesso non pi. Godevo del 
presente, ora per ora, giorno dopo giorno, senza troppe aspettative, senza piani. 

Se ero stanco, dormivo, leggevo, guardavo semplicemente fuori dalla finestra. Godevo di quella mia 
esistenza miniaturizzata, come se tutto quel che succedeva fuori da quelle quattro mura non avesse 


sapore, odore, come se tutto il resto non avesse alcuna importanza. Leggevo il New York Times, che 
ogni mattina veniva infilato sotto la mia porta, con lo stesso distacco con cui lavrebbe letto una 
formica o unape. Il mondo di cui parlava mi era lontanissimo. 

In ogni paese avevo avuto un mio modo di leggere i giornali. In Cina cominciavo con leditoriale, 
perch avevo imparato che l erano le novit. In Giappone, dove mi ero messo a giocare in Borsa, 
leggevo innanzitutto le pagine economiche. A New York mi scoprii a guardare con curiosit le pagine 
che non esistono pi nei giornali europei: quelle dei necrologi, gli articoli con cui la comunit ogni 
giorno fa il bilancio delle persone, note nel bene o nel male, che hanno lasciato questo mondo. Era un 
modo per rendermi conto che la differenza fra i miei cinquantanove anni e quelli dei morti dopo una 
lunga malattia, a causa di un infarto o dopo aver perso la sua battaglia col cancro non era tanta. A 
volte, anzi, nessuna. 

Mi incuriosiva linsistenza giornalistica con cui la morte di ognuno veniva attribuita a una causa 
specifica. Di nessuno si scriveva:  morto perch  nato. 

Anche nei giorni di grande stanchezza -il decimo dopo il bombardamento era il peggiore -facevo di 
tutto per mantenere la routine che mi ero imposto come segno del mio non mollare. Ci sono ammalati 
che smettono di lavarsi i denti, di pettinarsi, come se niente pi valesse la pena o come se quel corpo, 
causa di tutti i malanni, non potesse essere pi amato e diventasse oggetto di disprezzo e di odio. Non 
volevo essere di quelli. Per cui: passeggiata a Central Park, mezzora immobile sotto un albero, un po 
di ginnastica, colazione, liniezione nella pancia. E poi una camminata pi lunga possibile, anche di 
cinquanta strade: avanti e indietro a passo svelto, finch ce la facevo. Quello, anche se a volte stentavo 
a riconoscerlo, era dopo tutto il solo corpo che avevo e tenerlo in esercizio era il meglio che potessi 
fare. 

Cerano giorni in cui, rientrato a casa, ero cos stanco che non riuscivo neppure ad accendere il 
computer per mandare ad Angela quel messaggio quotidiano che era uno dei miei legami pi autentici 
col mondo. Il solo a cui veramente ancora tenevo. La decisione di passare questo periodo da solo, 
lontano dalla famiglia, senza nessuno accanto di cui avrei goduto, ma di cui avrei anche dovuto tener 
conto, era stata istintivamente saggia. Non avevo da preoccuparmi delle preoccupazioni altrui e potevo 
concentrare meglio tutte le mie energie, tutta la mia attenzione. 

Come un vecchio veliero che, cercando di non andare a fondo in mezzo a una tempesta, butta a 
mare tutta la zavorra -le casse della polvere, i barili del rum e tutto quel che prima era sembrato 
indispensabile -, io riducevo allessenziale i rapporti umani e tagliavo via tutti i legami inutili, quelli 
tenuti per abitudine, per opportunismo, o per semplice cortesia. 

Il mio era diventato un mondo di silenzi, di ore vuote, di piccoli gesti, di rigiri inutili, di uninstabile 
pace mantenuta tenendo a bada ogni soffio dei tanti venti che si agitavano fuori da quelle belle finestre. 
Passavo ore a guardare il mutare di un grattacielo nellEast Side: nero allalba, come un birillo contro il 
cielo arancione e terso, grigio poi nella grande luminosit del giorno, splendido come un cero ardente la 
sera, quando, appena dopo il tramonto, gli si accendevano i piani alti, come volesse diventare una torcia 
per rischiarare le mie notti a volte insonni. 

Cerano giorni che passavano senza che dicessi o sentissi una sola parola, e quasi non riuscivo a dare 
il buongiorno o la buonasera al portiere dominicano di turno quando uscivo per la mia passeggiata 

o per andare a fare la spesa. 
Godevo di una testa che era sempre pi vuota, di un cuore che era sempre meno conflittuale e di 
quel tempo che passava cos velocemente come mai prima. Per giunta, senza darmi angosce di inutilit 
e sensi del dovere. Non avevo nulla da fare, nulla da sognare, nulla da sperare, tranne stare l dovero: in 
silenzio. Adoravo questo non dover parlare, non dover andare a cena o a pranzo con qualcuno, non 
dover ricorrere alla parte che avevo fatto tutta la vita. Che gioia non dover recitare lo stesso repertorio! 
Quante chiacchiere ho fatto! Quanta gente, tornando da un viaggio, ho intrattenuto a cena con storie e 
impressioni che andavano via come le bottiglie di vino! Ce lavevo con lessere stato giornalista, con 


quella continua necessit di farsi accettare da un ministro o da un presidente per avere unintervista, da 
un ambasciatore per ottenere un visto per il suo inospitale paese. Mi pareva che la professione mi 
avesse deformato: sempre quel mettere il piede nella porta, ingraziarsi, essere ricordato, accettato, quel 
raccogliere informazioni, aneddoti o semplicemente una citazione con cui rimpinzare un articolo! Era 
finalmente finita. Quel Tiziano Terzani (quel me l) non cera pi, finalmente bruciato via dal bel liquido 
rosso fosforescente della chemio. 

Non dovevo pi fare telefonate, non dovevo pi andare a una qualche colazione di lavoro! Che 
assurda abitudine, questa nostra, di socializzare, conoscere gente, o lavorare mangiando! Perch, se si 
ha bisogno di vedere qualcuno o di conoscere una nuova persona, lo si deve fare biascicando qualcosa? 
Perch non facendo una passeggiata lungo un fiume o andando assieme a giocare a bocce? 

Avevo cominciato Un indovino mi disse scrivendo: Una buona occasione nella vita si presenta sempre. 
Il problema  saperla riconoscere. Nel 1993 lavevo riconosciuta nella profezia che mi voleva morto in 
un incidente aereo se avessi volato -e non volai. Mi pareva che il cancro fosse unaltra buona 
occasione. Avevo spesso scherzato dicendo che il mio sogno era quello di chiudere la mia bottega 
giornalistica, tirare gi il bandone e metterci il cartello Sono fuori a pranzo. Cero finalmente riuscito. 
Ero ormai definitivamente fuori a pranzo. Quel cancro era come se me lo fossi andato a cercare. 

Presto diventai fisicamente come Marlon Brando in Apocalipse Now e proprio come lui mi sentivo 
una lumaca che scivola lungo il filo del rasoio. Ero obbiettivamente orripilante, ma mi costrinsi a 
dirmi che non ero poi cos male, che ero in forma e questo, ne sono certo, mi fece bene davvero. 
Entravo in ospedale tenendomi il pi dritto possibile e sorridendo. A chiunque mi chiedesse come 
stavo rispondevo: Meravigliosamente, e il sorriso divertito di chi non era costretto a compiangermi e 
poteva risparmiarsi le solite banalit vagamente consolatorie contribuiva a farmi star meglio. Daltro 
canto che alternative avevo, a parte quella di fare o non fare la vittima? Per istinto preferivo non farla. 

Visto che mi capitava, tanto valeva che facessi buon uso di quellesperienza. Per ricordarmelo mero 
attaccato sul tavolo, dove ogni giorno cercavo di tenere il mio diario, i versi di un monaco zen coreano 
del secolo scorso: 

Non chiedere di avere una salute perfetta 
Sarebbe avidit 
Fai della sofferenza la tua medicina 
E non aspettarti una strada senza ostacoli 
Senza quel fuoco la tua luce si spegnerebbe 
Usa della tempesta per liberarti. 


Cominciai a prendere quel malanno come un ostacolo messomi sul cammino perch imparassi a 
saltare. La questione era se ero capace di saltare in su, verso lalto, o solo di lato o, peggio ancora, in gi. 
Forse cera un messaggio segreto in questa malattia: mera venuta perch capissi qualcosa! Arrivai a 
pensare che quel cancro, inconsciamente, lavevo voluto io. Da anni avevo cercato di uscire dalla 
routine, di rallentare il ritmo delle mie giornate, di scoprire un altro modo di guardare le cose: di fare 
unaltra vita. Ora tutto quadrava. Anche fisicamente ero diventato un altro. 

Vestito con una tuta da ginnastica, le scarpe da tennis, un berretto di lana e i guanti, mi aggiravo per 
la citt divertendomi a immaginare tutti i colleghi che avrei potuto incontrare e che cos non mi 
avrebbero riconosciuto. Avrei potuto benissimo fermarmi a un angolo di strada, tendere la mano e 
ripetere uno di quei ritornelli che sentivo ogni giorno: Ehi, fratello, hai degli spiccioli che ti 
avanzano?, Sono un veterano del Vietnam. Mi vuoi aiutare? Sono sicuro che, se lavessi fatto, il 
caporedattore di Der Spiegel in visita a New York per gli acquisti di Natale mi avrebbe distrattamente 
dato una moneta da venticinque centesimi, senza rendersi conto che ero io. 


Io? Quale io? Non certo quello che uno dei miei pi vecchi amici -uno dei pochi che sapeva perch 
ero a New York -aveva conosciuto e visto regolarmente per trent'anni. Era appena arrivato da Hong 
Kong ed era sceso allEssex House, un albergo sullo stesso marciapiede e a due passi da casa mia. Ti vengo incontro. Cammina in direzione del Columbus Circus, gli avevo detto al telefono. Io, da lontano, lo vidi subito, ma lui non vide me. Mi pass accanto, mi sfior e continu a guardare avanti, cercando di riconoscermi fra la gente che veniva verso di lui. 
...
.
...
LA DOPPIA LUCE DELLA CITT.
...
.
...
In India si dice che lora pi bella  quella dellalba, quando la notte aleggia ancora nellaria e il giorno non  ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra e luce non  ancora netta e per qualche momento luomo, se vuole, se sa fare attenzione, pu intuire che tutto ci che nella vita gli appare in contrasto, il buio e la luce, il falso e il vero non sono che due aspetti della stessa cosa. Sono diversi, ma non facilmente separabili, sono distinti, ma non sono due. Come un uomo e una donna, che sono s meravigliosamente differenti, ma che nellamore diventano Uno. 

Quella  lora in cui in India -si dice -i rishi, coloro che vedono, meditano solitari nelle loro 
remote caverne di ghiaccio nellHimalaya caricando laria di energie positive e permettendo cos anche ai principianti di guardare, appunto in quellora, dentro di s, alla ricerca della spiegazione di tutto. 

Non so dove meditassero i rishi americani, ma lalba era anche per me a New York lora pi bella, 
quella in cui davvero laria mi pareva pi carica di qualcosa di buono e di speranza. Certo era cos 
perch i primi, rassicuranti bagliori del nuovo sole scioglievano, specie per un ammalato, le paure della 
notte, ma anche perch, affondata ancora in un relativo silenzio, la citt, senza le folle dei suoi abitanti, 
era al suo poetico meglio: con le cartacce che svolazzavano come gabbiani per le grandi, dritte strade 
deserte, qualche raro taxi che lentamente andava in cerca di un primo cliente, e i barboni ancora 
raggomitolati nelle loro coperte sui bocchettoni di sfiato della metropolitana. Misteriosi buchi qua e l 
nellasfalto soffiavano in aria strane colonne di vapore bianco, come fossero le narici dei draghi ancora 
addormentati nelle viscere calde di quello straordinario cuore di New York che  Manhattan. 

Nella doppia luce di quellora la citt stessa sembrava meditabonda, raccolta su di s, concentrata sul 
suo essere, prima di diventare il campo di battaglia delle infinite guerre che ogni giorno si celebrano 
sulle scrivanie e nei letti dei suoi palazzi, ai tavoli dei suoi ristoranti, per le strade e nei suoi parchi: 
guerre di sopravvivenza, di potere, di avidit. 

New York mi piaceva moltissimo. Adoravo, quando ero in forze, attraversarla in lungo e in largo, a 
piedi, a volte per ore di seguito. Ma mi era anche impossibile in certi momenti non sentire il carico di 
lavoro, di dolore e sofferenza che ogni suo grattacielo rappresentava. Guardavo il Palazzo delle Nazioni 
Unite e pensavo a quante parole e quante menzogne, a quanto sperma e quante lacrime venivano 
versate nellinutile tentativo di gestire una umanit che non pu essere gestita, perch il solo principio 
che la domina  quello dellingordigia e perch ogni individuo, ogni famiglia, ogni villaggio o nazione 
pensa solo al suo e mai al nostro. Camminavo davanti al Plaza Hotel, passavo davanti al Waldorf Astoria, 
i grandi, famosi alberghi di New York, dove sono scesi e scendono ancora i dittatori, i capi di stato e di 
governo, le spie e i rispettabili assassini di mezzo mondo, e ripensavo alle decisioni prese, ai complotti 
che, orditi in quelle stanze, hanno cambiato i destini di vari paesi rovesciandone i regimi, uccidendone 
gli oppositori o facendo sparire nel nulla qualche dissidente prigioniero. 

Guardavo le insegne delle banche, le bandiere che sventolavano sugli edifici delle grandi societ di 
varie nazionalit e di vari intenti, ma tutte, immancabilmente, con radici qui, e immaginavo come 
qualche signore incravattato -uno per il quale nessuno ha votato, del quale i pi non han mai sentito 
pronunciare il nome, uno che sfugge al controllo di tutti i parlamenti e di tutti i giudici del mondo avrebbe 
da l a qualche ora deciso, in nome del sacrosanto principio del profitto, di ritirare miliardi di 
dollari investiti in un paese per metterli in un altro, condannando cos intere popolazioni alla miseria. 

La razionale follia del mondo moderno era tutta concentrata l, in quei pochi, meravigliosi, vitali 
chilometri quadrati di cemento fra lEast River e lHudson, sotto un cielo terso, sempre pronto a 
riflettere lincrespato splendore delle acque. Quello era il cuore di pietra del dilagante, disperante 
materialismo che sta cambiando lumanit; quella era la capitale di quel nuovo, tirannico impero verso il 


quale tutti veniamo spinti, di cui tutti stiamo diventando sudditi e contro il quale, istintivamente, ho 
sempre sentito di dovere, in qualche modo, resistere: limpero della globalizzazione. 

E proprio l, l nel centro ideologico di tutto quel che non mi piace, ero venuto a chiedere aiuto, a 
cercare salvezza! E non era la prima volta. A trent'anni cero arrivato, frustrato da cinque anni di lavoro 
nellindustria, per rifarmi una vita come la volevo. Ora cero tornato per cercare di guadagnare tempo 
sulla scadenza di quella vita. Anche la prima volta avevo sentito forte la profonda contraddizione fra la 
naturale gratitudine per ci che lAmerica mi dava -due anni di libert pagata per studiare la Cina e il 
cinese alla Columbia University per prepararmi a partire da giornalista in Asia -e il disprezzo, il 
risentimento, a volte lodio, per ci che lAmerica altrimenti rappresentava. 

Quando nel 1967 Angela e io, entusiasti, sbarcammo a New York dalla Leonardo da Vinci che ci 
aveva presi a bordo una settimana prima a Genova, lAmerica cercava, con una guerra sporca e impari, 
di imporre la sua volont a un misero popolo asiatico armato solo della sua cocciutaggine: il Vietnam. 
Ora lAmerica, con una ben pi sofisticata, meno visibile e per questo meno resistibile aggressione, 
stava cercando di imporre al mondo -assieme alle sue merci -i suoi valori, le sue verit, le sue 
definizioni di buono e di giusto, di progresso e di terrorismo. 

A volte, vedendo entrare e uscire dai grandi, famosi edifici della Quinta Strada o di Wall Street 
eleganti signori con le loro piccole valigette di bel cuoio, mi veniva il sospetto che quelli fossero gli 
uomini da cui bisognava guardarsi e proteggersi. In quelle borse, camuffati come progetti di sviluppo, 
cerano i piani per dighe spesso inutili, per fabbriche tossiche, per centrali nucleari pericolose, per 
nuove, avvelenanti reti televisive che, una volta impiantate nei paesi a cui erano destinate, avrebbero 
fatto pi danni e pi vittime di una bomba. Che fossero loro i veri terroristi? 

Con le strade che si popolavano subito dopo lalba, New York perdeva ai miei occhi la sua aria 
incantata e a volte mi appariva come una mostruosa accozzaglia di tantissimi disperati, ognuno in corsa 
dietro a un qualche sogno di triste ricchezza o misera felicit. 

Alle otto la Quinta Strada, a sud di Central Park, a un passo da casa mia, era gi piena di gente. 
Zaffate di profumi da aeroporto mi riempivano il naso a ogni donna che, correndo col solito cartoccio 
della colazione in mano, mi sfiorava per entrare in uno dei grattacieli. Che modo di cominciare una 
giornata! Pensavo ai fiorentini che entrando al Bar Petrarca di Porta Romana non ordinano 
semplicemente un caff, ma un caff alto, o uno macchiato, uno in bicchiere o in tazza, un 
cappuccino cremoso senza schiuma o un cuore di caff in vetro e pensavo anche al giovane 
Francesco che fa attenzione ai gusti di tutti. Per i pi, a New York, il caff  una brodaglia acida messa 
in un bicchiere di carta con un coperchio di plastica a forma di ciuccio per poterla sorbire, ancora 
scottante, camminando. 

La folla a quellora era di gente per lo pi giovane, bella e dura: una nuova razza cresciuta nelle 
palestre e alimentata nei Vitamin-shops. Alcuni uomini pi anziani mi pareva di averli gi visti in 
Vietnam, allora ufficiali dei marines, e ora, sempre dritti e asciutti nelluniforme di businessman, sempre 
ufficiali dello stesso impero, impegnati a far diventare il resto del mondo parte del loro villaggio 
globale. 

Quando stavo a New York la citt non era ancora stata ferita dallorribile attacco dell11 settembre e 
le Torri Gemelle spiccavano snelle e potenti nel panorama di Downtown, ma non per questo, anche 
allora, lAmerica era un paese in pace con se stesso e col resto del mondo. Da pi di mezzo secolo gli 
americani, pur non avendo mai dovuto combattere a casa loro, non hanno smesso di sentirsi, e spesso 
di essere, in guerra con qualcuno: prima col comunismo, con Mao, con i guerriglieri in Asia e i 
rivoluzionari in America Latina; poi con Saddam Hussein e ora con Osama bin Laden e il 
fondamentalismo islamico. Mai in pace. Sempre a lancia in resta. Ricchi e potenti, ma inquieti e 
continuamente insoddisfatti. 

Un giorno, nel New York Times mi colp la notizia di uno studio fatto dalla London School of 
Economics sulla felicit nel mondo. I risultati erano curiosi: uno dei paesi pi poveri, il Bangladesh, 


risultava essere il pi felice. LIndia era al quinto posto. Gli Stati Uniti al quarantaseiesimo! 

A volte avevo limpressione che a goderci la bellezza di New York eravamo davvero in pochi. A 
parte me, che avevo solo da camminare, e qualche mendicante intento a discutere col vento, tutti gli 
altri che vedevo mi parevano solo impegnati a sopravvivere, a non farsi schiacciare da qualcosa o da 
qualcuno. Sempre in guerra: una qualche guerra. 

Una guerra a cui non ero abituato, essendo vissuto per pi di venticinque anni in Asia, era la guerra 
dei sessi, combattuta in una direzione soltanto: le donne contro gli uomini. Seduto ai piedi di un grande 
albero a Central Park, le stavo a guardare. Le donne: sane, dure, sicure di s, robotiche. Prima 
passavano sudate, a fare il loro jogging quotidiano in tenute attillatissime, provocanti, con i capelli a 
coda di cavallo; pi tardi passavano vestite in uniforme da ufficio - tailleur nero, scarpe nere, borsa nera 
con il computer -, i capelli ancora umidi di doccia, sciolti. Belle e gelide, anche fisicamente arroganti e 
sprezzanti. Tutto quello che la mia generazione considerava femminile  scomparso, volutamente 
cancellato da questa nuova, perversa idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle 
donne delle brutte copie degli uomini. 

Folco, mio figlio, anche lui cresciuto in Asia, mi aveva raccontato che, pochi giorni dopo essere 
arrivato da studente alla New York University Film School, aveva cercato di aprire la porta di unaula 
per lasciar passare una sua compagna e quella lo aveva freddato, dicendo: Ehi, tu, credi che io non sia 
capace di aprire questo cazzo di porta da sola? Avevo pensato che fosse uneccezione. No. Era la 
regola. E pi le donne sviluppano muscoli e arroganza, pi gli uomini si fanno impauriti e titubanti. Se 
sono necessari per concepire un figlio, capita loro di essere convocati per la bisogna e rimandati a casa 
dopo luso. Il risultato? Una grande infelicit, mi sembrava, specie se quello che mi capitava di osservare 
in silenzio, da sotto lalbero o dalla mia finestra, era il secondo atto della stessa storia: tante donne sole, 
sui quaranta, cinquantanni, molte con la sigaretta in bocca, a portare a spasso un cane che mi pareva 
avesse il nome di un qualche loro uomo che non cera pi. Bill, vieni qui da me, No, Bill, non 
traversare la strada da solo, Avanti. Bill, vieni, ora andiamo a casa. Erano le stesse donne che anni 
prima correvano per costruirsi dei bei corpi, ora comunque attempati; le stesse donne che avevano 
investito la loro giovent nel preteso sogno di una libert guerriera, finita ora in solitudine, piccoli tic, 
tante rughe e, almeno per me che osservavo, in una pesante malinconia. 

Mi venivano spesso in mente le donne indiane, ancora oggi cos femminili, cos diversamente sicure 
di s, cos pi donne a quaranta o cinquantanni che a venti. Non atletiche, ma naturalmente belle. 
Davvero, laltra faccia della luna. E poi, le donne indiane, come le europee della generazione di m a 
madre, mai sole; sempre parte di un contesto familiare, parte di un gruppo, mai abbandonate a se 
stesse. 

Dalla finestra assistevo spesso a un vero e proprio trasloco: una ragazza che, da una qualche altra 
parte dAmerica, arrivava a New York con tutta la sua vita in una borsa. La immaginavo leggere gli 
annunci economici di un giornale, trovarsi una camera daffitto, una palestra in cui fare aerobica e un 
impiego davanti allo schermo di un computer. La immaginavo nella pausa pranzo, andare in un salad 
bar a mangiare, in piedi, con una forchetta di plastica, verdure biologiche messe con delle pinze in una 
vaschetta con coperchio e pagate a peso. E la sera? Un corso di Kundalini Yoga che promette di 
risvegliare tutte le energie sessuali per quellatto un tempo potenzialmente divino e ora ridotto, nel 
migliore dei casi, a una prestazione sportiva a punteggio: John batte Bob quattro a due. 

Alla fine anche quella ragazza, attratta come una falena dalle luci di New York, sarebbe finita nel 
grande fal di umanit che ricarica in continuazione di energia vitale questa particolarissima citt. Fra 
dieci, ventanni potr toccarle di essere una di quelle tristissime donne che osservavo, silenziose e 
impaurite, senza un amico o un familiare, aspettare nelle poltroncine dellMSKCC di essere operate o di 
avere il responso di un qualche preoccupante esame. 

Forse, a vivere da soli si perde il senso della misura. A star zitti, in compenso, si diventa pi sensibili 


allascolto. Mi capitava cos, camminando, di cogliere spezzoni di discorsi, battute che poi mi restavano 
nelle orecchie per ore. La gente mi pareva parlasse soprattutto di soldi, di problemi, di conflitti. La 
maggior parte delle conversazioni mi sembravano litigi, le parole sempre cariche di tensione, di 
aggressivit. 

 rivoltante, semplicemente rivoltante.  come un bambino, dice una donna. Parla forse del 
marito. Comunque non sapevo che i bambini fossero rivoltanti. Una volta tornai a casa con in testa la 
parola feroce: lavevo sentita in tre diversi discorsi. La cosa pi carina fu una mattina, quando sentii 
uno dei giardinieri del Central Park che, concludendo due chiacchiere con qualcuno, che non vedevo 
perch era dietro una siepe, gli diceva:  e mi raccomando, abbi cura del bimbo. Il bimbo di cui 
quello doveva occuparsi era il canino che teneva al guinzaglio. 

A prima vista c qualcosa di accattivante, di caloroso negli americani. Il funzionario 
dellimmigrazione che controll il mio passaporto e la scheda di ingresso quando arrivai allaeroporto 
mi chiese che cosa ero venuto a fare negli Stati Uniti. Per curarmi di un cancro, gli risposi. Mi guard 
con simpatia. Buona fortuna, disse e, gentile, mi stampigli un normale visto di tre mesi con 
laggiunta di un partecipe sorriso. 

Presto per ci si rende conto che questa immediatezza, questo amichevole, quasi familiare modo di 
relazionare  solo una tecnica, una sorta di trucco che ogni americano conosce e di cui nessuno si 
meraviglia pi. In verit, ogni rapporto  motivo di sospetto e la vita  un continuo proteggersi da 
qualcuno o qualcosa. Nei grandi magazzini, ogni fazzoletto in vendita ha attaccato un aggeggio 
elettronico che, se non viene disattivato alla cassa, fa azionare il sistema di allarme alle porte di uscita. 
Librerie, negozi di dischi e di abbigliamento sono costantemente sotto il controllo di guardie in 
borghese che si aggirano con un auricolare allorecchio come fossero gli agenti segreti assegnati alla 
protezione del Presidente. Ogni transazione  oggetto di meticolosi controlli perch il sospetto  che 
ognuno sia un impostore e che la carta di credito con cui si paga sia rubata. Cerano negozi nei quali 
entravo per uscirne immediatamente perch mi si chiedeva di consegnare il mio modesto sacchetto 
indiano di stoffa che, evidentemente, si supponeva volessi riempire di refurtiva. 

Una societ i cui membri hanno una profonda sfiducia gli uni degli altri e dove non esiste una 
coscienza di valori comuni a tutti -valori sentiti ancor prima che scritti -deve ricorrere continuamente 
alla legge e ai giudici per regolare i suoi vari rapporti. Cos  lAmerica: tutte le relazioni sociali, anche le 
pi intime, sono ormai vissute nel timore di una possibile azione legale. La minaccia  costante e gli 
avvocati sono diventati lo spauracchio dogni legame: damicizia, damore, di collaborazione o di 
fiducia. Un nuovo, americanissimo modo per far soldi  denunciare una grande azienda per 
discriminazione razziale, il proprio capo per molestie sessuali, il proprio amante per stupro, il proprio 
medico per negligenza. 

Allospedale, prima di ogni esame, dovevo firmare dei fogli che scaricavano listituzione di ogni 
responsabilit in caso di incidente. Prima dellendoscopia, ad esempio, dovevo guardarmi un video in 
cui, fra le altre cose, si spiegava qual era, in percentuale, il rischio che non mi risvegliassi dallanestesia. 
Lei ha capito, vero? Firmi qui, per favore, diceva, consapevole dellassurdit, linfermiera di origine 
italiana che poi, per farmi sentire a mio agio, mi cantava Volare mentre le prime gocce di quel magico 
intruglio di sonniferi mi facevano addormentare, felice di essere l su un lettino pulitissimo, in mezzo a 
gente esperta, efficiente e superaddestrata. Anche loro frutto di quella societ contro la quale a volte, fra 
me e me, mi accanivo cos tanto e alla quale mi ero ora affidato per sopravvivere. 

Non ero il solo a essere venuto in America in cerca di una qualche salvezza. Dovunque mi voltassi 
cera un compagno di questo cammino della speranza. I portieri del mio edificio erano tutti immigrati: i 
vecchi eran venuti da Santo Domingo, il pi giovane dal Kosovo. Il giornalaio allangolo era pakistano, 
il padrone del negozio di frutta coreano, il ragazzo che stava fuori dal negozio al freddo a vendere i fiori 


era dellEcuador. I taxi che prendevo per andare allospedale quando il mio corpo era in ritardo per i 
suoi appuntamenti, o quando pioveva a dirotto e lui non poteva rischiare un raffreddore attraversando 
Central Park, erano tutti guidati, quasi senza eccezione, da neoimmigrati. Bastava guardare la targhetta 
con foto e nome che ogni guidatore  obbligato a esporre allinterno della macchina. Molti erano 
haitiani -felicissimi se si riconoscono subito per tali e si parla loro in francese -, altri del Bangladesh, 
alcuni africani -importantissimo non prenderli per neri americani -o ebrei russi. Questi ultimi erano almeno 
per me -di gran lunga i pi interessanti. Ci ero in qualche modo affezionato. Li avevo 
conosciuti nellAsia Centrale al momento in cui limpero sovietico andava a pezzi, le varie repubbliche 
diventavano indipendenti e loro, trattati come cittadini di seconda classe sia prima che poi, non 
avevano che una aspirazione: emigrare in Israele o negli Stati Uniti. 

Quando  arrivato dalla Russia? chiedo a uno. 

Non dalla Russia, dalla ex Unione Sovietica io vengo dalla Moldavia, noi siamo europei. 

Come si trova qui? Le piace lAmerica? 

Mi guarda nel retrovisore per essere sicuro che non sta per fare una gaffe: 

LAmerica? LAmerica  un gulag, un campo di lavoro con buon cibo. Se lo dico agli americani 
alcuni si offendono, ma cosa posso farci: sono americani loro e ora sono americano anchio. 

Aveva cercato di emigrare gi nel 1979, ma solo nel 1991  riuscito a partire. Vive a Brighton Beach 
a Brooklyn. Prima, quello era un quartiere nero dove persino il McDonalds aveva dovuto chiudere; ora 
 un quartiere in piena espansione. Gli abitanti sono quasi esclusivamente ebrei di origine russa, coi loro 
negozi, i loro ristoranti, le loro sinagoghe. 

Nella ex Unione Sovietica, come insiste a chiamarla, faceva il businessman. Compravo dei mobili 
per ventimila rubli e li rivendevo per cinquantamila: un paio di scarpe a ottanta rubli e le rivendevo a 
centoventi. E tutto senza tasse sulla vendita, senza tasse sul reddito. Questo era il bello dellex Unione 
Sovietica: non cerano tasse. Quel che facevo era pericoloso, rischiavo sempre la galera, ma sono 
riuscito a starne fuori. L ero libero. Qui mi dicono che sono libero, ma nessuno  libero in America, 
nemmeno il Presidente. Dicono che sono libero finanziariamente. Non  vero. Questo taxi dicono che 
 mio, ma in verit  delle banche. Siamo tutti schiavi dei manager che a loro volta sono schiavi di 
qualcun altro. 

Nella ex Unione Sovietica, una donna faceva un figlio? Stava a casa per mesi. Qui, mia moglie due 
settimane dopo il parto  stata chiamata dal suo capo ed  dovuta tornare al lavoro: dopo due 
settimane! Sono grato agli Stati Uniti che mi hanno fatto anche cittadino, cos ho evitato la guerra civile 
del 1994; ho evitato di essere ammazzato e ho evitato di ammazzare, ma quella che faccio qui non  
vita. Ieri sono partito da casa alle sei del mattino e son tornato alle nove e mezzo di sera per ripartire 
stamani alle sei. Avrei fatto meglio a dormire in macchina. 

E non sono il solo: qui tutti vivono cos, anche i ricchi che stanno dove sta lei o in Park Avenue. Lo 
so, perch sono io a portarli in ufficio. Chiamano il taxi e quando salgono non riescono neppure a 
chiudere la portiera perch in una mano hanno un bicchiere di carta col caff e nellaltra un bagle, un 
panino. Quando mi dicono dove li devo portare non li capisco perch mi parlano con la bocca piena. 

Quando scendono hanno ancora tutte e due le mani occupate e non riescono a chiudere la portiera. 
Nellex Unione Sovietica avevamo tempo di stare con la famiglia, di fare lunghe passeggiate, di 
chiacchierare con gli amici. Qui riesco a prendere al massimo dieci giorni di ferie allanno, ma anche 
allora non mi riposo perch so che, mentre son via, la cassetta della posta continua a riempirsi di conti 
da pagare. 

Dalla fine dellUnione Sovietica, nel 1991, oltre mezzo milione di ebrei sono arrivati negli Stati Uniti, 
moltissimi a New York. Per lo pi si tratta di persone qualificate. Il segreto della grande vitalit 
dellAmerica, e in particolare di New York,  tutto qui: sempre una nuova ondata di immigranti disposti 
a grandi sacrifici per farcela. Negli anni Trenta e Quaranta sono arrivati gli ebrei tedeschi ed europei; 
poi i cinesi, i coreani, i vietnamiti; ora di nuovo i cinesi e gli indiani e ancora gli ebrei, questa volta 


dellex Unione Sovietica. 

Per un immenso paese i cui pochi abitanti originari -i pellirossa -furono metodicamente spossessati 
e massacrati, limmigrazione  stata una necessit congenita; la multietnicit una ovvia conseguenza.  
curioso che questi fatti, in parte dovuti a un vero e proprio genocidio, vengano ora presentati come 
esemplari, come una virt, e che gli Stati Uniti propagandino, sulla base di questa loro particolarissima 
esperienza, il mito della societ del futuro come una societ globalizzata, multirazziale, multiculturale: 
un pot-pourri mondiale che, rinnovandosi in continuazione, garantirebbe vitalit e sviluppo. 

La verit  che non ci sono ricette globali per i problemi dei popoli e che le migliori soluzioni sono 
sempre quelle che tengono di conto delle condizioni locali. Ci che va bene in America non va 
necessariamente bene altrove e ci che  nocivo in un posto pu non esserlo in un altro. 

 vero persino nella medicina. Se un abitante di New York mangiasse come uno del Ladakh, 
morirebbe prestissimo dinfarto a causa delle enormi quantit di burro e di una mancanza assoluta di 
frutta e verdura tipica del Nord dell'India. Eppure, in Ladakh le malattie di cuore sono pressoch 
sconosciute perch la gente vive allaria aperta, mangia cibi biologici e non ha bisogno di andare in 
palestra per tenersi in forma. I ladakhi fanno i loro esercizi camminando tantissimo e lavorando, non 
sanno cosa sia lo stress e hanno una grande pace danimo. Hanno anche un loro modo di combattere le 
malattie! A una donna con unepatite, ad esempio, lamchi, il medico-sciamano locale, prescrive una 
cura di forti e intensi rapporti sessuali. Il risultato sorprende anche lantropologa inglese Helena 
Norberg Hodge, che racconta la storia nel suo bel libro, Futuro arcaico: Dopo pochi giorni, la donna era 
notevolmente migliorata. 

Mai come in America mi son sentito europeo, con radici europee e con speranze europee. Ero 
venuto qui per trovare una soluzione al mio problema di salute, ma sentivo che le soluzioni di questo 
paese non erano sempre quelle giuste per i problemi degli altri. 

Limmigrazione mi pareva un caso tipico. Non c dubbio che quello dellimmigrazione sar uno dei 
grandi problemi del futuro per lOccidente, ma lEuropa, con la sua storia e le sue condizioni sociali 
completamente diverse da quelle degli Stati Uniti, farebbe un grande errore se adottasse soluzioni 
americane. 

Pensavo a Luciano, un vecchio amico le cui radici fiorentine vanno indietro di secoli, che un giorno 
diceva: Un po di marocchini, senegalesi, tunisini e albanesi va bene, ma a un certo punto basta. Oh, 
come si fa? Se un giorno c il referendum per buttar gi il Duomo e farci un parcheggio per le 
automobili, quelli votano per buttarlo gi. Il razzismo  soprattutto una questione di numeri e questa 
reazione era tipica. 

Nonostante tutta la retorica sulla societ globale, il problema  tuttaltro che risolto nellAmerica 
stessa. Cosa  successo ai neri americani che ai tempi del mio primo soggiorno, pi di trent'anni fa, 
sembravano finalmente emanciparsi e trovare una loro via per entrare nella corrente della societ? Sono 
sempre pi respinti nei loro ghetti, sempre pi storditi dalla droga, sempre pi emarginati. Ogni nuova 
ondata di immigrazione non fa che ricacciare indietro la popolazione nera. 

Gli immigrati arrivano qui pieni di speranza, disposti a sacrificarsi, a lavorare. LAmerica d loro 
limpressione che potranno farcela. Se non alla prima generazione, alla seconda o alla terza. Non  cos 
per i neri. Per loro sono passate generazioni dopo generazioni e niente  veramente cambiato. Ormai si 
sentono vittime. Non hanno pi speranza e, come malati che non credono pi nella possibilit di 
guarire, si lasciano andare. Sono sfiniti. Al contrario degli immigrati cinesi, indiani o russi, che 
affrontano la scalata sociale ed economica potendo contare sulla rete di salvataggio della loro solida 
famiglia tradizionale, sempre alle spalle, gli afroamericani non hanno pi neppure quel sostegno l. Per 
loro la famiglia non esiste pi: il 75 per cento dei neonati neri sono oggi illegittimi, nascono cio fuori 
dal matrimonio. 

Bastava guardarsi attorno per rendersi conto che, nonostante tutte le pretese di democraticit, quella 


americana  ancora una societ profondamente divisa e ineguale. A volte, certe immagini mi 
ricordavano la Johannesburg dei tempi dellapartheid, dove ero vissuto agli inizi degli anni Sessanta. 
Durante il giorno la citt era tutta bianca: bianca la gente per strada, bianca la gente negli uffici e nei 
negozi. Solo alla sera, quando tutto chiudeva e la vita nel centro finiva, dalle viscere della terra usciva la 
fiumana dei neri che avevano tenuto in funzione il sistema, che avevano spazzato, pulito e che 
prendevano i loro autobus solo per neri per tornare nelle loro townships. Anche a New York era cos: 
certi quartieri della citt, interi tratti e fermate della metropolitana sembravano riservati a questa o 
quella razza, mentre dai portelloni di ferro che lungo i marciapiedi danno accesso ai sotterranei di 
ristoranti e supermercati vedevo uscire solo neri e ispanoamericani con i carichi di spazzatura. Persino il 
panorama umano del mio amato Central Park, meravigliosamente mantenuto da una societ privata di 
signore benestanti che ne hanno rilevata la gestione, cambiava colore a seconda dellora del giorno: 
cominciava quasi esclusivamente in bianco con joggers, ciclisti, padroni di cani, bird-watchers o 
camminatori del mattino, e scuriva progressivamente con la comparsa delle bambinaie nere che, dopo 
le nove, portavano a passeggio i bambini dei genitori bianchi ormai rinchiusi nei loro uffici. 

Una delle pi straordinarie capacit dellAmerica  quella di produrre immagini estremamente 
positive di s, di crederci e di fare in modo che anche gli altri ci credano. Lindustria cinematografica ha 
avuto, in questo, un ruolo determinante. Per gli americani e ormai per gran parte dellopinione pubblica 
di mezzo mondo, la storia americana non  quella che uno pu leggere nei libri, ma quella che uno vede 
nei film. Gli americani sono sempre i nostri che arrivano al momento giusto a salvare la situazione 
contro i selvaggi pellirossa; sono sempre i buoni nella lotta contro i nazisti, i comunisti, i guerriglieri, 
i terroristi o gli alieni. 

Hollywood non rifugge dallaffrontare i tanti problemi della societ americana, ma ha un modo tutto 
suo di presentarli e di risolverli con quel lieto fine che  ideologicamente -e anche commercialmente dobbligo 
per ogni storia. Democrazia, eguaglianza, giustizia sono valori che vengono platealmente 
negati nella realt, ma costantemente riaffermati nella sua rappresentazione. La finzione prende il posto 
della notizia. La propaganda quello della verit. 

In America lindustria della pubblicit e quella delle pubbliche relazioni sono ormai due 
sofisticatissimi sistemi di manipolazione della mente e non c pi nulla, da Dio a un prodotto 
elettronico a una guerra, che non venga abilmente impacchettato e presentato in una qualche 
illusionistica formula di parole o in una qualche scatola lucida e colorata da lanciare sul mercato. La 
verit finisce cos per essere sempre schermata, a volte accantonata, dimenticata come il fatto che gli 
Stati Uniti sono stati il primo e per ora lunico paese a usare la bomba atomica.  cos che ogni 
rivoltante episodio di ingiustizia, di sfruttamento e di violenza finisce regolarmente per avere una 
parvenza di lieto fine, come appunto avviene nei film. Un povero immigrato haitiano viene preso una 
sera da alcuni poliziotti di New York, picchiato, torturato e seviziato con un manico di scopa? Un 
grande avvocato di Los Angeles verr in sua difesa, perch la sua sofferenza non sia stata invano, 
perch questo non succeda mai pi a nessuno. Molto pi probabilmente, perch in ballo ci sono 
milioni e milioni di dollari che la citt di New York finir per pagare al poveretto e al suo avvocato. 

Ogni paese, a chi ci arriva da straniero, si presenta con una sua qualit, una sua caratteristica che 
capita di vedere immediatamente riflessa in qualcosa o qualcuno. In India, per me quel tratto 
caratteristico fu lassurdit, e ricordo come mi colp una storia nel giornale che mi arriv con la 
colazione la mia prima mattina a Delhi, dove ero appena arrivato a metter su casa. Era la storia di un 
uomo che in giovent era diventato famoso ed era riuscito a entrare nel Guinness dei primati -un onore a 
cui gli indiani tengono moltissimo -per aver mangiato pi chiodi, vetri rotti e sassi di chiunque altro al 
mondo e che, ormai vecchio e dimenticato, moriva di fame in un villaggio nello Stato del Bihar e 
chiedeva al governo un sussidio per campare. 

In America, questa volta restavo colpitissimo dalle storie di violenza: un ragazzino di quattordici 
anni, tutto casa, scuola, computer e giochi elettronici, fa amicizia attraverso internet con un signore di 


quarantanni. Quello, dopo varie chiacchierate cibernetiche, un giorno invita il ragazzo a una 
passeggiata e finisce per violentarlo prima da solo, poi assieme a una banda di suoi amici. Il ragazzino si 
confida coi genitori, viene affidato a uno psicoterapeuta, ma un giorno che  solo in casa e alla porta 
bussa un bambino di undici anni, venuto a chiedere soldi per la fiera della scuola, lui lo acchiappa, lo 
violenta, lo strangola, lo mette in una valigia e nottetempo lo va a buttare in un bosco. 

Nel Kentucky, un ragazzino, anche lui di quattordici anni, pallido e smunto, arriva a scuola e con 
due pistole si mette a sparare allimpazzata, uccidendo tre ragazze. Imitava uno che poco prima aveva 
fatto la stessa cosa nel Mississippi. 

In un quartiere periferico di New York, un ragazzo viene arrestato per avere coscientemente 
attaccato lAIDS a decine (cos scrivono i giornali) di sue compagne, alcune giovanissime. Io lo amo 
lo stesso, dichiara una delle vittime. Ha tredici anni. 

I grandi giornali si chiedono che cosa sta succedendo allAmerica, i commentatori dei canali 
televisivi fanno facce contrite, ma basta guardare quel che i vari canali trasmettono per capire lovvio: si 
accende la TV, si pigia il tasto con cui si passa da un programma a un altro, e immancabilmente si casca 
su una scena in cui qualcuno picchia, sbatacchia, ammazza, brucia, strangola o violenta qualcun altro. A 
qualsiasi ora del giorno e della notte! Uno dei soliti studi, che comunque lasciano il tempo che trovano, 
scopre che un bambino americano vede alla TV nel corso di un anno pi di duemila morti ammazzati. 

Ma tutto  parte del progresso.  il prezzo che bisogna pagare in nome di un generale andare avanti. 
Avanti, ma dove? Non viene mai detto. A volte mi pareva di vivere in un mondo sullorlo del disastro, 
mi pareva di stare nel cuore duna sempre pi strana societ, fatta di gente pi mutata di me e che 
stava progressivamente impazzendo. Un giorno lessi che, per neutralizzare i bacilli presenti nella carne 
che gli americani mangiano in quantit spaventose, la carne era sottoposta a radiazioni. Ma non 
lavrebbe, proprio questo, resa ancora pi cancerogena? La domanda non veniva posta. 

Un giorno lessi che una cittadina nello Stato di New York aveva inventato un sistema di telecamere 
installate negli asili, cos che le madri dal computer in ufficio potevano vedere cosa stavano facendo i 
loro bambini e lavorare pi tranquille. Ma non sarebbe stata una soluzione migliore far stare le madri 
coi loro figli? Progresso, questo? 

Anche Freud, alla fine della sua vita, si chiese se le varie conquiste vantate dalluomo fossero 
davvero segni di progresso. In uno degli ultimi saggi, Il disagio della civilt, il vecchio psicanalista 
comincia con lelogiare i progressi della tecnologia che gli danno, ad esempio, la gioia di sentire la voce 
di un figlio lontano migliaia di chilometri. Poi aggiunge: ma se non ci fosse stata linvenzione delle 
ferrovie che portano mio figlio lontano, non avrei avuto bisogno del telefono per ascoltare la sua voce; 
se non fosse stata inventata la nave, non avrei avuto bisogno del telegrafo per avere notizie del mio 
amico che sta dallaltra parte del mondo. 

Guardavo le colonne di fumo che uscivano da alcune gigantesche ciminiere di una centrale elettrica 
sulla via del mio ospedale e pensavo alla immensa fornace umana che, di generazione in generazione, di 
immigrazione in immigrazione, manda avanti in questo paese la straordinaria locomotiva del progresso, 
della modernit e del cancro. Perch  ovvio: gli americani sono i pi grandi esperti di cancro, ma lo 
sono perch, con la loro industria, col loro cibo, coi loro fertilizzanti, le loro armi, con tutto il loro 
modo di vivere, sono anche quelli che ne causano di pi. Pi malati, pi medici, pi esperienza. Per 
questo ero venuto l. 

Cerano giorni in cui, dovunque mi girassi, mi pareva non si parlasse che di cancro. Un volantino 
inserito nel giornale del mattino mi avvertiva che uno dei normali componenti chimici del lavaggio a 
secco era stato dichiarato cancerogeno e che soltanto un nuovo tipo di lavanderia dava garanzie in 
merito. Passeggiavo a Central Park e mi imbattevo in una grande manifestazione con migliaia e migliaia 
di donne impegnate in una Marcia per la cura del cancro al seno. Accendevo la radio e sentivo una 
discussione sui fattori cancerogeni presenti nellaria e nellacqua, e sulle polizze assicurative che uno 
poteva fare per proteggersi in caso di malattia. Andavo allospedale, dove un noto collega, giornalista 


americano, di un anno pi giovane di me, cliente anche lui di quella istituzione, era appena morto, e 
trovavo un messaggio della moglie che voleva incontrarmi perch pensava di aver scoperto qualcosa 
che legava un certo numero di noi corrispondenti finiti nel giro di poco tempo con lo stesso malanno: 
eravamo stati tutti in Vietnam durante la guerra e probabilmente, secondo lei, eravamo stati tutti esposti 
allAgent Orange, la mistura defoliante usata dagli americani, a cui si attribuiscono le deformit con cui 
ancora oggi, a trentanni di distanza, nascono centinaia di bambini in Indocina.2 

Non credo che quello fosse il mio caso, ma non c dubbio che esiste un terribile legame fra le armi 
e il cancro, cos come ne esistono fra certi prodotti elettronici, certi prodotti chimici, certi cibi e il 
cancro. Lindustria alimentare ha condizionato il corpo umano a una dieta estremamente innaturale, le 
cui conseguenze sono assolutamente imprevedibili. Ma chi vuole andare a indagare in tutto questo? La 
ricerca medica, come ogni altra ormai,  finanziata e diretta dai grandi interessi industriali e questi non 
bruciano certo dal desiderio di scoprire le vere ragioni del cancro. Anzi. Trovare una cura per il cancro 
 pi facile che trovarne la causa, si dice.  certo meno compromettente. E, alla lunga, anche molto, 
molto pi redditizio: cura significa medicine quindi profitti. Grandi profitti. E poi: la ricerca di una cura 
 rivolta al futuro,  fatta di speranza,  sostenuta dallottimismo che  il grande catalizzatore 
delleconomia. 

Cos si continua a mangiare, a respirare, a lavorare, a vivere in condizioni che indubbiamente 
provocano il cancro, ma non si fa nulla per cambiare queste condizioni. In compenso si spera che 
qualcuno, da qualche parte, trovi presto una cura per combatterlo. Ovviamente le notizie da quel fronte 
sono sempre buone. I titoli dei giornali annunciano regolarmente unimportante svolta, un grande 
passo avanti. Come diceva anche il giovane ricercatore dellMSKCC, sembra dessere sempre alla 
vigilia di una grande scoperta, sempre a un passo dalla soluzione. Io stesso, a volte, leggendo 
distrattamente cadevo nel tranello. Uno studio dimostrava che una dieta a base di cibi non cotti 
riduceva di oltre l80 per cento i casi di cancro. Peccato che lo studio riguardasse solo i gatti! Un istituto 
farmaceutico annunciava la messa a punto di un nuovo preparato antitumorale. Le cifre erano 
impressionanti. Ma avrei dovuto essere un topo per poterne approfittare. Tutti gli esperimenti erano 
fatti esclusivamente sui roditori e si sa bene ormai che ci che funziona su questo tipo di cavie non 
funziona necessariamente sugli umani. 

La verit  che a trentanni di distanza dalla guerra al cancro, dichiarata con grande fanfara dal 
presidente Nixon -forse anche per far dimenticare per un po quella in Vietnam che uccideva decine di 
migliaia di giovani americani -, il cancro in generale  tuttaltro che sconfitto. E, pur tenendo conto dei 
progressi fatti con alcuni tipi di cancro, il numero totale di persone che muoiono oggi negli Stati Uniti a 
causa di questa malattia non  affatto diminuito, da allora. 

Ma anche questa era una verit da cui non mi lasciavo prendere. Percentuali di incidenza, di 
sopravvivenza, di ricaduta non mi interessavano. Cera nelle statistiche qualcosa di sospetto, perch, 
come diceva De Gaulle: Se tu mangi due polli e io nessuno, statisticamente risulta che ne abbiamo 
mangiato uno ciascuno. 

Preferivo vedermi come un caso, un soggettivissimo caso, e non come una teorica possibilit 
matematica. 

Nel corso di quei mesi solitari a New York, Angela venne a trovarmi due volte. Come tutte le grandi 
gioie, fu anche una grande preoccupazione, perch, con tutto quel che avevamo in comune, 
appartenevamo ormai a due mondi completamente diversi. Io, a quello dei malati, con la loro logica, le 
loro priorit, i loro dolori, i loro ritmi e soprattutto una particolarissima percezione del tempo. Lei, al 
mondo di tutti gli altri, il mondo dei sani con i loro programmi, i loro desideri, le loro scadenze e le loro 

2 Si calcola che gli americani riversarono sulle foreste e sulle risaie del Vietnam e del Laos circa cento milioni di litri di questa mistura. Fu la 
prima volta nella storia dellumanit che unarma chimica di distruzione di massa venne impiegata in guerra. Gli americani erano stati anche i primi 
a usare le armi atomiche: in Giappone nel 1945. E, prima ancora, avevano fatto anche uso di armi batteriologiche con la distribuzione ai pellirossa di 
coperte intrise di virus del vaiolo. 


certezze sul futuro. 

Un conto era scambiarsi ogni giorno un messaggio e-mail attraverso il computer, un altro era 
ritrovarsi luno dinanzi allaltra in uno spazio di pochi metri quadrati. Lannuncio del suo arrivo mi 
angosci. Avevamo bandito il telefono per la sua aggressivit e perch dava unimpressione di vicinanza 
troppo illusoria, tale da rendere ancora pi grande il vuoto, una volta messo gi il ricevitore. I messaggi 
e-mail erano ideali. Quelli di Angela, con i resoconti delle sue giornate a Firenze, erano per me come il 
diario di bordo di una nave scomparsa in mare secoli fa. Parlavano di cose e persone che mi parevano 
ombre, fantasmi di cui ricordavo appena le sembianze. Ma quei messaggi erano anche la mia ancora di 
salvezza. Questo  di nuovo qualcosa che la scienza non  in grado di capire: il solo pensiero di una 
persona, la cui esistenza giustifica la propria,  di per s una medicina che prolunga la vita. Di questo 
non ho dubbi. 

Angela era stata magnifica a capire le ragioni del mio voler star solo; di mettere fra lei e me una 
distanza che sapevamo essere solo fisica. Avevo trovato un mio equilibrio e avevo paura di ogni soffio 
che lo mettesse in pericolo. Sapevo che lei cera. Che potevo contare su di lei. Una benedizione! 

Fra le storie di malattia che leggevo in quei tempi, una mi aveva profondamente colpito. Era 
lautobiografia di Paul Zweig, uscita poco dopo la sua morte. Lo scrittore si ammala. Un giorno, dopo 
settimane di esami e preoccupazioni, il medico gli annuncia la diagnosi: cancro. Torna a casa, lo 
racconta alla moglie e quella per tutta risposta gli presenta i documenti con la richiesta di divorzio. Lei 
sent quella diagnosi come un chiodo nella sua bara e volle andarsene a fare la propria vita, scrive 
Zweig. E lamore? Limpegno? La lealt? Unaltra storia moderna. Unaltra storia americana. 

La distanza che si crea fra i sani e i malati mette alla prova i rapporti fra le persone. La malattia 
rompe un ordine, ma ne crea uno suo e con quel passaporto lammalato entra in un altro mondo, dove 
la logica dei sani, del mondo di fuori diventa irrilevante, assurda, a volte anche offensiva. 

Lo capii un giorno quando, mentre aspettavo il mio turno per un esame, vidi entrare in mezzo a noi, 
malati, mal messi, giallognoli, tutti con le nostre tute e i berretti, tutti coi nostri braccialetti di plastica 
col nome e cognome e il numero di matricola, un belluomo elegante, ben vestito, abbronzato, con gli 
occhiali da sole, venuto probabilmente a prendere qualcuno. Era una spina in un occhio, una sfida 
sleale. Via, via, vattene via, pensavo dentro di me. 

Una delle belle conseguenze dellessere malato  il recedere dei desideri, quellinconsapevole sapere 
che davvero non vale la pena comprarsi ancora un paio di scarpe o andare a unasta di tappeti. Chi  
sano non pu capire chi  malato ed  giusto che sia cos. C nel malato, qualunque sia il suo 
atteggiamento nei confronti della malattia, un torpore fatto di debolezza, ma anche di serenit, che il 
sano, pur con tutta la simpatia, non pu provare. Anzi, il sano prende quellatteggiamento per 
rassegnazione e crede sia suo dovere aiutare il malato a combatterlo. Ma la malattia ha una sua logica, 
forse anche quella di preparare psicologicamente chi lha addosso alla sua possibile fine. 

Angela veniva da fuori ed entrava in un universo in cui niente le era familiare, niente era 
riconoscibile, a cominciare da me. Mi aveva lasciato vestito di bianco, coi capelli lunghi e i baffi, mi 
ritrov allaeroporto ad aspettarla vestito di nero, glabro, con una papalina sulla testa pelata e paonazza. 
Ero ormai di unaltra trib. 

Fra malati c una immediata fratellanza. Lio, che altrove ha sempre bisogno di affermarsi, di 
difendersi, l in ospedale era tranquillo. Una volta varcata la soglia e la zaffata daria calda che tiene fuori 
il freddo mondo degli altri, non c pi bisogno di dire chi si , o meglio chi si era, il mestiere che si fa o 
si faceva. La malattia  il grande equalizzatore. Una volta Folco disse: Quando mi manca qualcosa, 
penso allIndia. L a tutti manca qualcosa: a chi da mangiare, a chi una mano, a chi manca il naso. Quel 
che pu mancare a me non  mai cos terribile. Provavo lo stesso entrando allMSKCC. Ogni piano 
dellospedale era dedicato a un tipo di cancro. Il piano pi commovente era quello dove cerano i 
bambini. Io ero fortunato: avevo gi vissuto una vita; loro no. Ma forse anche questo era inesatto. 


Forse quel che vedevo era il frutto di altre vite, leffetto di un karma accumulato in altre esistenze. 
Dinanzi ai corpi emaciati, quasi trasparenti, a volte quasi non pi umani dei bambini, mi pareva che 
linduismo, fra tutte le religioni, offrisse la spiegazione pi consolante di quellapparentemente 
mostruosa ingiustizia. 

Nelle sale dattesa dei vari reparti guardavo gli altri pazienti cercando di indovinare le loro storie: 
riconoscevo quelli che venivano per la prima volta, ancora attaccati al mondo di fuori e che si 
comportavano come fossero l per sbaglio; quelli allinizio della chemio ancora impauriti, e quelli gi 
abituati alle mutazioni; quelli gi arresi e quelli di cui si intuisce che ce la faranno. 

Ma che cosa ci aveva portati, per tragitti diversi, tutti l con lo stesso malanno? Cera qualcosa che 
avevamo in comune? 

Un giorno stavo seduto accanto a un uomo sui cinquantanni, alto, magrissimo, giallo e 
completamente glabro. Mi osservava e sentivo che voleva parlarmi. Finalmente, con un inglese incerto 
dal fortissimo accento russo, indicando lorologio che ho al polso, dice: Quello  fatto in Russia. 
Anche lei  rifugiato? 

In un certo senso lo sono e lorologio s, fu fatto dai sovietici nel 1991, una delle ultime cose che 
fecero, per regalarlo ai buriati che in quellanno celebravano il duecentocinquantesimo anniversario 
della loro conversione al buddhismo. Lho comprato per cinque dollari da un mongolo alla stazione di 
frontiera con la Cina, risposi, slacciandomi lorologio dal polso per fargli vedere la scritta in cirillico. 

Lorologio  semplicissimo, non automatico, uno di quelli da caricare ogni mattina o prima di andare 
a letto. Quel che attira lattenzione  che non lo si  visto in nessuna pubblicit, non  uno di quelli che 
costano milioni e che portano al polso gli esploratori al Polo Nord o James Bond nellultimo film: al 
centro del quadrante bianco c una immagine di Buddha in meditazione, avvolto in una tunica 
arancione. Persino il Dalai Lama, durante un nostro incontro a Dharamsala, non gli toglieva gli occhi di 
dosso, e sapendo che il suo passatempo preferito  riparare orologi avevo detto: Santit, questo 
funziona benissimo! provocando una delle sue magnifiche, inimitabili risate. 

La moglie del mio vicino, sana, invadente e procace, interviene nella nostra conversazione e, col suo 
inglese molto pi fluente di quello del marito, vuole monopolizzarla. 

Siete ebrei? chiedo. 

Io sono ebrea, risponde lei, orgogliosissima. Lui no,  russo, ma in Uzbekistan hanno detto che i 
russi non potevano pi starci, che quello non era il paese dei russi e cos, grazie al mio essere ebrea, 
siamo riusciti a venire in America come rifugiati, tutti e due: anche lui. 

Lui ha uno sguardo bello, dolce e mite, ma  sofferente, imbarazzato, mentre lei, a voce alta, cos 
che tutti la sentano, racconta la loro storia. In Uzbekistan lui era un ingegnere, lavorava nelle miniere 
doro, ma arrivato a New York  riuscito solo a trovare un lavoro come guardiano di notte in un 
magazzino. 

Niente, niente, dice lui. 

Ma deve essere cos, lo corregge lei. Quando si arriva come rifugiati, non si pu pretendere nulla, 
bisogna incominciare dal basso, come autista, come portiere, come guardiano di notte. 

Lui sorride e ripete: Niente, niente. Guardiano di notte. Lha fatto per otto mesi e si  subito 
ammalato. Cancro ai polmoni. 

 stato lo stress, dice la moglie. 

Niente, niente. Stress, ripete lui. 

Certo, lo stress! Lo stress di avere una moglie cos, di essere russo in un paese di cui non parla la 
lingua, di cui non conosce i costumi, dove tutto quel che ha imparato prima con fatica ora non gli serve 
a nulla. Stress. Stress, ripete come volesse farci ridere. Gli hanno gi tolto un polmone, e ora il 
malanno  nellaltro. Son convinti che anchio sia un rifugiato, ma non mi chiedono da dove sono 
scappato o per quale ragione. Qui in America siamo tutti cos, dice la donna. Siamo tutti rifugiati. 

Non aveva torto. Fra la gente che aspettava c'erano moltissimi neoimmigrati: cinesi, vietnamiti e 


molti altri russi dellex Unione Sovietica. Forse il cancro ha anche a che fare con lo stress, la 
dislocazione, il senso di pace mancata. Per quelluomo era certo cos. Si sentiva solo, lAmerica non 
aveva molto da offrirgli e le sole parole che ripeteva, mentre la moglie continuava con altre storie, 
erano: Niente. Guardiano di notte. Stress 

Uscivo dallospedale e anche a me faceva paura il vuoto che mi pareva di sentire tutto attorno. 
Entravo in un taxi e, con lavvio del tassametro, partiva la registrazione dellodiosa voce di una famosa 
attrice: 

Uaoooo I gatti hanno sette vite, ma tu purtroppo ne hai una sola 

Non avevo bisogno che me lo ricordasse lei! 

 per cui fai il bravo e allacciati la cintura di sicurezza! 

Meno che mai uno aveva voglia di farlo. 

New York era niente, ma cera anche di tutto. Ogni giorno, a farci attenzione, avveniva qualcosa di 
interessante. Per caso lessi che Robert Thurman, professore di religioni asiatiche alla Columbia 
University, vecchio frequentatore dellIndia e padre di una famosa attrice di Hollywood, che non a caso 
porta il nome Uma -la donna di Shiva, prima di diventare sua moglie -, avrebbe parlato in uno dei 
centri alternativi nella Bowery. 

La sala era piena, soprattutto di donne. Sempre le donne con le loro naturali antenne, pronte a 
captare le tentazioni del nuovo, con tutti i suoi rischi, ma anche pi capaci, pi pronte degli uomini a 
fiutare quel che  vero, autentico: le prime a rendersi conto di quel che umanamente non va. Il tema 
della conferenza doveva essere il buddhismo tibetano, ma Thurman parl principalmente del lAmerica. 

LOccidente , al momento, il migliore punto di partenza per raggiungere lilluminazione. Mai, in 
nessuna parte del mondo, luomo  stato cos vicino al Nirvana come lo  oggi in America. Qui si 
capisce bene il significato del vuoto, del nulla perch qui noi viviamo gi nel nulla; siamo nulla, le nostre 
relazioni umane sono nulla e prendiamo chiunque altro per nulla. Hello Jim, hey John! S, certo, 
siamo calorosissimi nel salutarci, ma in verit non ci importa assolutamente nulla dellaltro,  come se ci 
vedessimo questa sola volta e poi mai pi. Ma se solo sapessimo che siamo sempre stati assieme e che 
siamo destinati a stare assieme per leternit! 

Mi piaceva la sua ironia. 

Chi di voi sa qualcosa del buddhismo? chiese alla platea. Molti alzarono la mano. 

Chi di voi ha fatto lesperienza di lasciare il proprio corpo, di andare altrove, di dimenticarsi, e di 
avere poi lo shock di tornare? 

Un bel giovane che accompagnava una donna pi anziana di lui dai capelli color rame, di cui era 
chiaramente lamante, si alz in piedi e raccont una incredibile storia che port la signora sua 
compagna ad abbracciarlo ancora pi stretto quando si sedette di nuovo. Era uno di quelli che avevano 
fatto un viaggio astrale. 

No, no, disse Thurman. Quello di cui parlo non  eccezionale. Tutti fate quellesperienza di 
lasciare il corpo. La fate ogni sera: quando vi addormentate. 

Sugger che anche la morte  forse cos, un modo di addormentarsi e non la fine della coscienza, 
come si  abituati a credere in Occidente: Yama, il demone dalla testa di toro, viene a tirarci una 
randellata e a portar via il nostro corpo. Ma noi non siamo il corpo, anche se ci identifichiamo tanto 
con lui e passiamo un sacco di tempo a tenerlo in forma, a lucidarlo e a ripararlo. Per il corpo 
spendiamo letteralmente delle fortune, pur sapendo che comunque un giorno o laltro quello marcir e 
diventer concime Il pubblico era attentissimo. 

 ma siamo americani, continu Thurman, e il perseguimento della felicit non  solo un diritto 
garantito dalla Costituzione,  il nostro pi importante passatempo nazionale. E va benissimo perch 
anche la felicit pu aiutare a riflettere: quelli che vincono un milione di dollari alla lotteria 
improvvisamente si accorgono di aver perso tutti gli amici. Perch? 


Il senso di tutta la chiacchierata era che la vita  una occasione per conoscere se stessi, che la societ 
in cui viviamo  demenziale perch il suo nocciolo, fatto di puro materialismo, nega esattamente quello 
che noi siamo: i resti di tante vite. 

Guardate qui, la mia mascella: anche questa  il risultato di tante, tante vite precedenti, vite di 
tolleranza, di compassione e di autocontrollo che hanno mutato la mia mascella originaria. Un tempo 
avevo una mascella con delle grosse zanne, con cui difendermi e attaccare, ora non pi 

La platea sorrideva e un qualche seme di novit mi pareva piantato. Faceva bene sentire una 
campana cos diversa da quelle che ogni giorno ci rimbombano attorno. 

Uscii dalla chiacchierata di Thurman con un piacevole senso di leggerezza. Proprio in quei giorni, un 
carissimo amico, in mezzo a un brutto fallimento professionale e familiare, mi aveva scritto daver per 
la prima volta pensato al suicidio. Tornato a casa, trovai finalmente le parole per rispondergli: i pesi e le 
misure, i valori dai quali pensiamo che la nostra vita dipenda, sono delle pure convenzioni. Sono dei 
modi con cui ci regoliamo, ma anche ci appesantiamo, lesistenza. La nostra vita, a guardarci bene 
dentro, non dipende affatto da quelli. Successo, fallimento sono criteri estremamente relativi per 
giudicare un avvenimento, un periodo della vita che comunque  di per s passeggero, impermanente. 
Quel che ora ci pare insopportabile fra dieci anni ci parr irrilevante. Probabilmente ce lo saremo quasi 
dimenticato. Perch non fare lesercizio di guardare allorrore di oggi con gli occhi che avremo fra dieci 
anni? Mi sentii sollevato, anche se non mi pareva di poter consigliare a me stesso la stessa cosa. Dieci 
anni? 

Thurman era stato una bella ventata di idee controcorrente e di intelligenti provocazioni. Anche 
questo era New York: il nulla e lopposto del nulla. Dentro quella societ, tutta tesa verso la felicit, che 
Thurman aveva ridicolizzato per il suo non poter essere assoluta come noi la vorremmo (quel che io 
provo non pu mai essere assoluto e quel che anche mi appare assoluto non pu che essere relativo), 
cera tutta una fronda di persone che non accettava la banale materialit del vivere quotidiano, che 
aspirava ad altro, che, anche assurdamente, cercava altre vie: gente che a suo modo resisteva. 

Non mi ci volle molto per scoprire uno dei principali centri di questa resistenza. Fu lodore a 
portarmici. Una mattina camminavo lungo Spring Street. Un portone di ferro, davanti al quale passavo, 
si apr spinto da una ragazza che usciva, e una zaffata di un familiare odore dincenso mi venne 
addosso. Guardai, curioso, e, prima che il portone si richiudesse, minfilai dentro. Avevo trovato il New 
York Open Center, un misto di universit popolare, centro sociale, supermercato dellalternativo. Alle 
bacheche erano affisse descrizioni dettagliate dei vari corsi che venivano tenuti, dallerboristeria alla 
dietetica, dalla riflessologia a ogni tipo di yoga, oltre ai diversi trattamenti e terapie della medicina 
alternativa. Il negozio-libreria, da cui uscivano lodore di incenso e una costante musica da 
meditazione, era rifornitissimo di letteratura new age, CD, cassette e materiale alternativo. Dalle aule 
entrava e usciva il solito popolo degli altri, di nuovo soprattutto donne, ragazze grasse, ma serene, 
donne di mezza et, chiaramente benestanti, ma spirituali. Latmosfera era distesa, piacevole. 

Mi avvicinai al bancone delle iscrizioni per chiedere informazioni, ma ancor prima che aprissi bocca, 
la ragazza di turno mi guard e con un gran sorriso sbott: 

Uaoooo 

Che c? chiesi, non capendo. 

Tu hai unaria magnifica. 

Davvero? 

S. Lo sai che hai un alone tutto attorno al corpo? Tu sei uno felice! 

Il ragazzo, magro e grigino, che le stava accanto e che aveva seguito il tutto intervenne: 

S, s, il tuo sorriso  stupendo, tu hai davvero un alone. 

Sar stata la loro tecnica di vendita; lo diranno a tutti quelli che vanno a iscriversi e a pagare per 
qualche corso, ma l per l mi parve davvero di averlo, quellalone. Finii per iscrivermi a un corso di 
tarocchi. Ci andai due volte alla settimana per due mesi. Linsegnante era una brava italoamericana. Gli 


altri studenti: soprattutto donne, e uno strano signore che arrivava vestito come un normale 
impiegato di banca o un avvocato e che, sotto luniforme da businessman, aveva gi, come fosse una 
seconda pelle, una tenuta bianca da ginnastica. Prima della lezione si appartava in un angolo e si 
toglieva pantaloni, giacca, camicia e cravatta, come uno che, camuffatosi per sopravvivere, finalmente si 
liberava della maschera. Perch in quella strana trib, in qualche modo clandestina, che aveva bisogno 
di altro, non cerano solo giovani che un tempo sarebbero stati hippy, ragazze liberate o divorziati in 
cerca di un nuovo approdo: cera gente di cui uno non avrebbe mai sospettato. 

Prima delloperazione dovetti incontrare il medico che sarebbe stato responsabile dellanestesia. 
Durante la visita e le solite domande sulle mie precedenti operazioni e le eventuali allergie ai farmaci, lo 
vidi fermare lo sguardo sul mio orologio. 

Lei  buddhista? mi chiese. 

No. E lei? 

No, disse. E dopo una pausa che preparava una rivelazione aggiunse: Io sono sufi, sufi del 
Kashmir. 

Dio mio, il Kashmir! Ci ho passato settimane e settimane a seguire la sporca guerra che sta 
distruggendo una delle pi belle regioni del mondo, contestata fra India e Pakistan. Sono stato sulle 
rovine ancora fumanti di una delle pi belle moschee, tutta di legno, frequentata un tempo dai sufi, i 
mistici musulmani influenzati dallinduismo e dal buddhismo, ma l, in Kashmir, non ho incontrato un 
solo sufi. Forse l, anche se ne esiste ancora qualcuno, i sufi non hanno pi il coraggio di rivelarsi tali, 
perseguitati come sono sempre stati dai musulmani ortodossi che li considerano in odore di eresia. Ma 
ecco che a New York il mio medico anestesista  sufi e felice di esserlo. 

Lavevo davanti in camice bianco, insospettabile, normale come uno si aspetta un medico. Eppure 
dovevo immaginarmelo, vestito con una lunga tunica di lana (suf in arabo vuol dire lana), le mani per 
aria, a volteggiare, volteggiare, volteggiare su se stesso in uno dei balli dervisci che, grazie alle vertigini 
provocate dal continuo roteare, creerebbero uno stato destasi e metterebbero luomo in diretto 
contatto col divino. Lo capivo: solo, in quella societ tutta fatta di materia nella quale viveva senza 
sentirla sua, cercava qualcosa di pi alto, un fine che non fosse esclusivamente quello del sopravvivere, 
e trovava nel modo dei sufi di essere nel mondo, ma non parte del mondo la sua risposta. 

Ci sono mille modi di inginocchiarsi e di baciare la terra, scrive il pi grande dei poeti sufi Gialal 
al-Din Rumi, nato in quel che  oggi lAfghanistan nel 1207. Di l dalle idee, di l da ci che  giusto e 
ingiusto, c un luogo. Incontriamoci l. 

Lui, il mio anestesista dellMSKCC, aveva trovato quel luogo ideale in un posto che, come tate, non 
esiste pi, il Kashmir: un nome esotico, un paese irraggiungibile. Da l, nella forma della danza, gli era 
venuta la speranza di quel pi senza il quale la vita diventa invivibile. E ogni fine settimana, con altri 
noi amici -come i sufi parlano di s -si ritrovava in qualche loft di New York o in qualche casa di 
campagna a leggere poesia e al ritmo di una musica il cui crescendo accompagna lascesa, a ruotare 
per ore e ore sui suoi piedi in un rito mistico che  il simbolo della vita. Perch ruotare  la condizione 
fondamentale dellesistenza: nellatomo ruotano gli elettroni e i neutroni, nel cosmo ruotano gli astri, i 
pianeti, le stelle; e noi stessi ruotiamo sulla terra, sorgendo dalla terra e tornando a essere polvere nella 
terra. Quella danza, mi disse, creava dentro di lui un vuoto nel quale si sentiva davvero libero. Quel 
vuoto lo toglieva dalla sua vita ordinaria e lo avvicinava al divino. 

Gi, il divino. Mancava anche a me che, fino ad allora, non ne avevo sentito un gran bisogno. 
Camminavo per le strade e non mi capitava mai di vedere, di sentire un riferimento al divino: mai una 
processione, una festa, un Dio che passasse portato sulle spalle dei fedeli. Mai una allusione a qualcosa 
al di l delle apparenze. 

In Asia, a parte la Cina comunista, dovunque sono vissuto il riferimento al divino  continuo: nella 
lingua, nei gesti della gente, oltre che nelle cerimonie e nei riti. Un pescivendolo in Giappone apre il suo 


negozio al mattino spargendo sul marciapiede una piccola manciata di sale; a Singapore, in Thailandia, 
in Malesia i templi fumano continuamente di incenso offerto da qualcuno che vuole propiziarsi una 
divinit. In India il divino  una presenza costante. Il modo stesso di salutarsi, unendo i palmi delle 
mani allaltezza del petto, inchinando leggermente la fronte e pronunciando Namaste, significa 
Saluto il divino che riconosco in te. 

Pensavo spesso allIndia, allappartamento di Delhi sotto le cui finestre vedevamo passare file di 
cammelli o un elefante che portava con la proboscide la sua razione derba per la giornata; dove ci 
capitava di essere svegliati la notte dallo scampanellio di una processione di sikh o di musulmani. A 
volte, nella folla di New York scorgevo la faccia di un indiano e mi pareva di riconoscere un mezzo 
parente. Mi era molto pi familiare lui di un americano. 

Un giorno che pioveva a dirotto, ed ero in ritardo per un appuntamento del mio corpo con gli 
aggiustatori, presi un taxi. Lautista era un sikh con una grande barba nera e un turbante azzurro. 

Per favore, mi porti al Memorial Sloan-Kettering, Sardar-ji. E quel chiamarlo sardar -capo -con 
laggiunta del rispettoso ji basta a legarci. Viene da un paesino poco lontano da Amritsar, sede del 
Tempio dOro, il Vaticano dei sikh.  a New York da dieci anni, guadagna sui tremila dollari al mese. 
La met riesce a mandarla a casa. Ha quarantasette anni e altri tredici da vivere. 

Tredici? E come lo sa? 

Me lo ha detto il mio dio. Me lo disse quandero ancora a casa mia, in India, ventanni fa. E sono 
contento, perch un uomo a sessant'anni non dovrebbe rammaricarsi di morire. Certo, nessuno vuol 
morire, ma siamo cos tanti sulla Terra che dobbiamo lasciare il posto ad altri e sessant'anni mi pare 
una buona et per farlo. 

Ma, Sardar-ji, io ne ho cinquantanove, ho il cancro ed  per questo che vado a questo ospedale. Lei 
crede che io debba morire davvero a sessanta? 

Oh no, signore, lei ha unaria assolutamente sana. Comunque che cosa dice il suo dio? 

Non lo so, non ne ho uno in particolare, ma alcuni indovini mi han detto che diventer vecchio. 

Certo. Certo. Lei ha laria cos sana! 

Siamo arrivati. Il sardar ferma la macchina, si volta, unisce le mani davanti al naso e, con un inchino 
a me e al suo dio che vede in me, mi saluta: 

Namaste. Buona fortuna. Buona fortuna. 

Namaste, Sardar-ji. 

E in un attimo sono dentro al mondo bianco dellospedale per il mio appuntamento col liquido 
rosso e fosforescente. 

Al ritorno feci la strada a piedi. Lentamente. Arrivato nella mia tana, ero stanchissimo e mi sedetti 
alla finestra. Laria, ripulita dalla pioggia, era fine, cristallina; la vista bellissima, coi grattacieli dorati dal 
sole che tramontava su un lato della finestra e al lato opposto, nellombra, quelli freddi, dacciaio. La 
strada sotto di me era piena di gente di tutti i colori, di tutte le razze, negli abbigliamenti pi strani. 
Improvvisamente, in cielo, proprio sopra il mio edificio, a filo dei tetti, arrivarono due grandi elicotteri 
militari. Un attacco? Uninvasione? I marziani? Fosse anche stato cos, nessuno si sarebbe meravigliato. 
Gli americani vivono ormai in una realt che  quella dei loro film di fantascienza, dove tutto  
possibile. Gli extraterrestri? Ci sono gi stati. Il futuro non pu essere diverso dal passato inventato 
dagli sceneggiatori di Hollywood. Se la televisione annunciasse che il Presidente  stato rapito, anche 
questo parrebbe normale:  gi avvenuto in un paio di film che tutti hanno visto. 

Gli elicotteri continuavano a volteggiare. Lumanit in mezzo a cui stavo era gi quella del giorno 
dopo. E io, confuso dalla solitudine, serenamente in bilico, senza desideri, senza piani, ero come una 
conversazione telefonica messa in attesa, col sottofondo duna assurda musichina. 

A volte mi sentivo davvero un estraneo, in America. Non sopportavo la banalit delle chiacchiere, la 


stereotipa cortesia della gente e quella elettronica delle voci computerizzate al telefono. Non 
sopportavo i due chili di inserti pubblicitari che dovevo buttar via dalla edizione domenicale del New 
York Times e linvito standard di tutti i camerieri in tutti i ristoranti e in tutte le caffetterie a Enjoy it, a 
godere, qualunque cosa fosse quellit. Sotto Natale alla normale cacofonia della citt si aggiunse il suono 
della banale canzoncina Jingle Bells: per le strade, nei negozi, negli ascensori. 

Dopo una lunga camminata ero entrato in una libreria, ma non riuscii a starci che pochi minuti. Jingle 
Bells mi perseguitava. Anche l soffiava, pioveva da ogni soffitto, aleggiava in ogni angolo: Jingle Bells 
Jingle Bells. Insopportabile, ossessivo. Uscii di corsa e, sul marciapiede, cera un uomo infreddolito, che, 
appena riparato da un telo di plastica appeso al suo barroccino, vendeva hot dog. 

Dov la prossima stazione della metropolitana? gli chiesi. 

Alla fine di questo blocco, a sinistra.  Dallaccento capii che era uno di quei miei cari ebrei russi coi quali anni prima, scrivendo Buonanotte, signor Lenin, avevo tanto discusso e riso e bevuto t nellAsia centrale. Spassiba, risposi. Mi guard come fossi unapparizione. Con un calore che non avevo sentito in tutta la giornata, quasi titubante, ribatt: Pagialsta. E, come rincuorati da un qualche riconoscerci, col sorriso sulle labbra, continuammo le nostre ugualmente strane vite in quel campo profughi, quella fornace umana, quel porto di salvezza, quel gulag dallottimo cibo che per tutti e due era New York. 
...
.
...
I PEZZI DELL'IO.
...
.
...
Fra i vari esercizi, vecchi di almeno due millenni, a cui vengono sottoposti i giovani tibetani che 
aspirano a diventare monaci nella Scuola di Dialettica Buddhista a Dharamsala, ce n uno che tutti 
dovremmo fare ogni tanto nella vita: stabilire dove sta quella cosa a cui teniamo cos tanto, il nostro io. 

Nel nome? suggerisce il vecchio lama che presiede su due lunghe file di tavolini dietro ai quali, 
seduti per terra, stanno gli studenti. No, perch il nome pu cambiare senza che lio cambi. Eppure, quante persone si identificano col proprio nome! E quante si identificano ancora di pi coi titoli che lo precedono! Ma  chiaro che lio non pu essere nel nome. Nel corpo? chiede allora il vecchio monaco. Certo, l'io ha molto a che fare col corpo, al punto che si potrebbe dire che senza il corpo non c io. 

Ma dove sta nel corpo lio? insiste il lama mettendosi, divertito, a mimare i tanti modi con cui i vari popoli, dicendo io, indicano una diversa parte del loro corpo. I cinesi dicono io e mettono lindice della mano destra sulla punta del loro naso. Ma pu lio essere nel naso? Pu essere nel cuore, sul quale di solito mettono la mano gli americani? O forse nella fronte, o nella testa che viene indicata come sede dellio da quelli che, cos facendo, sembrano comunque ritenere lintelletto pi importante dei sentimenti? 

Gli studenti ascoltano, alcuni intervengono. La discussione va avanti per un po. Poi il vecchio lama, dal tavolinetto dietro al quale siede su unaltana di legno, tira fuori una rosa e la tiene dinanzi a s perch tutti concentrino l la loro attenzione. Questo  un fiore, siamo tutti daccordo? e cos dicendo ne stacca un petalo. E questo,  un fiore? No! Questo  un petalo .. e questo? chiede retoricamente, indicando di nuovo la rosa. Questo  un fiore. Stacca ancora un petalo, poi ancora uno e un altro ancora, sempre chiedendo: E questo cos?
.
Alla fine, sul tavolino c un mucchietto di petali e nella mano del monaco il gambo spoglio della 
rosa. Il vecchio lama lo mostra a giro e chiede: E questo,  un fiore? No. Questo non  pi un fiore .. Bene, lo stesso  vero per una mano, dice, alzando la sua sinistra in aria. Se incominciassi a staccarmi un dito e poi un altro e un altro ancora, nessuna di quelle dita sarebbe la mia mano, e la mia mano presto non sarebbe pi la mia mano. Allora?  esattamente cos con tutto il nostro corpo. Non siamo anche noi fatti di tanti pezzi, ognuno dei quali per non  veramente noi?
.
Quando una cara, anziana signora, una di quelle che per il bene altrui fanno volontariato negli 
ospedali, venne, prestissimo al mattino, a chiedermi se volevo dire con lei una preghiera perch la mano del chirurgo, da l a unora, andasse ferma e dritta l dove doveva andare e togliesse quel che doveva togliere, la mia mente rispolver il ricordo di una visita a Dharamsala nel Nord dellIndia, dove il Dalai Lama vive in esilio, e si mise - senza che io la controllassi - a fare quellesercizio. Dovero davvero io? E il chirurgo, che avevo ribattezzato The Lord, il Signore, quanti pezzi poteva togliere dal mio corpo senza che scomparissi anchio?
.
La mente non ebbe molto tempo per fare i suoi giochi. Una infermiera venne a chiedermi se, in caso 
di coma prolungato, intendevo autorizzare mia moglie a decidere quando staccare la macchina (Sa, 
questa  la legge dello Stato di New York, deve capire), e il sufi del Kashmir venne a farmi una 
prima iniezione di anestetico con cui la mente prima si calm, poi perse completamente coscienza di s. 

Loperazione - mi dissero poi - dur sei ore. Dove fosse il mio io in tutto quel tempo davvero non lo so. Era gi fuori dal corpo? Oppure era ancora dentro, anche lui addormentato? come avviene nel 
sonno? o nella morte? Quando mi risvegliai mi mancavano dei pezzi, ma la maggior parte di me, pur 
con vari tubi che entravano e uscivano qua e l, cera ancora e con quella cero anchio. 

Il problema di me e dei pezzi era gi incominciato allospedale di Bologna, dove avevo avuto la 
prima impressione che la medicina, con la quale non avevo avuto a che fare da molti anni, era 
notevolmente cambiata da come me la ricordavo e che il suo oggetto non ero tanto io come persona, 
quanto la mia malattia. A New York il problema era ancora pi evidente. 

Venivo mandato da un piano a un altro, spesso su una seggiola a rotelle, drogato da una roba che, 
dopo aver fatto il suo principale effetto di addormentarmi per qualche ora, mi faceva essere attento e presente per una giornata a tutto quel che succedeva, ma mi impediva poi di ricordare quel che era successo. Fogli in mano, una cartolina di plastica con tutti i miei dati da presentare a ogni fermata per far stampigliare, sulla base di quella, altri fogli -la mia carta di credito sulla vita, la chiamavo -, boccali di liquidi colorati da ingerire, iniezioni che facevano venire grandi vampate di calore in bocca, tubi, fili, attese .. venivo messo davanti a delle macchine -televisori, aggeggi sonar -o infilato dentro a un tubo dalle luci fosforescenti in cui, con un rumore di tempesta, venivo spinto avanti e indietro, disteso su uno stretto lettino, con la raccomandazione di trattenere il fiato il pi a lungo possibile. Il tutto per 
scoprire cosa cera che non andava dentro di me. A ogni stazione si esaminava un pezzo del mio corpo: il fegato, i reni, lo stomaco, i polmoni, il cuore. Ma lesperto di turno non veniva a toccarmi o ad auscultarmi. La sua attenzione era rivolta esclusivamente ai pezzi e neppure ai pezzi in s, ma alla loro rappresentazione, allimmagine che di quei vari pezzi compariva sullo schermo del suo computer, e ancor pi allelaborazione dei dati che una stampante gli sfornava alla fine dellesame. 

Io stesso vedevo, ad esempio, il mio fegato ridotto a una tremolante macchia verde e rossa su un 
televisore; lo vedevo staccato, estraneo, fuori dalla mia pancia, dove invece  stato per sessant'anni a prendersi tutte le botte che, nellesuberanza della vita, uno pensa non avranno conseguenze. Ma io, io- tutto, io-anche- solo-linsieme-di-quei-vari-pezzi non cero mai. Non venivo neppure consultato. 

Il medico che nel corso di uno di questi esami scopr il terzo cancro, e alla cui accortezza debbo 
certo un supplemento di vita, so che era una donna e che aveva i capelli rossi (cercavo di riconoscerla fra i tanti nella caffetteria), ma non potei n ringraziarla, n darle un soprannome perch io quella non la vidi mai. A lei bast studiare lintensit di una macchia che era cambiata nel giro di poco tempo sullo schermo di una delle sue macchine, le bast notare che cera una inspiegabile, ma statisticamente accertata correlazione fra il mio malanno principale e quello nuovo, per tirare le sue conclusioni. Non ebbe bisogno di toccarmi, di parlarmi, o di chiedermi come mi sentivo.

Anzi, se ci fossimo incontrati avrebbe magari detto quel che molti medici oggigiorno sostengono: 
che le impressioni del paziente sono inutili e che le immagini, le cifre, i tracciati sfornati dalle macchine nei vari esami sono molto pi affidabili. Per la medicina moderna, la sola ricerca da fare  nellobbiettivit di quei dati e non nella soggettivit del malato: quella  la sola realt. Il mio caso  certo una riprova di questa concezione perch il malanno che quella dottoressa scopr non mi dava alcun fastidio, non mi provocava alcun sintomo, e quando io, soggettivamente, mi fossi accorto della sua esistenza, sarebbe stato magari troppo tardi. La macchina aveva saputo molto prima e molto meglio di me come stavo. 

Indubbiamente cera in questo approccio distaccato dal paziente e dalle sue reazioni qualcosa di 
estremamente positivo e di efficiente, ma il fatto che io venissi sempre pi trattato come un insieme di pezzi, e mai come una unit, mi lasciava sottilmente insoddisfatto. Mi domandavo se la scienza alla quale mi ero affidato non fosse in fondo cieca come lo sono in una vecchia storia indiana i cinque protagonisti cui viene chiesto di descrivere un elefante. Il primo cieco si avvicina allanimale e gli tocca le gambe: Lelefante  come un tempio e queste sono le colonne, dice. Il secondo tocca la proboscide e dice che lelefante  come un serpente. Il terzo cieco tocca la pancia del pachiderma e sostiene che lelefante  come una montagna. Il quarto tocca un orecchio e dice che lelefante  come un ventaglio. Lultimo cieco, annaspando, prende in mano la coda e dice: Lelefante  come una rusta!
.
Ogni definizione ha qualcosa di giusto, ma lelefante non viene mai fuori per quel che  davvero. E i miei bravi medici non erano forse come quei ciechi? Certo! E lo erano perch erano scienziati, perch la scienza ha i suoi limiti e perch una descrizione scientifica dellelefante -fatta da un fisico, da un chimico, da un biologo o anche da uno zoologo - nella sostanza ridicola e parziale quanto quella dei vari ciechi. 

Questo  il problema della scienza:  esatta,  precisa,  libera, ed  anche pronta a ricredersi 
sostituendo una teoria con unaltra, una vecchia verit con una nuova; ma resta, proprio perch scienza, irrimediabilmente limitata nella sua comprensione della realt. 

Guardare la realt solo attraverso la lente della scienza  fare come lubriaco di Mullah Nasruddin, il mistico, mitico protagonista di tante belle, ironiche storie, originariamente mediorientali, ma ormai entrate a far parte della cultura popolare asiatica. Luomo, dopo aver passato la serata a bere con gli amici, si accorge rientrando di aver perso la chiave di casa e si mette a cercarla nel fascio di luce dellunico lampione lungo la strada. Perch proprio l? gli chiede un passante. Perch  lunico posto in cui riesco a vedere qualcosa, risponde lubriaco. 

Gli scienziati si comportano allo stesso modo. Il mondo che coi loro strumenti ci descrivono non  
il mondo,  una sua parzialissima rappresentazione, unastrazione che in verit non esiste. Come non esistono i numeri: utilissimi alla scienza, ma nella natura i numeri non ci sono. 

Il mondo in cui uno si alza al mattino  fatto di montagne, di onde che sbattono spumeggiando 
contro le scogliere, di prati dove lerba  verde, di uccelli coi loro gridi, di animali coi loro richiami e di tanti, tanti uomini con le loro vite. E che fanno i poveri scienziati dinanzi a tutto questo? Misurano, soppesano, scoprono delle leggi, analizzano i vari aspetti delle varie manifestazioni del mondo, e di ognuna spiegano tutto, senza per alla fine spiegare nulla. E comunque prendono in considerazione solo ci che  ovvio, semplice, ci che viene percepito dai sensi, senza potersi occupare delle emozioni, dei sentimenti, di ci che impercettibilmente cambia la vita di ciascuno di noi, come lamore, o cambia il mondo di tutti, come lingordigia. 

Che fanno, ad esempio, gli scienziati-economisti? Studiano la domanda mondiale di un certo 
prodotto, fanno previsioni sullandamento della Borsa di Hong Kong e calcolano a quale tasso di 
interesse le banche possono garantire i loro prestiti. Ma cosa sanno dirci sullavidit che sta 
distruggendo il mondo in nome di quello che loro stessi, magari, definiscono progresso? Parole come ingordigia, avidit, egoismo non compaiono certo nei libri di economia e gli stessi economisti continuano a praticare la loro scienza come se non avesse niente a che fare col destino dellumanit. 

Un vecchio compagno di universit che prima della chemioterapia ero andato a trovare a Chicago, 
dove ora dirige il laboratorio di ricerca di medicina nucleare della Northwestern University, mi aveva riassunto bene le frustrazioni di uno scienziato intelligente. Puntandosi lindice alla fronte aveva detto: So tutto su come funziona ogni tipo di cellula che sta qui dentro, ma non so come funziona il cervello. Da Pisa in poi, per pi di trent'anni Enrico Mugnaini non ha fatto altro che studiare, prima da fisiologo, poi da biologo molecolare, quel pezzo del corpo; ma a forza di entrare in ogni pezzo dei vari pezzi che assieme fanno il pezzo chiamato cervello, alla fine era al perso. La medicina  biologia, non  matematica, diceva. 

Spesso, avendo a che fare coi miei medici dellMSKCC, tutti specializzati, tutti bravi, tutti frutto di una dura selezione che portava l da tutto il mondo i migliori di ogni settore, pensavo al dottor Macchioni, quello che da piccolo, quando ero malato, veniva a visitarmi a casa: il medico di famiglia. 

Mia madre, aspettandolo, metteva su una seggiola una bacinella piena dacqua, una saponetta nuova 
in un piattino e un asciugamano fresco e profumato sulla spalliera. Lui arrivava, elegante, con gli 
occhiali cerchiati doro, posava sul letto la sua valigetta di cuoio, si faceva raccontare le ultime novit, mi metteva lo stetoscopio di legno sul petto e sulla schiena, mi faceva respirare profondamente, dire trentatr, mi guardava negli occhi, mi faceva tirare fuori la lingua, contava i battiti del polso, si lavava le mani e poi asciugandosele con grande cura, dito per dito, dava il suo responso. Per me, bambino, cera qualcosa di magico nel suo modo, sicuro e pacato, di muoversi e di parlare. Lui stesso era una medicina. Mi aveva visto nascere, aveva visto due mie zie morire, giovanissime, di tisi e mia nonna di vecchiaia. Sapeva tutto di tutti e io mi sentivo gi meglio quando mia madre lo riaccompagnava alla porta e aspettava finch lui non fosse arrivato in fondo alle scale, ripetendo: Grazie, dottore, grazie. 

Nella vita ho avuto varie volte a che fare con dei medici e, per fortuna, il pi delle volte mi sono capitate persone di quel tipo. Quando a diciottanni mi ritrovai in ospedale con un polmone infetto e, dopo mesi di cure inefficaci, la sola soluzione parve quella di tagliarmelo via, fui ripreso per i capelli da un vecchio primario fiorentino che, usando tutta la sua esperienza e una nuova medicina appena arrivata sul mercato, salv il mio polmone e con quello il mio progetto di ci che volevo diventare. 

Anni dopo, un altro medico, questa volta svizzero, salv Angela dalle conseguenze negative di una 
terapia che scientificamente sembrava inevitabile. Angela aveva trentatr anni, aveva appena avuto il cancro al seno, era stata operata e aveva fatto un ciclo di cobaltoterapia, a quei tempi molto 
rudimentale, per giunta fatta a Singapore! Si trattava di decidere se doveva cominciare - e continuare poi per tutta la vita -a prendere una serie di diavolerie che non venivano pi prodotte naturalmente dai pezzi che il chirurgo aveva dovuto portar via dal suo corpo. Tutti i medici che avevamo consultato erano del parere che questo supplemento era indispensabile, anche se si sapeva che avrebbe provocato degli effetti collaterali. Uno di questi medici mi disse che Angela avrebbe presto sviluppato una peluria facciale e molto probabilmente i baffi!
.
Istintivamente lidea di prendere una medicina per tutta la vita non ci piaceva. Finimmo cos in una clinica svizzera e l, dopo alcuni giorni di esami, il vecchio endocrinologo di ottantanni fece ad Angela una strana domanda: Lei ha una vita felice? Si sente amata?
.
Non so esattamente che cosa Angela gli rispose perch lui mi aveva chiesto di aspettare fuori dalla 
porta, ma quando chiam anche me, disse che, a suo parere, Angela non aveva bisogno di prendere 
niente e che noi due e i nostri figli, allora ancora piccolissimi, potevamo riprendere la nostra vita senza tante preoccupazioni. Un genio! Uno che evidentemente non riduceva tutto a una questione di chimica e che riconosceva alla mente e alla psiche un ruolo importante -forse importantissimo -nel mantenimento del corpo. Dal punto di vista puramente scientifico avremmo dovuto affidarci a una compensazione chimica, ma lui scommise che il ritorno a una normale vita di affetti e di serenit avrebbe avuto un risultato simile a quello delle medicine, senza per tutti gli effetti collaterali. Son passati trent'anni .. e in famiglia i baffi li ho avuti finora solo io!
.
Purtroppo, quella figura di medico che conosce bene non solo la sua materia, ma anche la vita, che 
ha una solida formazione scientifica, ma concepisce ancora la medicina come unarte, in Occidente non esiste pi e non viene pi prodotta. I medici che oggi escono dalle nostre universit pensano ormai esclusivamente in termini di malattie, non di malati. Il paziente  il portatore di un male; non  una persona inserita in un suo mondo, con o senza una famiglia, felice o infelice del suo lavoro. Nessun medico va pi a casa dellammalato, vede la sua quotidianit, capisce i suoi rapporti affettivi. Non ne ha pi il tempo. Non ha pi la curiosit, latteggiamento. 

Per questo il malato sia in Europa che in America si sente sempre meno capito dal nuovo medico-
funzionario che fa domande soprattutto per riempire dei formulari, o dal medico-specialista che  
esperto solo di un pezzo del suo corpo e che di quel pezzo si occupa come se non fosse parte di 
qualcuno. 

Succede cos che sempre pi persone si rivolgono a questa o quella medicina alternativa, e che in 
un paese come gli Stati Uniti, dove la specializzazione  pi spinta che altrove, il numero annuo delle visite fatte dagli alternativi  gi superiore al numero delle visite fatte dai medici normali. La medicina alternativa promette al paziente un approccio personalizzato, gli d limpressione di considerarlo nel suo insieme, cerca magari le ragioni del suo mal di testa nella pianta dei piedi, reintroducendo cos nel rapporto medico-ammalato quellelemento di mistero e di magia che gi di per s sembra avere un effetto terapeutico. Il tutto  pi gradevole. 
.
Mi dica, signora, quando va al gabinetto, le sue feci galleggiano o vanno a fondo? 
Fra un cioccolatino e un limone, lei cosa preferisce mangiare? 
Se in una foresta lei si trovasse davanti a una bestia feroce quale sarebbe la sua reazione? 
Cercherebbe di scappare o di salire su un albero? Angela era divertita e rispondeva come meglio 
poteva. 

Eravamo in India da un paio di anni, si era ferita al dito di un piede e tutte le pomate, gli antibiotici e le compresse che le erano stati prescritti da uno dei medici di formazione occidentale raccomandati dalle ambasciate non le erano serviti a nulla. La ferita, anzi, peggiorava. Un amico indiano aveva suggerito di andare a vedere un medico ayurvedico, io avevo telefonato al presidente della loro associazione e quello, gentilissimo, ci aveva ricevuti a casa sua, nel centro di Delhi. Il posto era modesto, latmosfera rilassatissima. Il medico si interess ai sogni di Angela, le chiese che vita faceva, che cosa, quandera bambina, pensava di fare da grande, le fece disegnare una casa e una barca e le sent i due polsi. Il piede quasi non lo guard. Alla fine di questa consultazione, durata circa unora, ci dette una ricetta. Andammo in una vecchia farmacia ayurvedica a Connaught Place e l, sotto i nostri occhi, ci furono preparati tanti involtini di carta bianca, simili a quelli a cui eravamo abituati in Cina, con dentro delle polveri da prendere con lacqua. 

Angela bevette il tutto agli intervalli prescritti, ma il dito non miglior. La prima esperienza con layurveda non fu cos molto incoraggiante e Angela si tenne la sua brutta ferita ancora per alcune settimane .. finch una sera un vecchio collega di Newsweek venne a cena portando con s una donna stranissima: quarant'anni, alta, segaligna, bella ma spigolosa, come indurita da una vita difficile che le aveva anche cariato gran parte dei denti. Era australiana. Una decina di anni prima aveva lavorato come giornalista a Hong Kong, l aveva conosciuto un giovane indonesiano, laveva sposato, e per poterlo seguire in un piccolo villaggio, su per uno dei fiumi nellisola di Borneo da dove lui veniva, si era fatta musulmana. Aveva studiato lindonesiano e si era adattata alla strana vita di quel posto dominato, come il resto dellIndonesia, dalla magia.
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Le storie che Nur -luce, questo era il suo nuovo nome in arabo -raccontava erano davvero di un 
altro mondo. Era da poco arrivata nel villaggio del marito, unica donna bianca che ci avesse mai messo piede, quando al mercato il venditore di ortaggi da cui aveva cominciato a servirsi un giorno le disse: Stasera vengo a trovarti. Se vedi un coleottero dargento non lo uccidere. Sono io.
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Quella sera Nur vide un insetto entrare dalla finestra, lo vide fare il giro della casa e rivolare via, ma pens a una coincidenza. La settimana dopo per, al mercato, lortolano le fece una descrizione esatta delle sue varie stanze e lavvert: Fai attenzione, in casa tua ci sono degli spiriti maligni. Luomo aveva ragione: presto il matrimonio di Nur cominci a fare acqua e il bomoh, lo stregone locale, e la sua famiglia cominciarono a farle guerra cercando di costringerla a partire. Le galline di Nur, colpite dalla magia nera del bomoh, smisero di fare le uova, i fiori nel suo giardino appassivano appena fioriti, certi oggetti di casa improvvisamente scomparivano, mentre dei chiodi arrugginiti comparivano misteriosamente nei cassetti.
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Non volendo darsi per vinta, Nur, con laiuto segreto del verduraio-coleottero, si era messa a 
studiare la magia bianca, aveva imparato a rispondere, colpo su colpo, alle pratiche nere del bomoh, era rimasta nel villaggio anche dopo la partenza del marito ed era diventata, grazie ai poteri acquisiti, una guaritrice. Si era da poco trasferita a Giacarta, dove era gi nota per curare vari tipi di malattie. Anche una ferita al piede? Certo. Nur venne ogni giorno a casa, fece distendere Angela su un divano in salotto, tir le tende, mise della musica indonesiana, bruci dellincenso e accarezz il piede, raccontando ad Angela della vita in Borneo e chiedendole della sua. In capo a una settimana la ferita era rimarginata.
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Sarebbe piaciuto anche a me farmi curare da Nur, stare semplicemente disteso nella penombra di 
una bella stanza profumata dincenso ad ascoltare musica gamelan, a seguire altre sue storie e a 
raccontarle le mie. Ma il mio problema non era esattamente quello di un dito marcito e non avevo tempo per fare esperimenti. 

Prova. La medicina alternativa non ha effetti secondari. Al massimo non ti fa niente, uno si sente dire. E quella pu diventare una trappola mortale. Quanta gente, pensando di evitare le mutilazioni della chirurgia, le devastazioni della chemio e i pericoli impliciti nella radioterapia, si affida a soluzioni apparentemente pi facili e pi promettenti! La madre cinquantenne di un amico si era messa nelle mani di un guaritore per un cancro al seno. Quello le faceva bere dei grandi infusi derbe e valutava i progressi della cura con laiuto di un pendolo. Quando, dopo alcuni mesi, la donna si decise a tornare dal chirurgo che le aveva proposto lasportazione del seno con buone possibilit di sopravvivenza era ormai troppo tardi. Aveva perso del tempo prezioso. Mor.
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Negli ultimi anni questo  diventato un problema particolarmente serio perch certe pratiche, che in passato erano limitate a una fascia ristretta della popolazione esposta alle ventate californiane della new age o alla moda dellesotismo orientale, sono ormai alla portata di tutti e si stanno diffondendo, come la gramigna, in ogni citt e quasi in ogni quartiere dEuropa. A Firenze, un semplice artigiano, un tappezziere venuto a casa a rifare un divano, ha cominciato un giorno a parlarmi dei chakra e dei flussi di energia coi quali un pranoterapeuta gli aveva fatto credere di poter curare il suo cancro al colon evitando cos il chirurgo. Persino a Orsigna, il paese di cento anime nellAppennino tosco-emiliano dove passo le estati, un amico pastore mi ha raccontato recentemente che faceva ogni settimana qualche centinaio di chilometri in macchina per andare da una maga tibetana. Nel suo caso, fortunatamente, si trattava di un dolore a una gamba che lo faceva zoppicare. Al massimo rischiava che quella donna lo guarisse.
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Il problema  che non ci sono pi filtri, non ci sono pi controlli. Tutti credono di sapere tutto, tutti si sentono in grado di giudicare. Le leggi sono inadeguate e la caotica, indiscriminata valanga di informazioni prodotta da internet ha creato quellormai diffusissimo sapere a met che  la peggiore e la pi pericolosa forma di ignoranza. In questo vuoto di vera e onesta conoscenza, persino il buon senso viene meno e ogni ciarlatano finisce per avere buon gioco con la gente. 

Un tempo, il medico, lavvocato, larchitetto, lingegnere esponevano, a garanzia delle loro 
prestazioni, la pergamena col proclama della laurea firmata dal rettore dell'universit che gliela aveva conferita. Oggigiorno, questa non  pi, di per s, una grande garanzia e comunque nessuno ci fa pi caso. La storia di una guarigione, il sentito dire, a volte il semplice suono di una parola esotica sostituiscono le tradizionali garanzie. N giudici, n associazioni professionali sono ormai pi in grado di proteggere il cittadino. Il cittadino stesso, liberato come si sente, non vuole pi essere protetto. Dopo tutto, anche in questo, come ormai in ogni aspetto della vita moderna, chi decide  il mercato e la speranza  la merce di cui non sembra mai esserci un sovrappi. Chiunque venda speranza ha clienti. E se poi quelli finiscono per essere delle vittime, affar loro. Anzi, colpa loro! 

Uno degli aspetti pi attraenti delle terapie alternative  che il paziente deve partecipare al processo di guarigione, che molto dipende da lui, dalla sua volont. Questo per vuole anche dire che, se qualcosa non funziona, non lo si pu imputare alla cura:  lui che non ce lha messa tutta. I ciarlatani hanno cos una perfetta giustificazione per la loro inefficienza. 

Spesso il consiglio di rivolgersi alla medicina alternativa -e gi il termine medicina  nella maggior parte dei casi una millanteria - dato assolutamente in buona fede. Certo era in buona fede quello che io ricevetti da Dan Reid, vecchio compagno di studi cinesi in America, diventato esperto di taoismo, di buddhismo, di qi gong, di medicina orientale e di tanti altri aspetti dellocculto, che lui pratica e su cui ha scritto vari libri tradotti in tante lingue.

Da New York, nel mezzo della chemioterapia, gli avevo scritto une-mail per dirgli del mio scoop, di quel che stavo facendo, e per chiedergli aiuto su quel che avrei potuto fare dopo per ristabilire il mio equilibrio, rafforzare il mio sistema immunitario e mettermi alla ricerca dei piccoli tesori che sapevo essere nascosti nelle pratiche di cui lui si occupava. Mal me ne incolse. Nel giro di qualche ora la risposta bruciava sullo schermo del mio computer: ero pazzo a essermi messo nelle mani degli assassini in camice bianco! Quelli avrebbero cercato di uccidere il mio cancro avvelenandolo, ma con ci avrebbero avvelenato me. Certo che era una questione di vita o di morte, ma anche di qualit della vita dopo! Lultima cosa che dovevo fare era la chemioterapia; che smettessi subito di distruggere il mio organismo, perch con i danni inflitti da quel trattamento, specie al fegato e al sangue, poi non avrei potuto fare nientaltro. Come avevo osato fare tutto questo senza prima consultarmi con lui? Come avevo potuto, dopo una vita spesa in Asia, affidarmi a quella merda della cosiddetta scienza medica occidentale?
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Cosa suggeriva Dan? Dovevo immediatamente chiamare un numero di San Francisco e fissare un 
appuntamento telefonico con una veggente, una psichica, una grande guaritrice capace di vedere tutto anche a distanza. In trent'anni di pellegrinaggi in Asia alla ricerca di maestri spirituali e grandi guaritori, dallIndia alla Cina al Tibet, non ho mai incontrato nessuno che anche minimamente si avvicinasse ai poteri e alla visione di questa donna, mi scriveva Dan. Te ne accorgerai tu stesso e se poi vuoi sapere di pi su ci che fanno i tuoi amici dellMSKCC ai loro pazienti di cancro, leggi e qui seguiva una piccola bibliografia che in parte gi conoscevo e lindirizzo di alcuni siti internet in cui avrei trovato altre storie contro il mio, a quel punto ben amato, ospedale. 

Il messaggio di Dan non mi tocc. Ero al corrente delle teorie secondo cui lMSKCC era coinvolto 
con la grande industria farmaceutica nel negare qualsiasi validit ai trattamenti alternativi da cui quellindustria non traeva profitti; avevo letto che, in passato, alla testa dellospedale che cura il cancro cera stato inspiegabilmente un personaggio legato allindustria del tabacco che contribuisce significativamente allinsorgere del cancro. Ma questo non cambiava la mia convinzione che quella era la migliore scommessa che avessi potuto fare. 

Sono certo che se mi fossi messo in contatto con quella donna, avrei fatto uninteressante 
esperienza. Lei avrebbe visto il mio intero io coi suoi sette strati e con laura di vari colori attorno al corpo; lei mi avrebbe fatto pensare positivamente e mi avrebbe fatto partecipare alla mia cura. Tutte cose di cui allMSKCC di New York nessuno voleva sentir parlare. 

Avessi avuto la scarlattina o magari anche un raffreddore da fieno, le avrei telefonato, se non altro perch, per una veggente, aveva un nome appropriatissimo: si chiamava Santa Chiarezza. 

Ero convinto di aver fatto la scelta giusta, ma al tempo stesso mi rendevo sempre pi conto che la 
medicina a cui mi ero affidato -proprio perch scienza e non magia, perch radicata nella fisica e non nella metafisica, perch fondata sulla ragione e sulla sperimentazione e non sulla intuizione -non poteva andare al di l delle apparenze, dei fatti, di ci che  percepibile dai sensi. E questo approccio mi lasciava come un vuoto, un vuoto di comprensione perch ero sempre pi persuaso dellesistenza di qualcosaltro dentro le cose, un qualcosaltro che la scienza, per come sono fatte le sue reti, non riesce a pescare nel mare della realt. Qualcosa che  importante. Forse pi importante di tutto il resto. 

Il fatto di non poterlo pescare non prova nulla, tranne che le reti non sono quelle adatte. La scienza cerca di capire e di spiegarsi il mondo facendolo a pezzi, misurandolo, pesandolo, osservandolo e possibilmente riproducendolo. Come pu allora cogliere il fuoco che  in un pezzo di legno? Lalbero che  in un seme, la gioia o la tristezza che covano nel petto di tutti? 

Ma non era questo che chiedevo ai miei medici. Capivo che scientificamente non potevano 
spiegarmi perch un tegolo casca in testa a qualcuno che passa in quel momento sotto casa; perch una pallottola colpisce il mio vicino e non me. Ma come potevano non prendere in considerazione la 
possibilit di un rapporto di causa ed effetto fra la mia vita, le cose che ho fatto, quelle che ho visto, le mie frustrazioni, la mia depressione, e limpazzire delle mie cellule? 

Se  vero che la faccia di una persona  lo specchio della sua vita, che vi si possono leggere le sue delusioni e le sue gioie, perch allora la vita che uno ha fatto non deve aver lasciato una qualche traccia appunto nel fondo della sua materia: nelle cellule? Quel che volevo dimostrare, se non altro a me stesso, era che il cancro che avevo era il mio cancro. Non certo per farmene una colpa, ma piuttosto perch, se avevo avuto un ruolo a scatenarlo, ora ne potevo avere uno a metterlo sotto controllo. Forse era solo una questione di atteggiamento, ma per me era importante. 

Il grande mistico indiano dellOttocento, Ramakrishna, i cui racconti e le cui parabole sono ancora 
oggi sulla bocca di tanta gente, diceva che ci sono due modi di salvarsi: il modo del gatto che da 
piccolo, senza dover far nulla, viene preso per la collottola dalla mamma gatta e portato a spasso, e il modo della scimmia che, appena nata, deve imparare ad attaccarsi con tutte le forze al pelo della madre. C sempre una mamma -una sorte - a portarci in salvo. Io alla mia volevo con tutte le mie forze dare almeno una mano. 

Lei pretende troppo se crede di essere la causa del suo cancro, mi disse Lucio Luzzatto sessant'anni, piccolo, magrissimo, genovese, con un lungo passato in Africa prima di diventare il capo della ricerca genetica dellMSKCC -quando lo andai a trovare per farmi spiegare appunto in che modo nasce un cancro. 

Come sanno fare solo i veri intellettuali che non han bisogno, per darsi importanza, di complicare il semplice, Luzzatto semplific per me quel che era complicato. Se capii bene, le cose stanno cos: il cancro  una malattia genetica delle cellule somatiche. Malattia genetica vuol dire che la sua base  nei geni. I geni sono alla base del DNA, il nostro codice di identit. Ognuno ha il suo. Ogni DNA  composto da circa centomila geni. Questi geni determinano quel che siamo e quel che saremo. Nei geni c il colore dei capelli che avremo da giovani e da vecchi, la lunghezza del naso e quella della nostra vita. In qualche modo, i geni sono il nostro destino. Questi geni si riproducono replicandosi, cio facendo copie esatte di se stessi. E qui comincia il problema, qui pu nascere il cancro, perch  praticamente impossibile che i geni si riproducano allinfinito tutti esattamente alla stessa maniera. La possibilit di un errore -anche di uno solo su un milione di copie - naturale quanto  naturale che un amanuense, copiando lintera Bibbia, commetta una svista nella trascrizione. Lerrore pu essere minimo ma, in quanto ereditabile, costituisce una mutazione che, come tale, si riprodurr nella prossima replica, poi in quella dopo e cos via. 

Fra queste mutazioni ci sono quelle che non hanno alcuna conseguenza; altre che rendono la cellula 
non pi funzionante, per cui incapace di riprodursi e la cosa finisce l. Alcune invece provocano una variazione nella cellula, e queste sono le mutazioni pericolose. 

La mutazione -Luzzatto tenne a ripetere - un errore casuale, non cattivo, anzi,  un fatto 
assolutamente naturale. Se non ci fossero mutazioni non ci sarebbe evoluzione, disse. Di per s, una mutazione non provoca il cancro. Solo quando a una mutazione ne segue unaltra e poi unaltra ancora, il problema diventa serio. Nel suo caso ad esempio ci sono volute almeno cinque mutazioni successive e tutte, se lo ricordi, tutte casuali! Casuali! 

Come il giovane capo della ricerca che si credeva sul punto di trovare la combinazione segreta della cellula, anche Luzzatto era convinto che la scienza medica sarebbe presto arrivata a evitare quelle mutazioni. 

Lei capisce che non pu aver influito su quelle mutazioni, concluse. Per, se proprio vuole 
sentirsi responsabile di qualcosa si occupi del suo sistema immunitario. Quello  altamente 
personalizzato: persino due gemelli identici hanno due sistemi immunitari completamente diversi. 
Quello  come lo vuole lei,  suo! In qualche modo lei ha a che fare con la risposta immunitaria, quindi con quel che succeder al suo cancro e a lei in generale. 

Finalmente! Non dovevo pi essere un semplice spettatore della mia malattia e di quel che la 
malattia avrebbe fatto di me. Cera qualcosa che io stesso potevo fare! Avevo un ruolo, una 
responsabilit. Il mio futuro dipendeva anche da me. 

Sarei stato ore a fare lo studente con un maestro come lui. Luzzatto era uno scienziato che non mi 
faceva rimpiangere nessuno sciamano! Lasciandolo gli posi una domanda che in quei giorni mi ronzava 
in testa: che cos esattamente una malattia? 

Mi guard come guarda solo chi ha alle spalle una vecchia cultura che per secoli ha fatto capriole coi suoi migliori cervelli, e con un disarmante sorriso rispose:  un tema affascinante, ma mi  pi facile parlare di cancro. Su quello almeno ho un paio di idee chiare. 

La conversazione con Luzzatto mi dette da pensare. Scrivendo Un indovino mi disse avevo cercato, 
con notevole scetticismo, debbo dire, di capire se era possibile che il destino di una persona potesse essere scritto, ad esempio, nelle linee della sua mano e che qualcuno fosse in grado di leggerlo. Ma cera poco da essere scettici! Se, come sosteneva Luzzatto, il destino  definitivamente scritto nei geni di ogni individuo, e se quelli come lui sono ormai capaci di leggerlo, come non pensare allora che possa essere anche scritto nel palmo di una mano? La sola differenza  che la lettura nei geni  pi moderna, non  ammantata di mistero.  scientifica. E con questo  anche molto, molto pi inquietante. Il fatto di poter letteralmente leggere il futuro di una persona nei suoi geni apre incredibili possibilit di manipolazione, non tutte benvenute come quella di spegnere linterruttore che provoca il cancro.
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Presto, quando la mappa del genoma umano sar completata, gli scienziati, o meglio le poche societ 
che si sono impossessate di questa ricerca e dei relativi brevetti, avranno lesclusiva sul progetto genetico della nostra specie e la propriet dei vari mezzi di intervento e di clonazione. Alcune aziende si specializzeranno nella produzione di embrioni capaci di soddisfare le richieste dellultima trovata consumistica: bambini su ordinazione (maschio, longevo, capelli biondi e occhi blu); mentre altre offriranno i loro servizi ai datori di lavoro che vogliano selezionare fra i candidati da assumere quelli che, dalla lettura del loro futuro nel codice genetico, risulteranno avere la minore predisposizione al cancro alla prostata o al seno.
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Le immaginabili e inimmaginabili conseguenze della combinazione di questa nuova scienza genetica 
con luso sempre pi sofisticato di potenti computer mi fanno paura.  come se luomo fosse davvero 
arrivato a immaginarsi di poter fare la parte di Dio e fosse sul punto di mettere in scena una sua 
personalizzata minicreazione. Ma Iddio glielo lascer fare? 

Non ricordo in quale lingua ci parlassimo, ma forse fu in inglese perch in qualche modo Luzzatto, 
pur avendo fatto medicina in Italia, non era pi un medico italiano, di quelli che arrivati alla sua posizione non si abbottonano il camice -simbolo sacerdotale, come per gli sciamani i teschi e le ossa di animali appese al collo -anzi, se lo lasciano di proposito svolazzare, quando incedono per le corsie col loro codazzo di assistenti, e hanno con tutti, compreso il malato, un rapporto di tipo padronale. Li chiamano baroni, ma loro si prendono soprattutto per dei Padreterni. 

Coi medici americani era vero il contrario: si prendevano al massimo per dei meccanici specializzati. Nella grande caffetteria al piano terra dellMSKCC dove tutti, a colazione o allora di pranzo, col vassoio in mano, facevano la coda al self-service, era impossibile distinguere chi era medico, infermiere o tecnico. Vivendo nel mondo dei malati, mi resi conto che unaltra delle ragioni che portano certe persone ad abbandonare la medicina classica per quella alternativa  proprio latteggiamento dei medici, il loro non tener conto della sensibilit del paziente, il loro essere, a volte per fretta, a volte addirittura per esigenze legali, semplicemente brutali. 

La storia di Ludovico in questo senso  particolarmente significativa. Per me poi, questa storia ha 
risvolti che ancora oggi mi lasciano profondamente perplesso. Ludovico non era il solito amico di amici che telefona per essere invitato a pranzo e avere consigli su dove andare e cosa comprare in India. Lui aveva letto un mio libro, era di passaggio a Delhi e aveva provato a fare il numero che si era fatto dare dallambasciata italiana, e io fui fortunato perch, quando gi stavo per mettere il mio solito disco: Grazie. Sto partendo. Peccato. Ci vedremo la prossima volta, mi venne da chiedergli: Scusi, ma lei che fa nella vita? Io? Faccio il malato esperto. Era una risposta insolita, insolito era luomo e insolito  stato da allora il succedersi di eventi che, visti col senno di poi, fanno pensare che forse c davvero nelle nostre vite qualcosa che il senno non capisce, qualcosa che sta dietro allovvio e che sfugge alla ragione. 
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Quando telefon, Ludovico aveva quarantasette anni; aveva fatto vari mestieri ed era arrivato a 
quello di malato esperto dopo che, essendogli stato diagnosticato un cancro, i suoi medici italiani gli avevano fatto fare la chemioterapia. Lesperienza era stata per lui un dramma. Durante lintera terapia si era sentito un numero, i medici non gli avevano dato granch per alleviare gli effetti negativi del cocktail e, quando alla fine dei vari cicli era andato a chiedere al medico responsabile se poteva considerarsi guarito, quello prima aveva evitato di rispondere, poi, secco, gli aveva detto: Di cancro non si guarisce. Se lo metta in testa una volta per tutte. 

Per Ludovico quella condanna era inaccettabile e da allora si era messo a cercare qualcosa o 
qualcuno che non gli togliesse cos brutalmente ogni speranza. Unamica canadese gli aveva suggerito di provare Caisse Formula, una pozione di erbe usata da una trib di indiani dAmerica per curare varie malattie, fra cui il cancro. Ludovico ne era diventato un convinto, quotidiano consumatore e, lentamente, un propagandista. Attraverso quella indistruttibile catena di santAntonio che  la speranza, prima alcune, poi decine di persone, scettiche in partenza verso la medicina ortodossa o bruciate da quella, si erano rivolte a lui per avere consigli su come procurarsi quella miracolosa pozione. Era venuto in India per studiare un po di medicina locale e conoscere medici ayurvedici da far venire eventualmente in Italia. 

Angela e io passammo un paio dore ad ascoltarlo. Mi piacevano i suoi occhi chiari, il suo calore, la sua sincerit. Ma io in quel momento non avevo alcun personale interesse alla sua storia, n di malato, n di esperto in terapie alternative. Stavo benissimo, il cancro era degli altri, e non avevo alcuna intenzione di scrivere di medicina indiana, visto che quello era ormai diventato un soggetto giornalisticamente di moda di cui avevano gi scritto in tanti. Solo per curiosit, una volta che Ludovico lasci casa nostra, andai su internet a vedere cosa cera su quella pozione di cui io non avevo mai sentito parlare prima. Trovai centinaia di pagine, ne lessi alcune e la storia per me fin l finch, alcuni mesi dopo quellincontro, anche a me venne diagnosticato un cancro, e uno dello stesso tipo di quello di Ludovico. Coincidenza, si dice. Forse, dico io, che al momento non ho altra spiegazione. Eppure, che strana coincidenza! 

Da allora le nostre vite sono rimaste intrecciate. La sua esperienza e la sua presenza mi sono state di grande aiuto. Mentre io stavo ancora a New York, Ludovico, nonostante la miracolosa pozione a cui si era affidato, ebbe una ricaduta nel vecchio malanno. Dopo mesi di incertezza fra il continuare a credere in quel che aveva convinto anche tanti altri a credere o ammettere il fallimento e rimettersi in mano alla medicina classica da cui era fuggito, Ludovico fin per tornare alla chemioterapia e a un trapianto del midollo. Nel frattempo ha imparato a non chiedere pi se  guarito e sta bene. Per aiutarsi a credere continua anche a prendere la sua pozione. 

Io invece non posso evitare di chiedermi ancora che cosa davvero ci fece incontrare a Delhi e ho 
difficolt a pensare che fosse solo un caso. 

Un giorno, davanti alla porta della mia tana di New York, trovai un pacchetto lasciato dal postino. 
Dentro cera, involtato in una carta velina gialla, un kata, uno di quei lunghi e stretti foulard di seta bianca che, una volta toccati, e con ci benedetti, da un qualche importante lama, i tibetani si mettono addosso come protezione o tengono in casa appesi a un tanka, una pittura sacra, o attorno a una loro immagine di Buddha. Quello veniva direttamente dal Dalai Lama. 

Un amico e collega di Der Spiegel era andato da Amburgo a Dharamsala per intervistarlo. Alla fine 
dellincontro avevano parlato di me, del fatto che non ero l, ma al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center e il Dalai Lama, tenendo quel kata con le due mani, se lera portato cerimoniosamente alla fronte, ci si era concentrato per alcuni secondi e lo aveva dato allamico perch me lo recapitasse con una raccomandazione: Nel caso le mie benedizioni non bastassero, gli dica anche di prendere tutte le medicine che gli danno. 

Sempre lui: grande nella semplicit, ironico anche su se stesso e pieno di quella qualit che, pur non essendo affatto comune, gli inglesi chiamano common sense e che forse per questo in italiano si chiama buon senso. 

Lultima volta che lavevo incontrato, il Dalai Lama, lOceano di Saggezza, era fortemente 
raffreddato e aveva da settimane una persistente raucedine che preoccupava molto il fratello dal quale abitavo. Santit, lei si cura con la medicina tibetana o con quella occidentale? gli chiesi. Questo gli fece ricordare che era in ritardo. Con tutte e due, rispose con una delle sue belle e contagiose risate. E si affrett a mandar gi un occidentalissimo antibiotico, bevendoci su la pozione tibetana che un assistente era poco prima venuto a mettergli, calda fumante, sul tavolinetto accanto al quale stavamo seduti nel suo studio a Dharamsala. 

Il kata and ad avvolgere il piccolo Buddha che stava sopra il davanzale della mia finestra-acquario su Central Park. E cos ogni giorno, prendendo le medicine, pensai anche alle benvenutissime benedizioni del Dalai Lama di cui quella striscia di seta bianca era - forse - carica. 

Nel 1993 ero stato in ritiro per dieci giorni nel Nord della Thailandia e avevo seguito un corso di 
meditazione Vippasana tenuto da John Coleman, un carissimo americano, ex agente della CIA, 
diventato buddhista. A quel tempo meditare era ancora una espressione insolita e io stesso, pur 
vivendo in Asia, ne avevo a malapena sentito parlare come di qualcosa per gente con tempo da perdere, al massimo come un diversivo, un esperimento in spiritualit per hippy in vacanza. 

La situazione da allora  notevolmente cambiata: specie in Occidente. Meditazione  oggi una 
parola entrata nel linguaggio comune e tanta gente dice di praticarla, o almeno cos crede di fare. La parrucchiera allangolo medita; medita il guidatore dellautobus, meditano le segretarie dazienda, gli impiegati di banca; meditano le donne di mezza et, frustrate dal vuoto nelle loro vite, e meditano i giovani che lavorano in Borsa cos che la loro mente -sperano -sia pi capace di concentrazione e di successo. 

A causa di quel mostruoso e scoraggiante processo di trivializzazione che fa di ogni piccola scoperta loggetto di una moda e di ogni piccolo segreto un prodotto da mettere in vendita, la meditazione  ormai arrivata nei supermercati. Gli annunci di nuovi corsi di meditazione stanno accanto a quelli per ladozione di un cane o una coppia di gatti siamesi. Nelle librerie, i volumi sulla meditazione sono esposti assieme a quelli sullo yoga, il reiki, loccultismo, i tarocchi, il buddhismo tibetano, il qi gong, il taoismo, l'I Ching, la medicina dei pellirossa e quelli sul viaggiare astrale. Nella catena americana Barnes & Noble, dopo le sale dedicate alla storia, alla letteratura, alle scienze e alle biografie, ci sono quelle per i libri di self-help, new age, astrologia e salute. Chi non ha voglia di leggere pu imparare a meditare coi libricassetta, da ascoltare magari guidando sullautostrada. Tutto  ormai alla portata di tutti e con questo tutto ha perso quellintrinseco valore che, specie nel caso di certe pratiche spirituali, era legato alla difficolt della scoperta, al senso segreto dellinsegnamento. 

Un discepolo doveva servire per anni il suo maestro, andargli a prendere lacqua, tagliargli la legna, spazzargli la capanna, finch quello gli dava una indicazione, gli insegnava qualcosa, lo faceva parte di una parte del segreto. Oggi tutto  diventato come il caff in polvere: istantaneo, e con ci niente  pi veramente particolare o prezioso. 

A volte mi pare che persino la lingua che parliamo sia stata infettata da un qualche virus che le toglie la sua forza. Certe parole, usate e riusate, specie a sproposito, hanno perso gran parte del loro significato. Parliamo sempre pi spesso per clich, ripetiamo modi banali di dire le cose, parliamo soprattutto distrattamente, tanto per fare conversazione. Amare, ad esempio,  una bella espressione, una parola potente. Ma non si pu ogni giorno amare qualcuno o qualcosa, non si pu allo stesso modo amare una persona o una cosa. Per questo, chi medita davvero non ne parla. 

Dopo il corso di meditazione con John Coleman avevo cercato di mantenere quella pratica nella mia 
routine quotidiana, ma non sempre ci ero riuscito. Se non si  coinvolti nel suo aspetto spirituale, la meditazione presto cessa di essere una necessit e si finisce per perderne il ritmo. Imporsela come un dovere quotidiano non serve a nulla. Per me il corso era stato un po come imparare ad andare in bicicletta. Avevo intuito la possibilit di usare la mente per controllare il corpo e questa mera parsa unarte da mettere da parte. Mi  stata, infatti, di grande aiuto. 

Gi a Bologna, durante i vari esami, alcuni dolorosi, ero ricorso a quel che avevo imparato da John: concentrarsi sul respiro, portare la mente al dolore, immaginare il male come un nodo da sciogliere, cercare di vederne il colore, la forma ( tondo o quadro?), la grandezza, contare i colpi che d. Il tutto per distrarre lio-corpo dal suo soffrire e soprattutto per ricordarsi continuamente che tutto, tutto  impermanente, che tutto viene e va: anche quel dolore. 

Una volta una suora, vedendomi seduto sui talloni a occhi chiusi, venne a chiedermi che cosa 
facevo. Pi o meno quello che per secoli si insegnava anche a una come lei -lo si chiamava 
contemplazione -, ma di cui nei conventi si  persa la tradizione. Abbiamo la mente e non la usiamo, abbiamo lintelligenza e non la mettiamo a frutto. Anzi, facciamo di tutto ora per produrne una artificiale. Che orrore! 

La mente  uno degli strumenti pi sofisticati di cui disponiamo, ma non lo prendiamo in 
considerazione e, con un atteggiamento tipico dei nostri tempi moderni, facciamo fare alla chimica quel che invece potremmo, almeno in parte, far fare alla mente. La chimica  sempre di pi la soluzione di tutto. Si  depressi, si  stanchi, si  sterili, si  magri, si  grassi? C sempre una pillola inventata -e messa appunto in vendita -per risolvere il problema. Un bambino  agitato? Non serve andare a capire perch. Il Prozac lo calma sia che allorigine della sua irrequietezza ci siano i genitori divorziati che lo trattano come un pacco postale continuamente rimandato al mittente, sia che la scuola cerchi di far di lui quel che lui non . Il Prozac viene oggigiorno prodotto in confezioni per linfanzia e negli Stati Uniti decine di migliaia di bambini dipendono ormai dalla somministrazione quotidiana di questo tranquillante per poter funzionare normalmente. 

Lo stesso avviene col dolore. La sconfitta del dolore  considerata una delle grandi vittorie 
delluomo moderno. Eppure anche questa vittoria non  necessariamente tutta positiva. Innanzitutto il 
dolore ha una sua importante funzione naturale: quella di allarme. Il dolore segnala che qualcosa non va 
e in certe situazioni il non avere dolore pu essere ancor pi penoso dellaverlo. Un orribile aspetto 
della lebbra  che distrugge i nervi capillari dellammalato e quello, non sentendo pi alcun dolore, non 
si accorge quando le sue dita sbattono e si spezzano contro qualcosa o ancora peggio, come avveniva 
nei lebbrosari dei paesi pi poveri, quando le dita gli venivano mangiate dai topi, di notte, mentre 
dormiva. 

E poi: eliminando la sofferenza al suo primo insorgere, luomo moderno si nega la possibilit di 
prendere coscienza del dolore e della straordinaria bellezza del suo contrario: il non-dolore. Perch in 
tutte le grandi tradizioni religiose il dolore  visto come una cosa naturale, come una parte della vita? 
C forse nel dolore un qualche significato che ci sfugge? che abbiamo dimenticato? Se anche ci fosse, 
non vogliamo saperne. Siamo condizionati a pensare che il bene deve eliminare il male, che nel mondo 
deve regnare il positivo, e che lesistenza non  larmonia degli opposti. 

In questa visione non c posto n per la morte, n tanto meno per il dolore. La morte la neghiamo 
non pensandoci, togliendola dalla nostra quotidianit, relegandola, anche fisicamente, l dove  meno 
visibile. Col dolore abbiamo fatto anche di meglio: lo abbiamo sconfitto. Abbiamo trovato rimedi per 
ogni male e abbiamo eliminato dallesperienza umana anche il pi naturale, il pi antico dei dolori: 
quello del parto, sul quale da che mondo  mondo si  fondato lorgoglio della maternit e lunicit di 
quel rapporto forse saldato proprio dalla sofferenza. Ma questa  la nostra civilt. Ci abituiamo sempre 
pi a risolvere con mezzi esterni i nostri problemi e con ci perdiamo sempre pi i nostri poteri 
naturali. Ricorriamo alla memoria del computer e perdiamo la nostra. Ingurgitiamo sempre pi 
medicine e con ci riduciamo la capacit del corpo a produrre le sue. 

Ma si pu davvero controllare il dolore con la mente? Vivendo in India si sentono tante storie -o 
leggende - secondo cui ci si pu arrivare. La logica sarebbe questa: tutte le nostre sensazioni sono legate alla nostra coscienza; quando noi diciamo di vedere o di sentire, non sono esattamente i nostri occhi a vedere o i nostri orecchi a sentire, ma  la nostra coscienza a prendere atto del fatto che gli occhi vedono e gli orecchi sentono. Per cui basterebbe staccare, con la mente, la coscienza dalle sensazioni per non sentire pi il dolore. In verit  esattamente quel che facciamo quando ci addormentiamo: la coscienza si assenta e noi non sentiamo pi alcun dolore. Ma come arrivarci da svegli? 

La tradizione yoga promette questo potere e allude a un altro ancora pi interessante: la capacit di trasferire il dolore fuori da s, eventualmente su un oggetto. Una delle storie pi popolari di questa capacit ha quasi mille anni. Il protagonista  Milarepa, un tibetano, storicamente esistito, ma diventato poi leggenda come uno dei grandi yogi. Milarepa  ancora oggi frequentemente raffigurato nei tanka con la mano aperta dietro allorecchio destro, nellatto di prestare ascolto alla sofferenza del mondo. 

Nato in Tibet a met del 11esimo secolo da una famiglia di ricchi commercianti di lana impoveriti dopo la morte del padre, Milarepa, per vendicare la madre che  stata espropriata di ogni suo avere dai parenti, studia magia nera e riesce a causare loro morte e distruzione. Pentitosi di questo, Milarepa diventa discepolo di un grande maestro del suo tempo, Marpa il Traduttore, e vive per anni da asceta nella foresta, mangiando solo ortiche cucinate in una pentola di terracotta. Col tempo Milarepa diventa famoso ed  rispettatissimo dalla gente per la sua grande saggezza, che non gli viene dai testi sacri imparati a memoria, ma dallesperienza. 

Un monaco suo contemporaneo, uno di quelli libreschi e molto pieni di s, singelosisce di lui, della 
sua reputazione e decide di ucciderlo. Manda cos una sua concubina con lordine di offrire allasceta un 
bicchiere di yogurt avvelenato. Milarepa, che fra i tanti poteri acquisiti con la pratica dello yoga ha 
anche quello di leggere nel pensiero, appena vede arrivare la donna, capisce, ma siccome  gi anziano e 
sa che prima o poi deve pur morire, prende lo yogurt e lo beve. 

Quando Milarepa  agonizzante, per, il monaco suo nemico si pente, corre dal vecchio yogi e, per 
poter espiare la sua colpa, lo implora di passargli tutto il dolore che prova. Se lo facessi non resisteresti 
neppure un minuto, risponde Milarepa, che sembra controllare perfettamente la sua sofferenza. Il 
monaco insiste e Milarepa, per fargli capire come gli sarebbe impossibile sopportare quel dolore, dice 
che trasferir solo un po della propria sofferenza sulla porta della stanza. E subito la porta comincia a 
scricchiolare, a contorcersi; il legno si spacca. Al monaco cattivo non resta che buttarsi ai piedi di 
Milarepa, chiedergli perdono e diventare in extremis suo discepolo, prima che il vecchio yogi lasci il suo 
corpo. 

Quando, dopo unoperazione, si incomincia a riprendere conoscenza, una delle prime constatazioni 
che si fanno, uno dei primi, rassicuranti segni che si hanno del fatto dessere ancora al mondo,  il dolore. Io ne avevo uno grande nella pancia che mi pareva trafitta da mille alabarde, ma presto imparai a tenerlo sotto controllo. Con la meditazione? Trasferendolo alla porta? Niente affatto: pigiando un pulsante che mi era stato messo in mano e che faceva partire, da uno dei tanti aggeggi attorno al mio letto, una scarica di qualcosa di meraviglioso che entrava automaticamente nelle mie vene attraverso un ago infilatomi da qualche parte. Il male passava e io stavo tranquillo. Appena quello tornava, io ripigiavo il pulsante. Un congegno elettronico teneva il conto di quanta roba mi iniettavo per impedirmi di oltrepassare un limite stabilito e quando io esageravo, chiudeva, a mia insaputa, per un certo tempo il rifornimento. Io pigiavo il bottone e avevo ugualmente limpressione di star meglio.  quello che i medici chiamano leffetto placebo: leffetto, sorprendentemente curativo, di qualcosa che in verit non ha alcun effetto, come bere un bicchiere dacqua invece di una medicina, o mandar gi una pillola di farina invece che un composto chimico. 

Il congegno col pulsante era responsabilit di due giovani medici della Unit per il controllo del 
dolore che ogni giorno venivano a farmi visita. Non so di che cosa fossero quelle scariche, ma mi 
aiutavano a non sentire il male. Forse erano della stessa roba che il corpo produce automaticamente, per conto suo, quando  assolutamente necessario. Il corpo sa quel che fa. Nellattimo stesso di un immenso dolore che lo farebbe morire, il corpo mette in circolo un suo anestetico che gli rende possibile resistere.  cos che un soldato, a cui una scheggia ha portato via un braccio, continua a correre per un po, come non gli fosse successo nulla. 

Ed  forse cos che si spiega la bella storia di Sarmad, un mistico del XVII secolo, che le guide 
raccontano ancora oggi ai turisti in visita alla sua tomba vicino a Jamma Mashid, la grande moschea, 
davanti al Forte Rosso di Delhi. Sarmad, un ebreo, o forse un cristiano, originario dellArmenia, si era 
convertito allislam arrivando in India ed era diventato famoso per la sua saggezza, le sue poesie in 
persiano, e perch, inebriato dallamore di Dio, ballava in pubblico, nudo, libero finalmente da tutti i 
pesi anche quello degli abiti. Era un sufi -un sufi come il mio anestesista -e gli ortodossissimi mullah 
di corte lo accusarono di eresia. Limperatore Aurangzeb ordin che venisse decapitato. 

O grande Amico, oggi tu arrivi nelle vesti di un boia, ma io ti riconosco. Benvenuto! disse Sarmad, 
rivolto a Dio, quando vide avvicinarsi, con la scimitarra luccicante in mano, luomo incaricato 
dellesecuzione. E sorridendo gli porse il collo. Il boia esegu il suo ordine e Sarmad, con la testa mozza 
fra le mani, fece ancora due passi di danza davanti alla folla esterrefatta. Era l'anno 1659. 

Simile  la storia di al-Hallaj, anche lui un mistico -ma del IX secolo -accusato di sostenere che Dio 
e la Verit sono la stessa cosa e che luomo stesso  parte di quella Verit. Viene portato davanti al 
Sultano che gli ordina di ricredersi. Hallaj si rifiuta. Il Sultano gli fa tagliare una mano, ma quello ripete 
la sua bestemmia: Io sono la Verit. Il Sultano gli fa tagliare un braccio, ma Hallaj ripete la stessa cosa. 
Gli fa tagliare una gamba e Hallaj dice ancora: Io sono la Verit. Il Sultano ordina allora che gli venga 
tagliata la testa e quella rotolando, per terra, continua ancora a muovere le labbra: Ana 'l-haqq, io 
sono la verit. 

Immobile nel mio letto, non avevo che da far passare il tempo e il ricordo di quelle storie mi teneva compagnia nel gioco che facevo con me stesso, sfidandomi a non pigiare il bottone. Cercando di tenere a bada il dolore, ci meditavo sopra, distraevo la mia mente costringendola a immaginare qualcosa di piacevole come lo stare a galla in un mare calmo e caldo. Mi dicevo che quella gioia provata tante volte era ora bilanciata dal sentir cos male, e che cera qualcosa di giusto in quel far pari. 

Mi chiedevo perch siamo fatti in modo che anche un terribile dolore, una volta passato, non 
riusciamo a ricordarlo. Sappiamo che labbiamo avuto, ma non siamo in grado di sentirne lintensit, quasi neppure la natura. Mi chiedevo perch in varie lingue, come in italiano, la parola dolore viene usata indistintamente sia per la sofferenza fisica che per tutte le altre. Pensavo alla psicanalisi come allUnit per il controllo di quellaltro dolore e a quanto ero fortunato io ad avere sempre il bottone a portata di mano. E a volte, arrendendomi .. lo pigiavo. 

Sulla via di ritorno dallospedale alla mia tana, mi fermavo almeno una volta alla settimana allangolo tra la Sessantasettesima Strada e la Madison Avenue, salivo dodici piani con un vecchio, scricchiolante ascensore ed entravo, senza dover suonare perch la porta era sempre aperta, in un piccolo appartamento pieno di sole. 

Qui, da alcuni decenni, abitava un vecchio, ammirato amico scrittore, uomo di altri mondi, di tante 
culture; uno di quelli che andrebbero tenuti sotto vetro se non altro per dare alle generazioni che 
vengono lidea di come un tempo si poteva essere. Il suo tempo stava per scadere. Da mesi Niccol 
Tucci, ormai novantenne, era costretto a letto, dove stava senza lamentarsi, elegante, con una bella barba grigia e dei capelli lunghi che gli davano laria dun nobile ribelle dellOttocento. 

Mezzo russo e mezzo fiorentino, Nica era arrivato a New York alla fine degli anni Trenta. Qui si era messo a lavorare con altri italiani contro il fascismo e qui era rimasto anche a guerra finita. Scrittore, pamphlettista, Don Chisciotte letterario di tante cause, aveva sempre una bella battuta pronta o una interpretazione non ortodossa delle vecchie e nuove vicende dellumanit. Ci conoscevamo da pi di trentanni. 

Fra le tante belle cose che gli dovevo, cera laver imparato a leggere Dante con laccento toscano, senza retorica, semplicemente, come fosse lincredibile racconto che uno fa a un altro in una taverna 
fiorentina. Fra le cose divertenti gli dovevo il consiglio di dare la mancia ai portieri dalbergo quando si 
arriva, non quando si parte, e una battuta di Gaetano Salvemini con la quale mi sono consolato ogni 
volta che cercavo -col passare degli anni con crescente fatica -di imparare una nuova lingua. Salvemini 
era arrivato da poco negli Stati Uniti e studiava linglese a tappe forzate. Come sta andando? gli 
chiesero. Be, comincio a capire quel che dico io! 

A Nica dovevo poi un grande incoraggiamento: Quando la smetti di fare del giornalismo e non 
cerchi di fare un po di perennalismo? 

Sapeva bene che niente  perenne, ma voleva evitarmi di continuare a vivere giorno per giorno -o 
settimana per settimana -e mi aveva spinto a mettere alcune delle esperienze che facevo nei libri. Lui 
ne aveva scritti di belli, alcuni in inglese3 alcuni in italiano,4 ma, come diceva lui stesso, una volta che 
hai attraversato lAtlantico sei sempre sulla sponda sbagliata e la sua fama letteraria era ugualmente 
finita cos, fra due seggiole. 

Anche morendo era sulla sponda sbagliata. Lappartamento era tutto quello che un uomo come lui 
poteva desiderare: due piccole stanze, tanta luce, un bel tavolo, tanti libri, un vecchio telefono, una 
poltrona, ma anche lingrandimento di una vecchia foto in bianco e nero dei suoi genitori sulla spiaggia 
di Forte dei Marmi e un paio di immagini a colori della Toscana, attaccate al muro con lo scotch, 
accanto al ritaglio di un bellarticolo che lui aveva scritto per il New Yorker in occasione della morte di 
Gaetano Salvemini. Sapeva che da quelle quattro mura non sarebbe pi uscito in piedi. 

Sai, se oggi fossi morto, sarei davvero contento, mi disse un giorno. 
Ma come faresti a essere contento se tu fossi morto? 
Non lo so, perch non so cos la morte. 
Ma ti fa paura? gli chiesi. 

Sgran i suoi occhi birichini sotto le belle, folte sopracciglia ancora nere: Mamma mia, s! 

Vien via, Nica. Miliardi di miliardi di miliardi di uomini prima di noi ce lhanno fatta. E ce la faremo 
anche noi! 

S, ma potessi almeno morire da unaltra parte! Vedi, Firenze, ad esempio,  pi e non gli veniva la parola. 

Pi civile? suggerii io, tanto per provare un aggettivo. 

S, pi civile. E poi Come continuando un altro discorso che faceva fra s e s, si mise a parlare del pan di ramerino che quando era ragazzo a Firenze si mangiava il venerd di Pasqua. 

Oggi lo si pu comprare tutti i giorni, gli dissi. Non  assurdo? E credo anche che lodore del 
ramerino glielo mettono con lo spray! Sai che ora persino a Firenze c una catena di panetterie dove entri e dallodore ti pare proprio che il forno sia l dietro la cassa. Macch!  tutto artificiale! Il pane lo fanno da qualche altra parte, in una fabbrica, e il profumo glielo danno con le bombolette. Gli raccontai di un ingegnere dei profumi che avevo conosciuto a Calcutta un anno prima. Era francese e cercava di vendere allindustria automobilistica indiana quellodore caratteristico -un misto di plastica, gomma e macho - che hanno le macchine nuove. 

Ma Nica voleva parlare di Firenze e cos, chiss perch, mi venne da descrivergli una camminata che 
avremmo potuto fare. Si part dal Ponte Vecchio, si prese su per lErta Canina, poi per via San 
Leonardo, ci si ferm davanti alla casa dove era vissuto e aveva dipinto Ottone Rosai, e si fin sul viale 
dei Colli. Io parlavo, dicevo dove si voltava, quel che avevamo davanti, e lui teneva gli occhi socchiusi e 
sorrideva. Quel gioco, cominciato per caso, divenne il nostro rito. 

Oggi dove si va? chiedeva appena entravo in casa. E presto si era a passeggiare per Firenze. Una 
volta si and cos da piazza Torquato Tasso alla Torre di Bellosguardo, dove ci fermammo a goderci 

3 The Sun and the Moon, Before my Time.



Il segreto, Gli atlantici. 



una delle pi belle viste del mondo. Una volta dal Torrione di Ponte alle Grazie facemmo in salita Le Rampe fino al piazzale Michelangelo. Ma l trovammo tutti gli autobus carichi di turisti e andammo a sederci alle Colonne per bere qualcosa. 

Tu che prendi, Nica? 
Uno di quelli .. sai? 
Un Campari? Un vermuth? 

No. Voleva solo un po di vino bianco, ma in uno di quei bicchieri bassi e tozzi di un tempo, quelli che il vinaio riempiva fino allorlo e per questo, quando lo si ordinava, si diceva: La mi dia un raso. 

Era bello stare con lui. Basta aver tempo e persino un resto di vita, uno gi appannato e distante, 
pu essere una gioia. Sulla mia chemioterapia non aveva avuto nulla da ridire, ma quando un giorno gli dissi che andavo a operarmi, si arrabbi. Non ti fidare dei medici. Son tutti dei bischeri. E poi, farti portar via dei pezzi? Questo poi no! Voleva carta e penna per scrivere una lettera di protesta allospedale. 

Nica, sei peggio di un giapponese dellAgenzia Imperiale! e lo feci ridere raccontandogli come gli alti funzionari di corte dovevano accertare che la fidanzata del principe ereditario, e con ci la futura imperatrice, avesse ancora tutti i suoi pezzi a posto e che il suo corpo fosse assolutamente intatto. Durante lultima selezione, che avvenne ai tempi in cui noi stavamo ancora a Tokyo, una ragazza venne scartata solo perch si era fatta fare i buchi nei lobi degli orecchi per mettere gli orecchini! 

Nica era stato fortunato. In tutta la vita non lo avevano mai aperto e ora moriva con tutti i suoi 
pezzi addosso. Ma moriva, l, in quel letto con la materassa dacqua perch non gli venissero le piaghe, curato e accudito in una citt che non gli pareva civile e dove lui, che aveva parlato benissimo tante lingue e aveva divertito tantissima gente imitando in ognuna laccento di unaltra, alla fine sembrava capisse solo litaliano. E io, avrei voluto morire l? No. In fondo non avevo nulla a che fare con quel paese. Tutto quel che era mio apparteneva ad altri posti, magari in Asia o forse, sinceramente, in Europa.
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Pensando a questo, gli raccontai di come i cinesi anticamente si facevano seppellire l dove poi le 
donne partorivano, cos che anche simbolicamente si stabilisse una continuit fra le generazioni - da qui nacque il culto degli antenati -, e di come per i cinesi il loro corpo non era in fondo loro, ma apparteneva alla Cina. Da quella terra veniva e a quella terra doveva tornare. E non solo il corpo, ma tutto quel che il corpo produceva! E per farlo ridere gli raccontai che, quando la prima missione diplomatica del Celeste Impero and negli Stati Uniti, ogni mandarino che ne era membro arriv con speciali cassette in cui mettere le proprie fatte da riportare a casa. Neppure le cacche di un cinese potevano restare in quella terra di barbari! E Nica sorrideva. Quelle passeggiate per Firenze furono le sue ultime. 
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LA MEMORIA DELL'ACQUA.
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La memoria, spesso ce lo dimentichiamo, ci fa strani scherzi. Si ricorda e si dimentica quello che 
vuole. E lo fa apparentemente senza alcuna ragione: almeno non chiara a noi che spesso crediamo di 
essere la memoria, o che quella ci appartenga, o che almeno ne siamo i controllori. 

I vecchi si arrabbiano, a volte si disperano, quando non ricordano il nome di una persona o la parola 
giusta per un oggetto e prendono questo come un segno del loro decadere, un segno di qualcosa che 
improvvisamente non va pi. Ma, a pensarci bene,  sempre cos: fin da piccoli la memoria si fa i fatti suoi, mettendo da parte ci che le pare e tirandolo fuori, magari distorto e manipolato, quando noi, per una ragione o unaltra, andiamo a frugare nei suoi recessi. 

Dopo sessant'anni di lavoro, la mia memoria nella casella omeopatia sera lasciata poco o nulla: la nozione di fondo secondo cui un raffreddore si cura con il freddo, e due strane storie immagazzinate chiss dove e chiss quando. 

Ecco la prima: una ragazza soffre di depressione e dice di non sentirsi a suo agio in mezzo alla gente; vuole stare da sola e in posti alti. Spesso scappa sul tetto di casa e sogna di volare via. I medici non sanno cosa farci. Viene portata da un omeopata e quello, dopo averla fatta parlare, riconosce in quel volare via il sintomo di una natura che non riesce a esprimersi: la natura dellaquila. Dallo zoo della citt si fa dare una goccia di sangue daquila; la diluisce in un litro dacqua, scuote e riscuote la bottiglia; diluisce una goccia di quella mistura in un altro litro dacqua, scuote e riscuote; diluisce di nuovo una sola goccia in altra acqua, scuote, riscuote, e alla fine prescrive alla ragazza di bere ogni giorno alcune gocce di quella diluizione che del sangue dellaquila non ha praticamente pi nulla, tranne forse la memoria. Nel giro di alcune settimane la ragazza sta bene. 

La seconda storia -almeno come me la ricordavo -era quella di un ragazzino che in un piccolo 
paese di campagna viene punto da unape. La faccia gli si gonfia terribilmente e lui sta male. I genitori telefonano allomeopata e quello dice loro di procurarsi immediatamente una sostanza chiamata Apis 200; la mettano in una bottiglia dacqua, scuotano il tutto e diano al ragazzo alcune gocce di quel liquido. Impossibile. La farmacia  lontana e il tempo stringe: il ragazzino sta sempre peggio. Il medico per telefono suggerisce allora di prendere un pezzo di carta, di scriverci sopra Apis 200, di mettere quella carta nella bottiglia, di scuoterla bene e far bere lacqua al ragazzo. La pinzatura, lentamente, si sgonfia e il ragazzo si rimette. 

Quando lamico Ludovico mi disse daver trovato un bravissimo medico che poteva aiutarci col 
nostro malanno, io di omeopatia sapevo poco o nulla, ma quelle due storie mi avevano in qualche 
modo colpito -per questo la memoria le aveva messe da parte -e lidea di andare da un omeopata dopo 
tutti i mesi passati a New York mi parve ottima. Gli aggiustatori, dopo la chemioterapia e loperazione, mi avevano dato due settimane di congedo, e io, con una borsa con le rotelle per non dover sollevare alcun peso, e la pancia ancora tutta impunturata, muovendomi sempre attento a chi mi veniva incontro per paura che solo mi sfiorasse, avevo preso un aereo ed ero arrivato a Firenze. 

Il medico stava lontano, in provincia di Modena; riceveva solo su appuntamento e il suo calendario 
era pieno per i prossimi due mesi. Gli telefonai e gi a distanza mi piacque. Potevo venire nel tardo pomeriggio della vigilia di Natale? Certo, e mi misi in viaggio. Usciti dallautostrada prendemmo una provinciale, poi una strada secondaria, poi una vicinale che sembrava portare nel limbo. Una nebbia fittissima si era posata sulla pianura, ma le indicazioni che il medico mi aveva fatto arrivare per fax erano precise e non ci perdemmo. Ancor prima di incontrarlo, storpiando un po il suo nome, che in italiano suonava comunque strano, Mangialavori, lavevo gi ribattezzato: Mangiafuoco. 


Almeno fisicamente, era tuttaltro: piccolo, di pelo chiaro e con gli occhi verdi. Stava in una vecchia cascina rimessa a nuovo fra le tante villette, senza n stile n pretesa, sparse in una landa piatta e desolata. Tutto sembrava in letargo: la terra, le piante, gli alberi da frutto. Anche gli uomini, perch lungo la strada non se ne vide uno. 

Mangiafuoco mi ricevette in uno studio piccolo. Cera -certo per sua scelta - pochissima luce, ma un buon profumo nellaria. Al muro notai un tanka tibetano di nessuna qualit, sul suo tavolo una bella foglia di ginkgo, semplicemente appoggiata l, come fosse un ornamento. Lui fu caloroso e attento. Mi chiese di raccontargli di me: chi ero, cosa avevo fatto nella vita, cosa volevo ancora fare, come mi vedevo, cosa sognavo. Mi sentivo a mio agio e parlai senza remore. Solo dopo un po mi accorsi che, pur tenendo gli occhi sempre su di me, con le mani sotto il tavolo Mangiafuoco prendeva appunti sulla tastiera di un computer discretamente nascosto. Del mio ultimo malanno volle sapere poco. Le malattie che lo interessavano erano quelle prima, dellinfanzia e specialmente le mie emorroidi. Di quelle volle che gli raccontassi tutto quel che potevo ricordare. 

Lo incurios molto che durante i mesi di New York avessi dormito con carta e matita accanto al letto per scrivere, appena mi destavo, i sogni che avevo avuto. A parte il mio solito diario delle giornate da sveglio, avevo tenuto anche un diario delle mie notti da addormentato e su questo Mangiafuoco concentr la sua attenzione. 

Poi mi fece spogliare, accomodare su un lettino e mi visit da capo a piedi, come facevano i vecchi 
medici, chiedendomi di ogni punto che toccava se faceva male. Mi risparmi la pancia. Tornati alla scrivania, io davanti e lui dietro, mi fece una domanda che mi parve molto sottile. Cosa si aspettava venendo qui? 

Mi fu facile essere sincero. Non mi aspettavo che mi curasse il cancro. Ero convinto che quelle due 
parole, cancro e cura, non erano fatte per stare assieme e comunque per fare il possibile avevo gi scelto gli aggiustatori dello Sloan-Kettering. Da lui mi aspettavo invece che mi aiutasse a mettere ordine in una cosa che mi stava ugualmente a cuore: le mie emozioni. Il mondo esterno influiva eccessivamente sui miei umori. Ero irritabile, instabile, soggetto a troppi alti e bassi. Gli dissi che mi sembrava di guardare il mondo attraverso un caleidoscopio: una piccola mossa e tutto appariva verde; ancora un leggero tocco e tutto era rosso, poi nero e poi oro. Volevo fermare il caleidoscopio, cos che tutto restasse dun colore. Volevo mettere fine agli alti e bassi, che tutto fosse pari. Volevo poter sentire Jingle Bells senza dover scappare dal negozio, gli dissi. 

Ci parlammo per pi dunora ed ebbi di lui una bella impressione. Luomo era aperto, dritto. Era 
colto, intelligente e aveva una grande passione per quel che faceva. Non pretese neppure lontanamente di curare il cancro. Il mio, secondo lui, era il risultato di un qualche squilibrio nel mio sistema. Lui avrebbe cercato di aiutare la forza vitale che ognuno di noi ha dentro -e io a suo parere ne avevo tanta -a ritrovare quellequilibrio. Notai che parlando del cancro e daltro usava mal volentieri la parola malattia. 

Certo. Malattia fa pensare al male e non  giusto; la parola inglese disease, disagio,  molto pi 
adatta, disse. Il corpo ha un disagio, i sintomi di quel disagio ci segnalano che il corpo  impegnato in uno sforzo per integrarlo. Il nostro compito: il mio e il suo, tenne a sottolineare,  di sostenere il corpo in quello sforzo. 

Lo seguivo. Ci capivamo. Non cerano fraintendimenti. E io, sempre un po curioso, lo feci parlare 
di s. 

Da giovane aveva fatto molta musica. Poi, seguendo una tradizione di famiglia, sera messo a 
studiare medicina, pensando di fare il chirurgo per bambini. Ma la sua vera passione era lantropologia. Durante un viaggio in America Latina sera perso, o meglio, sera trovato. In Per, fra gli indios, aveva incontrato uno sciamano, laveva visto curare la gente e -come succede ai santi, dissi io -aveva sentito la chiamata. 

Quella che doveva essere una breve vacanza divent un lungo soggiorno. Lo sciamano lo prese con s e lo inizi alla sua arte. Tornato in Europa, non gli era pi possibile fare il medico normale. 
Lomeopatia fu la risposta.  una grande medicina, disse, anche se la cultura dominante non la 
considera tale. Ma i modi con cui la cultura dominante si esprime non sono necessariamente i migliori, specie quando si tratta delluomo che, grazie a Dio, non  sottoposto a leggi esatte ammesso che queste esistano. 

Ero daccordo. Quel suo punto di vista mi interessava e lui lo sentiva. I nostri detrattori dicono che lomeopatia  magia. E allora? continu. La magia  una cosa molto seria. Spesso noi chiamiamo magia quel che ancora non capiamo, ma la magia  molto di pi. E qualcosa che sta sulla stessa linea curva su cui si trovano la religione e la scienza. 

Una volta Mangiafuoco aveva chiesto al suo sciamano indio che cosa fosse per lui la magia. Un 
atteggiamento della mente, gli aveva risposto. 

Per me, disse Mangiafuoco, la magia  un modo diverso di interpretare le cose; un modo molto 
pi interessante e pi creativo di quelli soliti perch combina larte al piacere di giocare con la materia. La magia  qualcosa che ci trasforma, che ci d la capacit di aiutare altri a trasformare se stessi. Si ferm e aggiunse: Lei fa la stessa cosa scrivendo. Magari con una sola frase dei suoi libri lei ha aiutato qualcuno a migliorare un po la propria vita. Non  magia questa? Solo con una frase! Basta farlo di proposito, lasciando che le energie della natura scorrano liberamente. 

Dopo tutti i mesi di New York e la logica di me-corpo-macchina-da-riparare, quella era musica per i 
miei orecchi. Era una voce che veniva da un altro mondo. E quel suono mi allargava il cuore, 
alleggeriva il peso della mia materia. 

S, noi omeopati usiamo delle goccioline per curare la gente, continu. S.  una questione di 
poche goccioline. Ma se un saggio ci dice quello che ci serve,  anche una questione di poche parole. E poi, pensi, una gocciolina di sperma crea una vita, bella o brutta che sia, ma una vita! 

Il problema, mi spieg,  di far ritrovare alla persona che si ritiene malata il suo equilibrio. Il suo equilibrio, insistette, e non quello che la cultura dominante definisce come equilibrio. Spesso si tratta di eliminare la sofferenza del paziente e non necessariamente di curare tutto a tutti i costi. Se avessimo sempre curato tutto non avremmo avuto larte, disse. 

Lomeopatia cerca di identificare in ciascun individuo lo stimolo, la spinta che metta in moto il 
naturale ristabilirsi dellequilibrio. Questa  la funzione delle goccioline. Per questo non vengono chiamate medicine, ma rimedi. 

Durante la nostra lunga chiacchierata, Mangiafuoco non disse niente contro la medicina ufficiale, 
allopatica. Allopatico  il contrario di omeopatico: significa affrontare la malattia con una cura intesa a produrre effetti opposti a quelli provocati dalla malattia. Lui non critic la mia scelta di andare a New York; anzi, siccome avevo cominciato a curarmi l, che andassi fino in fondo. Lui avrebbe cercato di aiutarmi a limitare i danni che quel tipo di terapia, curandomi, faceva al mio corpo.
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Scrivendo la ricetta mi spieg che il rimedio adatto al mio caso era la Calcarea phosphorica, un 
estratto minerale derivato dal fosfato di calcio. La diluizione che dovevo prendere era quella di primo grado, Ql, cio una goccia di quellestratto per cinquantamila gocce dacqua. Le istruzioni erano: agitare bene la boccettina, versare venticinque gocce in mezzo bicchiere dacqua, mischiare, scuotere bene e bere la sera prima di andare a letto. Unimportante raccomandazione: non tenere le gocce vicino a profumi e berle a bocca pulita. 

Dovevo continuare a prenderle fino a quando non avessi notato la comparsa di un qualche sintomo 
avuto in passato o qualcosa che mi insospettiva. Quello sarebbe stato il segno che il mio sistema era stato stimolato abbastanza. Da allora sarei entrato nella fase ascendente, curativa. Se dopo quaranta giorni non avessi notato alcun cambiamento, avrei dovuto continuare con lo stesso rimedio, ma in forma pi forte, cio diluito con pi acqua: la diluizione di terzo grado, Q3. 

Oltre a questo rimedio, Mangiafuoco mi prescrisse un concentrato di vitamine A ed E, e sugger 
che, appena tornato a New York, mi procurassi della clorofilla liquida (in Europa non era facile 
trovarla) e ne prendessi venticinque gocce tre volte al giorno. Per il resto, che continuassi con tutti i miei esercizi spirituali o meno e facessi dei bei respiri allaria aperta. Avevo un gran bisogno di ossigenarmi. 

Tutto quel che aveva detto mera piaciuto e lui, come persona, mi parve una bella aggiunta al 
panorama umano che ciascuno di noi mette assieme nel corso della vita. Mi vennero in mente vari 
amici e conoscenti che, con la sua magia, lui avrebbe potuto aiutare. 

Salutandolo, dissi che mi ritenevo fortunato: da paziente mi pareva daver trovato il medico giusto. E lui, divertito, mi rispose citando un suo famoso collega del passato: Anche il medico  fortunato se trova il paziente giusto. 

Parlammo ancora un po dellimportantissimo rapporto fra malato e medico. Eravamo daccordo 
che non poteva essere paternalistico, del tipo salvato e salvatore; doveva essere un rapporto di 
collaborazione. 

Mangiafuoco si rese conto che non avevo pregiudizi contro la sua magia, che la sua professione mi 
interessava e disse che presto sarebbe andato a Boston a tenere un seminario sui rimedi marini in cui si era specializzato. Se volevo, potevo parteciparvi. 

Sera fatto tardi. Fuori era buio pesto e la nebbia aumentava il mio senso di disorientamento e 
limpressione di essere finito, davvero per magia, in un posto fuori dal mondo. Fortunatamente 
Mangiafuoco aveva telefonato al farmacista del paese perch mi aspettasse per darmi il rimedio. E gi landare, quasi alla cieca, in cerca di quella croce illuminata al neon per ritirare una boccettina marrone col suo contagocce fu unavventura. 

Religiosamente, scuotendo e contando, presi la mia dose quotidiana di rimedio. Feci grande 
attenzione al mio stato danimo per vedere se i sintomi aumentavano o no. Un lavoro difficile: come si fa a dire davvero se un dolore aumenta o diminuisce? Se ci si sente pi o meno irascibili? Pi o meno sensibili a una canzoncina o alla stupidit dun annuncio pubblicitario? Ma forse il solo ascoltarmi, il fare attenzione a ogni umore contribu al mutamento. Passarono alcuni giorni e i miei sogni si fecero pi frequenti del solito. Molti avevano per tema la mia infanzia: segno, aveva detto Mangiafuoco, che il rimedio era giusto. Poi, lentamente, ma in maniera chiara, mi sentii tornare in pari: stavo benissimo, non ero pi irascibile e mi scoprii a ridere sempre pi di frequente, sempre pi con gioia. Proprio quello che volevo. Mangiafuoco aveva fatto magnificamente il suo lavoro. E io il mio, con lui.
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I suoi riferimenti alla magia, alla forza vitale facevano echeggiare pensieri che mi erano familiari. Lidea che io dovevo curare me stesso, piuttosto che aspettare qualcuno che curasse il mio malanno, mi era congeniale. Sentivo forte che al fondo di questa visione delle cose cera una verit di cui la logica degli aggiustatori di New York non teneva di conto. Eppure, una verit che non poteva essere ignorata. 

La storia di come Norman Cousins, un vecchio giornalista americano, direttore della Saturday Review, si salv gira tutta attorno a quella verit che i romani conoscevano bene e chiamavano la vis medicatrix naturae, la forza curativa della natura. A Cousins viene diagnosticata una malattia per la quale la medicina allopatica non ha alcuna terapia e lui, con coraggio, con tenacia e soprattutto con un atteggiamento positivo e gioioso, mobilita le proprie risorse, riscopre il valore terapeutico della risata e stimola quella spinta alla vita che ognuno di noi ha dentro di s. 

Lidea gliela aveva data anni prima il vecchio Albert Schweitzer. Cousins era andato in Africa, nel 
Gabon, a trovare il famoso filosofo-musicista-medico tedesco per scrivere di lui. Una sera a cena, forse per fare un complimento a quello straordinario europeo che aveva portato la sua scienza in mezzo alla giungla, Cousins gli disse: Sono fortunati qui ad aver un medico come lei e a non dover ricorrere agli stregoni. Schweitzer non prese bene quella osservazione. Che ne sa lei degli stregoni? Cousins dovette ammettere che non ne sapeva granch. Il giorno dopo il grande medico lo port in una radura della foresta, poco lontano dal suo ospedale, per presentargli quello che defin un suo collega, un vecchio stregone, appunto. Schweitzer costrinse lamericano a osservare per due ore il lavoro dello stregone: ad alcuni pazienti, dopo averli ascoltati, dava un cartoccio di erbe; ad altri soffiava semplicemente addosso, recitando formule magiche; ad altri ancora indicava invece il dottor Schweitzer, l vicino. 

Schweitzer spieg a Cousins che i pazienti del primo tipo soffrivano di un male che lo stregone 
pensava di curare con le sue erbe; quelli del secondo avevano disturbi che lo stregone riconosceva 
come di origine psichica e da trattare con la sua forma di psicoterapia. I pazienti invece con problemi decisamente fisici, come unernia, una gravidanza extrauterina, un tumore o una frattura ossea, li mandava allospedale del dottor Schweitzer. 

Ma Cousins insistette: Come si pu pensare desser guariti da uno stregone? Lei mi chiede di rivelarle il segreto che tutti i medici, a cominciare da Ippocrate, hanno sempre tenuto per s. Quale segreto? Gli stregoni guariscono allo stesso modo di noialtri medici. Il paziente non lo sa, ma il vero medico  quello che ha dentro di s. E noi abbiamo successo quando diamo a quel medico la possibilit di fare il suo lavoro. 

Pochi anni dopo Erich Fromm diceva la stessa cosa a un allievo andato a parlargli di un suo caso 
difficile. Non preoccuparti troppo. In fondo non siamo noi a curare i nostri pazienti. Noi 
semplicemente stiamo loro vicini e facciamo il tifo mentre loro curano se stessi. 

A pensarci bene,  proprio cos: non sono le medicine che curano il corpo, ma il corpo che si cura 
servendosi delle medicine. Lortopedico rimette a posto losso rotto e lingessa bene, ma la guarigione  opera del corpo stesso, o della sua forza vitale, per dirla con un po di magia. Il fatto  che i medici di oggi si prendono tutto il merito e hanno molto meno rispetto degli stregoni di quanto ne avesse il vecchio Schweitzer. 

Tornai a New York decisamente pi calmo e sereno. Il caleidoscopio non era sempre fisso sulloro, 
ma lo era spesso. Le goccioline erano state magiche; la mia curiosit per lomeopatia era cresciuta. Tutto ci che aveva a che fare con questo tipo di medicina sembrava andare contro la ragione, contro ogni buon senso, ma era affascinante. Soprattutto non era aggressivo. 

E le domande cominciarono a porsi. Poteva il rimedio che aveva agito cos bene sul mio umore 
fare qualcosa per il mio cancro? Potevano quelle goccioline stimolare la mia forza vitale e ridare 
equilibrio e saggezza al mio sistema immunitario impazzito? Tutte le terapie suggerite dagli aggiustatori avevano effetti secondari devastanti e pericolosi. Quelle omeopatiche erano assolutamente innocue. 

Sapevo di non avere tempo per fare esperimenti con la magia, ma i dubbi sulla radioterapia che 
stavo per cominciare mi vennero. Magari fra duecento anni anche gli aggiustatori dellMSKCC saranno 
visti come dei primitivi e le loro terapie come dei supplizi che alla lunga fanno fra i pazienti pi vittime di quanti ne salvano, mi dicevo. Avevo cominciato a leggere di omeopatia e mi resi conto che era nata fra il Settecento e lOttocento da un senso di repulsione contro il modo in cui i malati venivano trattati: tenuti a letto e sottoposti a un regime di vera tortura a base di salassi e di purghe. 

Per quasi quindici secoli la medicina si era fondata sulla convinzione che la malattia fosse provocata da veleni, spesso descritti come umori, che andavano espulsi dal corpo con ogni mezzo possibile: non solo attraverso i naturali organi di secrezione, ma anche con metodi artificiali. Di questi il pi frequente era il salasso, affidato a sanguisughe applicate a varie parti del corpo. A pensarci oggi c da rabbrividire, ma questa era la scienza medica ancora duecento anni fa. George Washington sub sette salassi nella sua ultima notte di vita. Pochi in paragone al povero re Luigi 13esimo, che ne aveva subiti quarantasette. In un solo anno, il 1827, la Francia import trentatr milioni di sanguisughe perch a forza di dissanguare pazienti la riserva di quelle locali era stata esaurita. 

Aveva cos tanto cattivo sangue che, pur avendolo noi dissanguato,  finito per morire, dissero i 
medici di re Leopoldo Secondo dAustria a cui avevano diagnosticato una febbre reumatica. 

Fu a quel tempo che Samuel Hahnemann, un medico tedesco con una formazione anche di chimico, 
nato a Meissen in Sassonia nel 1755, indignato a vedere come la sua professione trattava i pazienti, pens di capovolgere lintero approccio alla malattia e di sviluppare una terapia che non uccidesse i malati. Solo mettendo un freno alle pratiche assassine della vecchia medicina, Hahnemann salv tantissima gente e questo sarebbe stato, secondo i suoi critici, lunico merito dellomeopatia. Ovviamente cera ben altro. 

Hahnemann era un attento osservatore della natura, un vero scienziato. Si accorse, ad esempio, che 
linsorgere in un paziente di una nuova malattia finiva, a volte, per curargliene una vecchia. Torn per questo a studiare un principio noto a molti popoli del passato: curare il simile col simile. Lo conosceva Ippocrate nella Grecia del IV secolo prima di Cristo, laveva riscoperto Paracelso nel Rinascimento, lavevano usato i cinesi, i maya e i pellirossa. In India  ancora parte della tradizione ayurvedica e tutti gli indiani conoscono la storia di Bhima, uno dei protagonisti del Mahabharata, che si salva da un avvelenamento facendosi mordere da un serpente velenoso. 

Il primo esperimento Hahnemann lo fece su se stesso. Scopr che lestratto di una certa corteccia 
(cinchona) produceva in una persona sana gli stessi sintomi prodotti dalla malaria. Dando piccole dosi di quellestratto a una persona affetta da malaria, vide che quella guariva. La conclusione era ovvia: somministrando una piccola quantit di malattia si fanno insorgere i sintomi della malattia stessa, e con ci si stimola il corpo a difendersi e a guarire. Niente di balordo: i vaccini che oggi diamo per scontati funzionano esattamente cos. Forse funziona cos anche lo strano sistema con cui le popolazioni tribali del Gujarat, in India, curano lidrofobia: prendono le zecche dal pelo del cane che li ha morsi e le bevono con un po dacqua. 

Per Hahnemann si trattava, attingendo allinfinita farmacopea disponibile nella natura, di studiare 
quali erano i sintomi che un elemento animale, vegetale o minerale era in grado di provocare. Scoprire quale elemento provocava quali sintomi poteva significare aver trovato un nuovo rimedio. 

Prima i suoi familiari, poi alcuni volontari aiutarono Hahnemann in questa impresa. Ognuno di loro, 
dopo aver preso una minima dose di un qualche estratto, doveva tenere un diario dettagliato delle 
proprie reazioni non solo fisiche, ma anche emotive. Da questo materiale Hahnemann trasse 
limportante constatazione che ogni persona reagisce diversamente a tutto quello che le accade, 
compresa la malattia: sia quella spontanea, sia quella indotta da una qualche sostanza. Ogni malattia,  vero, produce alcuni sintomi che sono comuni a tutti, ma non tutti i sintomi della stessa malattia sono uguali in tutte le persone. Questo succede perch ognuno di noi ha un suo modo, unico e irripetibile, di reagire. 

Ogni malato soffre di una malattia che non ha nome, una malattia che non s mai verificata prima 
e non si verificher mai poi nello stesso modo e nelle stesse circostanze, scriveva Hahnemann. Da qui nacque la regola fondamentale dellomeopatia: occuparsi del malato, dei suoi sintomi, della sua 
percezione della malattia; non della malattia in s. Tanti possono avere il mal di testa, ma ognuno ha le proprie ragioni per averlo. Laspirina pu togliere quel sintomo a tutti, ma ognuno rester con la propria ragione del suo mal di testa. E quella ragione, prima o poi, trover altri modi di esprimersi. 

Per il medico omeopata  importantissimo capire il paziente. Per questo deve osservarlo 
attentamente, ascoltarlo. Le parole che un paziente usa nel descrivere la propria condizione, i propri sintomi, specie quelli insoliti, sono molto pi importanti dei segni obbiettivi che la malattia gli lascia addosso. Laspetto di una persona, le sue abitudini, le sue preferenze nel cibo, i suoi umori sono determinanti per la definizione omeopatica della persona stessa. 

Fu leggendo di Hahnemann e delle sue ricerche che capii quali ragionamenti Mangiafuoco aveva 
fatto su di me. Prendendo per particolarmente significativo il mio modo di vedere il mondo come 
attraverso un caleidoscopio, mi aveva giudicato una persona instabile, soggetta a grandi fiammate e a grandi raffreddamenti, pronta a prendere fuoco come il fosforo e a spegnersi subito dopo. Aveva per anche preso sul serio il mio desiderio di mettere sotto controllo quel caleidoscopio. Per lui ero quindi una personalit fosforica, ma anche una persona coi piedi per terra, ossia, in termini omeopatici, calcarea. Da qui il rimedio che mi aveva prescritto. Seguendo il sistema di Hahnemann, che classificava ogni paziente col nome del rimedio pi indicato per lui, io nella cartella clinica di Mangiafuoco ero un Calcarea phosphorica. 

Questo  un punto importante nellomeopatia: il paziente non viene definito in base alla sua 
malattia, ma in base ai suoi sintomi e al suo rimedio. Ad esempio: un malato che ha i sintomi sia fisici sia mentali prodotti in una persona sana, diciamo, dal rimedio Belladonna viene chiamato un paziente Belladonna. In linea di principio, una volta identificato il rimedio adatto a una persona, quello resta il suo rimedio per sempre, qualunque siano le malattie da cui  via via afflitto. 

Dunque: a ogni paziente il suo rimedio. E questo del rimedio unico fu un altro notevole contributo 
dellomeopatia. La medicina tradizionale usava composti fatti di decine, a volte persino di centinaia di elementi, ognuno con una sua utilit; ma non sapeva se questi elementi erano in contraddizione fra loro e comunque ignorava quali potevano essere le conseguenze della loro combinazione. Succede ancora oggi: si prendono combinazioni di varie medicine, ognuna delle quali  di per s una combinazione, senza ben sapere quali siano le reazioni che il loro accostamento pu scatenare. 

Hahnemann mise fine a tutto ci con la regola di usare un solo rimedio alla volta. Se il primo non 
funziona, se ne prova un altro e poi un altro ancora. Ma sempre uno per volta, cos che se ne possano studiare gli effetti, cio i sintomi, che produce nel paziente. 

La somma di questa conoscenza, frutto di esperimenti fatti con le pi varie sostanze su persone 
sane, non malate,6 costituisce Materia Medica, la bibbia di ogni omeopata. 

Laltro enorme vantaggio dei rimedi era ed  che non c da preoccuparsi dei loro effetti collaterali. Non ne hanno. Le diluizioni sono assolutamente innocue. Al contrario delle medicine allopatiche, tutte con lavvertenza scarica-responsabilit di tenerle lontane dalla portata dei bambini, i rimedi non rappresentano alcun pericolo. Un bambino che ne bevesse anche tutta la boccetta non avrebbe bisogno di lavanda gastrica. 

Hahnemann aveva una visione antica, e in questo senso anche new age, delluomo e del suo essere al 
mondo. Luomo era per lui un essere composito, una entit multidimensionale, non solo fatta di 
materia, ma anche di coscienza e di intelligenza. La mente  la chiave di volta delluomo, scriveva. Per questo anche la malattia, in quanto fenomeno biologico di una vita alterata, era da vedere nellinsieme della persona.  il paziente a essere ammalato, non i suoi organi. Aveva detto la stessa cosa Ippocrate; dicono lo stesso oggi gli esponenti di ogni cosiddetta medicina alternativa, gli olistici. 

Per giunta, secondo Hahnemann, il compito medico aveva un fine pi alto del semplice ristabilire la 
salute fisica. Nelluomo allo stato normale, scriveva nel 1810, la forza vitale-spirituale anima il corpo materiale. Questa forza governa linsieme dellorganismo e ne mantiene le varie parti in unammirevole armonia affinch la mente che lo abita possa usare liberamente di questo sano e vitale strumento per il fine superiore della nostra esistenza. Il corpo, insomma, era per lui molto di pi che una macchina. 
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Hahnemann aveva capito una cosa importante: non solo che gli esseri umani ammalati reagiscono alla stessa sostanza diversamente dai sani, e che gli animali reagiscono diversamente dagli uomini, ma anche che una specie animale reagisce diversamente da unaltra. La morfina, ad esempio, fa vomitare un cane, ma eccita un gatto; laconito uccide una pecora, ma non fa niente a una capra; lantimonio  letale per gli uomini e per tanti animali, ma non per gli elefanti e le marmotte. 
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Un altro aspetto importante dellomeopatia , fin dai tempi di Hahnemann, luso in piccolissime dosi o in alte diluizioni - le cosiddette potenze - delle sostanze che sono alla base dei rimedi. Allorigine ci fu la necessit di sperimentare veri e propri veleni, come il cianuro o larsenico, somministrati in minime quantit. Ma a forza di sperimentare, diluire gli estratti sempre pi, Hahnemann si convinse che anche nella diluizione le sostanze continuavano a esercitare sul corpo il loro effetto stimolante. Anzi, si accorse che la potenza di una diluizione aumentava ogni volta che questa veniva ulteriormente diluita e scossa cento volte -dinamizzata, come diceva lui -e poi di nuovo diluita e di nuovo scossa. Da qui la conclusione cui Hahnemann arriv negli ultimi anni della sua vita: il rimedio  tanto pi efficace, quanto pi  stato diluito, persino al punto in cui nellacqua non resta pi alcuna presenza rintracciabile della materia originaria. Ne resta forse la memoria?
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I detrattori dellomeopatia hanno spesso usato questo argomento per dire che i rimedi non sono 
che acqua fresca e che i cosiddetti successi di questa pratica medica sono da attribuire alleffetto placebo. Ma anche questa argomentazione non  convincente. Un recente studio, pubblicato dalla rivista medica Lancet, ha dimostrato che nel corso di un esperimento fatto, a loro insaputa, su due diversi gruppi di pazienti -uno trattato con prodotti omeopatici, laltro con sostanze neutre - nel gruppo che aveva ricevuto i rimedi cerano stati pi casi di guarigioni (circa due volte e mezzo) che nel gruppo trattato con nulla.
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Eppure i medici classici insistono nellignorare tutto ci che avviene fuori dal ristretto cortile della loro scienza, dicendo che si tratta di effetto placebo. E usano questa espressione con disprezzo, come se il fenomeno non fosse straordinario: una persona, credendo di venire curata, si cura da s! Inghiottisce una sostanza assolutamente innocua e, pensando che sia una efficacissima medicina, guarisce! Ma questa  la prova lampante del potere della mente sulla materia! Gli scienziati certo non sono pronti ad accettarla perch con questo si aprirebbe una voragine sotto i piedi della loro attuale concezione del mondo, delluomo e del suo corpo.
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E poi, come parlare di effetto placebo nel caso di neonati o addirittura di animali curati con 
lomeopatia? S, perch esistono anche i veterinari omeopati! Mangiafuoco stesso mi aveva parlato di quelli che nella sua regione lavorano coi produttori di formaggio: per fare del buon parmigiano le vacche debbono avere una forma di sub-mastite e, perch quei batteri non vengano eliminati dal loro latte,  preferibile che le loro eventuali malattie non vengano trattate con gli antibiotici. 

Il destino dellomeopatia dopo la morte di Hahnemann, nel 1843, assomiglia molto a quello delle 
medicine alternative di oggi. La gente era delusa dei medici tradizionali, trovava barbari i loro metodi e poco ispirante il loro trattare un paziente come fosse un oggetto da tagliare, dissanguare e rimpinzare di complicatissime pozioni. Lomeopatia, come tante pratiche che oggi stanno diventando di moda (fra queste di nuovo lomeopatia stessa), si presentava come una vera alternativa. I suoi medici prestavano grande attenzione al paziente; i loro rimedi non erano n aggressivi, n distruttivi. Lepidemia di colera che colp lEuropa nella prima met dellOttocento, facendo innumerevoli vittime, contribu alla buona reputazione dellomeopatia quando si vide che i seguaci di Hahnemann erano riusciti a far sopravvivere l80 per cento dei loro pazienti contro il 50 per cento dei pazienti salvati dai medici convenzionali.
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Quando Hahnemann mor era famoso, aveva tantissimi seguaci e poteva vantarsi di aver fondato 
una nuova prassi medica che si basava non sulla diagnosi della malattia ma sulla diagnosi, molto pi difficile e comprensiva, del malato; un sistema che non teneva di conto solo di alcuni sintomi, ma di tutti i sintomi. Hahnemann aveva con questo messo le basi di una medicina che, al suo meglio, era potenzialmente in grado di curare malattie ancora sconosciute, come lAIDS.
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LAmerica fu il terreno inizialmente pi fertile per lomeopatia. La sua medicina era stata dominata da personaggi come Benjamin Rush, un uomo che non credeva assolutamente nella forza curativa della natura, e che era un fermo sostenitore dellinterventismo chirurgico, della somministrazione di purghe da cavallo e soprattutto dei salassi. Di lui si diceva che aveva sparso pi sangue di qualsiasi generale nella storia. Lomeopatia, rovesciando completamente queste posizioni che andavano allora per la maggiore, divent estremamente popolare. Gi allinizio del Novecento veniva insegnata in ventidue universit, centinaia di ospedali la praticavano, pi di mille farmacie ne vendevano i rimedi e circa il 20 per cento dei medici americani si dedicavano a questa nuova scienza.
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Negli Stati Uniti lomeopatia era ormai cos diffusa e considerata di tale successo che le assicurazioni offrivano il 10 per cento di sconto a chi vi ricorreva per curarsi. Ma fu proprio questo successo a provocare il declino dellomeopatia. Le associazioni mediche tradizionali videro i loro membri perdere clienti, lindustria farmaceutica calare i suoi profitti -i rimedi erano a buon mercato e venivano spesso preparati dai medici stessi -e identificarono nellomeopatia un pericoloso rivale da eliminare al pi presto. Gli attacchi furono senza tregua e nel giro di poco tempo lomeopatia venne relegata fra le non- scienze. I corsi universitari di omeopatia vennero chiusi, gli omeopati messi al bando. In Europa successe pi o meno lo stesso, anche se molte personalit di rilievo, da Mark Twain a papa Pio Decimo, da Dickens a Goethe, William James e Nathaniel Hawthorne, se ne servivano e la stessa famiglia reale inglese, dal 1830 in poi, era ricorsa a medici omeopatici.
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I progressi fatti dalla scienza medica tradizionale furono unaltra ragione del declino dellomeopatia in Occidente. Il microscopio e la scoperta dei batteri permisero di indagare sulle cause di ogni singola malattia, e con questo di mettere laccento sempre pi sul particolare, sempre pi sulle singole parti del corpo anzich sul corpo nel suo insieme.
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Solo in India, dove arriv gi al tempo di Hahnemann portata dai missionari tedeschi, lomeopatia 
ha avuto una sua storia e un suo quasi autonomo sviluppo. Gandhi la defin il sistema pi raffinato, pi economico e meno violento di trattare i pazienti e sugger al governo di appoggiarla e diffonderla. Cos  stato. Nel 1973 lomeopatia  stata riconosciuta come uno dei sistemi ufficiali di medicina; 162 universit indiane offrono oggi corsi di omeopatia e pi di 150.000 medici la praticano in ogni angolo del paese: non come un vezzo per benestanti o alternativi, ma come la soluzione pi accessibile e meno costosa per i problemi di salute dei poveri.
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In Occidente, dove la scienza  diventata una sorta di nuova religione, lomeopatia ha sofferto 
dellimpossibilit di dimostrare scientificamente la propria efficacia. Nessun chimico o biologo  in grado di trovare un rapporto di causa ed effetto fra la quantit di una sostanza presente -e spesso non pi presente -in un rimedio e i suoi effetti curativi. Ma  proprio questa interpretazione meccanicistica e molecolare della realt biologica che lomeopatia mette in discussione! Scienza e omeopatia parlano due lingue diverse. Come possono intendersi?
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Nel dopoguerra, questo dialogo fra sordi si  ulteriormente complicato. La ricerca scientifica ha fatto enormi progressi e la pratica medica ha accettato come unindiscutibile verit che la malattia  dovuta allalterazione di un meccanismo molecolare e che la terapia consiste nel modificare o sostituire la molecola con farmaci introdotti nel corpo del paziente: chiunque esso sia, qualunque cosa provi, pensi, creda o sogni. Giusto il contrario della concezione omeopatica!
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Lomeopata non pensa in termini di malattia, ma di paziente, e non concepisce la sua terapia come 
un intervento dallesterno nel corpo. Anzi. Il suo rimedio  solo uno stimolo perch il corpo si curi da solo, dallinterno. Nella concezione omeopatica la terapia agisce appunto dallinterno verso lesterno, dallalto verso il basso, dagli organi pi importanti verso quelli secondari, procedendo nellordine inverso a quello del manifestarsi dei sintomi. Un rimedio giusto comincia cio col far scomparire per primi gli ultimi sintomi provocati dalla malattia; poi gli altri, a ritroso. Per questo la comparsa nel paziente di vecchi sintomi  considerata un buon segno: significa che il trattamento funziona e che il processo di risanamento  nella fase conclusiva.
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Tutto questo  strano e interessante, ma  anche inaccettabile per una mente normalmente 
scientifica. Un medico classico, abituato alla sua prassi, trova assurda la storia raccontata da un 
omeopata come esempio di una guarigione dovuta alla considerazione del paziente nella sua totalit 
anzich della sua malattia. Una signora di settant'anni  costretta da una grave osteoporosi a vivere su una sedia a rotelle. Nel corso della conversazione con lomeopata la signora dice di fare quasi ogni notte lo stesso sogno: si vede cadere da una grande altezza. L'omeopata si concentra sul ricorrere di quel sogno e decide di darle un rimedio che ha a che fare con quel sintomo e non con la sua condizione fisica. Dopo qualche tempo la signora lascia la sedia a rotelle e riprende a camminare.
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Guarigione dovuta alla diluizione di qualche incongrua sostanza presa a gocce prima di andare a 
letto? Impossibile, dicono i medici-scienziati, buttando -ingiustamente -lomeopatia nello stesso 
calderone delle follie pseudoterapeutiche come la piramidologia, lautomassaggio o la psicoginnastica.
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Indubbiamente lomeopatia soffre della sua reputazione di magia, peggio ancora, di stregoneria. Nel 
migliore dei casi la sua pratica viene scartata e derisa perch, alla fine dei conti, con le sue diluizioni, non sarebbe che acqua fresca. 

Ma cosa sappiamo noi dellacqua? Positivisti come siamo diventati, ci pare assurdo che lacqua possa contenere informazioni su elementi o sostanze che nellacqua ci sono state, ma non ci sono pi. Sappiamo forse qualcosa su ci che un evento lascia nel luogo in cui  avvenuto? Su quel che le cose, le sostanze, o le molecole di quelle sostanze possono comunicare?
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Nonostante la nostra pretesa di capire e il nostro altezzoso disprezzo per tutto quel che non  
scientifico, continuiamo a sfruttare ci che ci serve anche se non capiamo come funziona. I medici-
scienziati, ad esempio, sono tornati a usare lelettroshock nel trattamento di certe malattie mentali, pur non avendo ancora unidea di che cosa provochi gli effetti desiderati. Eppure lo fanno con la stessa fiducia con cui le massaie stendono i lenzuoli sui prati nelle notti di luna piena perch sanno che simbiancano meglio che con un detersivo. Allo stesso modo gli indiani continuano a bere al mattino un bicchiere dacqua che durante la notte  stata in un recipiente di rame dal quale avrebbe tratto una benefica energia. Cominciarono a farlo secoli e secoli fa, quando forse ne sapevano meglio il perch. 

Il primo passo di ogni grande sapere  il sapere di non sapere.  un passo quello che, a suo modo, la scienza pi moderna e pi spregiudicata sta facendo accettando ad esempio la teoria del caos, secondo cui un insignificante avvenimento in una parte del mondo pu avere ripercussioni catastrofiche e non immaginabili in unaltra. La scienza sta accettando anche che, contrariamente a tutto ci che ha pensato finora, non esiste una osservazione oggettiva, in quanto persino gli oggetti pi inanimati non restano indifferenti allessere scientificamente osservati: reagiscono! 

Quel che sappiamo del nostro mondo  una frazione infinitesimale rispetto a tutto quel che non 
sappiamo. A pensarci bene, nonostante i grandissimi progressi fatti dalle varie scienze, siamo circondati da fenomeni che non capiamo, fenomeni di cui non sappiamo minimamente che cosa possano 
significare o nascondere. 

Libri. Libri. Anche da questo punto di vista New York  magnifica. Qualunque cosa uno voglia 
leggere c e spesso si scopre qualcosa di cui non si conosceva neppure lesistenza. Il mio terreno di caccia erano i chilometri di scaffalature cariche di libri dello Strand Bookstore, allangolo fra la Dodicesima e Broadway. L si trovano, a met prezzo, le copie fresche di stampa dei libri appena pubblicati, destinati ai recensori e da loro rivenduti, nonch le copie di vecchi libri altrimenti esauriti. 

Un giorno, nei paraggi dei volumi sulla medicina alternativa mi aveva colpito lo strano libro di un 
biologo inglese. Lessi sul risvolto di copertina che lautore, Rupert Sheldrake, dopo aver studiato a Cambridge, era finito in India nellashram di Bede Griffiths, un frate benedettino, allievo di C.S. Lewis, autore di alcune belle opere sul declino delluomo moderno nel materialismo e sulla sua possibile redenzione nella vita spirituale. In quellashram, a Shantivanam nel Tamil Nadu, il giovane Sheldrake aveva scritto un interessante saggio, A New Science of Life, combinando le sue esperienze e le sue certezze di scienziato con le esperienze e le incertezze di uno che si  messo sulla via dello spirito. 

La tesi di Sheldrake  che tutti gli esseri viventi, e molto probabilmente anche i minerali, riescono in qualche modo ad acquisire nella loro memoria fatti avvenuti precedentemente ai loro simili, senza che fra di loro ci sia stata alcuna possibile comunicazione almeno non un tipo di comunicazione a noi conosciuto. In altre parole, quando il membro di una specie assume un nuovo comportamento, o un modo di reagire a certe esperienze, quel nuovo comportamento, se ripetuto varie volte, incide su tutta la specie, suggerendo con ci, che molte delle cosiddette immutabili leggi della natura altro non sono che delle mutabilissime abitudini. Abitudini che dipenderebbero da quel che  successo prima e da quanto spesso  successo. Sheldrake racconta ad esempio di un esperimento, fatto nellarco di diversi anni a Londra, in cui topi di varie generazioni, messi in una vasca che si riempie lentamente dacqua e da cui esiste solo una via di uscita, imparano progressivamente a mettersi in salvo. Cio, se pi della met dei topi della prima generazione affoga, molti di meno muoiono delle generazioni successive finch, dopo varie generazioni, tutti si salvano. 

Quel che  assolutamente sorprendente  che, ripetendo lo stesso esperimento in Australia, quasi 
tutti i topi della prima generazione trovano la via duscita come se lesperienza dei topi di Londra si fosse in qualche modo trasmessa anche a loro. Lo stesso succede, secondo Sheldrake, nelle reazioni dei minerali e dei metalli sottoposti a certi processi. Ad esempio, certi cristalli che salinizzano a Londra dopo un certo numero di prove, salinizzano immediatamente quando lesperimento viene fatto successivamente in unaltra parte del mondo. 

La conclusione di Sheldrake  che esiste una sorta di accumulazione dellesperienza a distanza: sia 
distanza di tempo che di spazio. Lui la chiama: risonanza morfica. 

Che allacqua succeda qualcosa di simile? Che lacqua ricordi il contatto, le informazioni di qualcosa che  passato attraverso il suo corpo? Una follia, si direbbe. Eppure, in una visione pi spregiudicata della realt biologica, una visione secondo cui le molecole non sarebbero gli unici fattori determinanti nel funzionamento di un organismo vivente e che altri fattori, come lenergia e le informazioni di tipo bio-elettro-magnetico, potrebbero avere un ruolo ugualmente determinante, quella follia sarebbe plausibile. 

Recenti esperimenti dimostrano che il trattamento con onde elettromagnetiche conferisce allacqua 
propriet fisico-chimiche che possono poi essere trasferite ad altri sistemi biologici. In altre parole, qualcosa si imprimerebbe nellacqua come su un pezzo di carta. Lacqua, cio, ricorderebbe. Avrebbe una memoria. La visione omeopatica della medicina mi affascinava. Offriva, se non altro, unalternativa allapproccio meccanicistico dei miei bravi aggiustatori di New York. E i dubbi aumentarono. 

Andavo avanti e indietro fra casa e ospedale, mi sottoponevo a nuovi esami, nuovi interventi, nuove 
anestesie totali, e pensavo alla memoria dellacqua, al rimedio di Mangiafuoco, alla possibilit di rinunciare alla radioterapia e alle sue terapeutiche devastazioni. La contraddizione che avevo sentita forte gi al tempo della chemio, fra lAmerica i cui valori non potevo condividere e il fatto che ero per venuto in America a cercare di salvarmi, torn a sfidarmi, specie ora che in qualche modo avevo intravisto una alternativa: una alternativa non americana. 

 ovvio che una civilt si riflette in ogni sua espressione e la medicina americana, certo la pi 
avanzata del mondo, rifletteva quella aggressivit imperialistica nei confronti della quale aumentava sempre pi la mia ostilit. Con la caduta del muro di Berlino e il suo trionfo nella Guerra Fredda, l'America non aveva pi alcun ritegno a mostrarsi come si sentiva: la pi alta realizzazione delluomo, la pi grande potenza mai esistita sulla Terra. Quel concentrato di arroganza produceva ormai una civilt che non conosce limiti, che sente come naturale il diritto a imperare sugli altri e che non teme di distruggere per salvare, come ebbe a dire quel generale americano in Vietnam, dopo aver raso al suolo un intero villaggio per liberarlo dai Vietcong. 

La medicina americana a cui mi ero affidato era, anche lei, cos: interventista, aggressiva, distruttiva. Lo era dagli anni della Rivoluzione. La visione di un paese apparentemente sconfinato da conquistare nella progressiva spinta verso il Far West aveva dato origine allidea che anche la malattia fosse come terra da conquistare, malattia dopo malattia, senza riguardo per gli eventuali massacri compiuti strada facendo: massacri di indiani o di pazienti. Un giorno lessi che il 40 per cento delle operazioni fatte ogni anno negli Stati Uniti sono inutili e che muoiono pi americani sotto i ferri di quanti ne morivano annualmente nella guerra in Corea o in quella in Vietnam. 

Daltra parte  stata la medicina americana, sempre pronta a sperimentare, a mettere alla prova nuovi strumenti, nuove tecniche, nuovi farmaci, ad aver sconfitto le vecchie malattie e ad aver allungato la vita media della gente, mi dicevo. Certo: ma lha fatto grazie ai suoi grandi mezzi accumulati attraverso un sistematico sfruttamento del resto del mondo e delle risorse altrui di cui anchio stavo, in fondo, approfittando. Questi erano i pensieri che mi frullavano in testa mentre mi preparavo alla radioterapia. Avevo finito di fare le analisi e fatto le prove di simulazione. Mi restava un ultimo fine settimana libero. Proprio quello in cui Mangiafuoco teneva il suo seminario omeopatico a Boston. 

Ero in crisi con lAmerica, e anche la vecchia Boston, che ricordavo dai tempi in cui ci avevo 
marciato contro la guerra in Vietnam, mi deluse. Era carina, civile, contegnosa, ma senza grandezza, senza qualcosa di trascinante o di commovente. Ci arrivai con uno di quei piccoli aerei che ogni ora fanno la spola da New York, come gli autobus che a Firenze vanno da Porta Romana al Duomo. Atterrammo volando su una distesa di casucce tutte uguali, fortunatamente coperte di neve. Tutto era funzionante, in orario, oleato. Solo a guardar bene ci si accorgeva che la grande efficienza della vita americana  fondata su una versione moderna del sistema delle caste. I neri, i portoricani e i latinoamericani gestiscono negli Stati Uniti, come in India, un tempo, gli intoccabili, tutto ci che  raso terra, ci che  sporco, dalla spazzatura ai bagagli, ai gabinetti, ai biglietti degli autobus. Tutti questi lavorano per poco -in media guadagnano qualcosa come sette dollari allora -ma il segreto  che tutti sono convinti di essere liberi e cittadini del migliore dei mondi possibili. 

Appena sopra gli intoccabili viene una casta tipicamente americana: i falliti. Sono di solito bianchi, con una discreta cultura. Per qualche ragione non ce lhanno fatta e limpietoso sistema della continua competizione, che premia laggressivit e la prevaricazione, li spinge da parte. Frustrati, patetici. Vittime. I tre guidatori di taxi con cui ebbi a che fare nel mio primo giorno a Boston appartenevano a questa casta. Ognuno di loro, poco dopo essersi messo al volante, mi disse di non essere in verit un autista, ma uno sceneggiatore. Ah, lAmerica! 

Il seminario si svolgeva a una sessantina di chilometri dalla citt, in uno di quegli alberghi con la moquette sintetica, i mobili di finto legno, una grande piscina in mezzo al nulla. Lontano da tutto, era piantato l solo perch il terreno costava poco e ci si potevano tenere convegni per la protezione delle balene, corsi di perfezionamento per estetiste e seminari omeopatici. 

Il seminario di Mangiafuoco mincant. Era come essere atterrato su Marte e scoprire che i marziani 
erano carinissimi, intelligenti e calorosi pi di tanti umani. Un conto era leggere di omeopatia nei libri che mi ero procurato, un altro era stare in mezzo a una cinquantina di discepoli di Mangiafuoco, che fra una sua lezione e laltra discutevano della loro professione, dei loro pazienti e dei loro misteriosissimi rimedi. 

I marziani, mi resi presto conto, appartenevano anche loro a una casta, quella dei drop outs, come in America si chiamano quelli che sono saltati gi dal treno in corsa della modernit, quelli coi dubbi, quelli con dentro laspirazione a qualcosa di pi alto delle solite mete materialistiche della societ dei consumi. I cinquanta partecipanti -molte le donne -erano tutte persone con un passato, anche di successo, dal quale scappavano. Alcuni erano stati medici, altri psicologi. Cerano artisti ed ex hippy. Molti uomini avevano la barba come per nascondere le loro facce di prima. 

Ebbi limpressione che per i pi lomeopatia non fosse semplicemente unalternativa professionale, 
ma di vita. Per aiutare i miei pazienti devo capirli e per capire loro debbo innanzitutto capire me stessa, mi disse una donna sui quarant'anni che era stata bibliotecaria in una universit. Una ex pittrice invece mi spieg che lomeopatia era il modo pi artistico di esprimersi che lei avesse trovato. Molti vedevano nella crescente popolarit dellomeopatia il segno di una possibile grande svolta nella storia dellumanit. Tutti parevano estremamente motivati. Ognuno aveva un suo particolare impegno. Quello di Mangiafuoco venne fuori chiaro da ci che disse: voleva ridare credibilit scientifica alla omeopatia e dignit alla propria professione. 

Siamo medici, ma se vogliamo essere presi sul serio dobbiamo darci da fare, ripet varie volte. 
Non dobbiamo certo abbandonare il nostro approccio analogico, che ha aiutato lumanit a 
sopravvivere per migliaia di anni; ma dobbiamo accettare che lapproccio scientifico, pur essendo pi giovane, non  necessariamente da rifiutare. Dobbiamo tentare di unire tutte le forze. 

Non fece mistero del fatto che lomeopatia sta attraversando un periodo cruciale. Proprio perch sta diventando sempre pi popolare e di moda, la sua reputazione soffre a causa dei tanti ciarlatani che ora pretendono di saperla praticare. Un altro pericolo, disse, viene dalle grandi case farmaceutiche. In passato sono state ostili alla omeopatia, ma ora, vedendone il successo, cercano di inserirsi in questo mercato in espansione e producono rimedi per questo o quel male, contravvenendo al fondamentale precetto omeopatico: curare il paziente e non la malattia. 

Il progetto di Mangiafuoco prevedeva una revisione completa della pratica omeopatica; 
laddestramento di nuovi medici, magari da reclutare fra i medici allopatici insoddisfatti, e lo studio di 
nuovi rimedi al fine di aumentare i mezzi terapeutici a disposizione. 

Diceva che Materia Medica, il compendio dei rimedi omeopatici pubblicato ancora durante la vita di 
Hahnemann, andava rivisto ampliato, ristrutturato con criteri moderni; andava computerizzato.  
assurdo continuare a usare solo i vecchi rimedi quando oggi  cos facile sperimentarne di nuovi. Il mare, ad esempio,  una miniera di prodotti, ma lomeopatia finora lha sfruttato poco. Lintenzione del seminario era appunto di introdurre alcuni rimedi marini che lui diceva daver studiato e usato con successo. 

E cos per tre giorni, con laiuto di grafici, diapositive e piccoli fogli su cui aveva preso appunti, Mangiafuoco parl dellinchiostro delle seppie, della corazza dellHomarus gammarus (lastice), della vita sessuale delle meduse, del loro veleno, e tanto di stelle marine. Gi il nome! Le chiamiamo cos perch gli antichi pensavano fossero le stesse stelle del firmamento e mandavano gli epilettici a pescarle perch, secondo loro, quelli avevano in s qualcosa di celestiale, di divino. 

Di ogni animale - o pianta - Mangiafuoco conosceva i miti in cui comparivano, la letteratura in cui se ne parlava e questo aggiungeva alla sua presentazione quellaura di magia che lui stesso aveva ammesso essere di grande valore. Mangiafuoco ripet varie volte che, quando si studiano gli effetti di un determinato rimedio,  importantissimo osservare il comportamento dellanimale da cui quel rimedio viene estratto. Ogni essere -diceva -ha un suo modo di sopravvivere nella natura; quel modo si riflette nella reazione del paziente al rimedio. 

Parl dellastice, lHomarus gammarus, un animale che non ha rapporti con altri animali. Nella testa ha un organo, simile al nostro orecchio, con dentro una sorta di sassolino che gli d il senso dellequilibrio. Quando lastice cresce e la sua armatura gli diventa stretta, se la toglie di dosso. Ma cos facendo resta debole, indifeso e va allora a nascondersi sotto la sabbia fino a quando non gli  ricresciuta una nuova corazza. LHomarus gammarus ha nello stomaco un liquido che coagula il latte.  da quel liquido che si estrae un rimedio utile alle persone allergiche ai latticini. 

Mangiafuoco raccont uno dei suoi casi Homarus gammarus. Un bambino di nove anni gli viene 
portato dalla madre, una donna dominante, professoressa di ginnastica, maniaca della fitness. Il figlio  grasso e per niente interessato allo sport.  allergico al latte e a tutti i suoi derivati. Ha crisi asmatiche sempre pi frequenti. La madre ricorre allomeopata perch, dopo aver consultato vari medici allopatici, il ragazzo non pu ormai vivere senza un bronco-dilatatore. Dopo una operazione alle tonsille, il ragazzo  cresciuto e ingrassato eccessivamente e ha grandi dolori alle ossa. Il suo cibo preferito sono i gamberetti. Li mangia persino assieme alla frutta. Il suo eroe  Peter Pan, ma quando ha visto il film  rimasto molto colpito dallepisodio in cui quello perde la sua ombra e gli deve essere ricucita. Il bambino ha paura del buio. 

Durante la visita  sempre la madre a parlare. Legge da un quaderno in cui ha preso nota di tutto 
quel che vuol raccontare al medico. Il figlio  intimorito e ogni volta che vuol dire qualcosa la madre lo interrompe. Mangiafuoco riesce per a farlo parlare di qualcosa che la madre non sa: i suoi sogni e l trova la chiave. Il ragazzino racconta di sognare spesso se stesso accompagnato da una grande ombra. Lombra non gli fa paura, anzi la sente come la sua protezione. La prescrizione  Homarus gammarus. E perch?
.
Sul piano fisico, spieg Mangiafuoco, il bambino ha evidenti problemi di allergia al latte. La 
madre non rappresenta per lui alcun sostegno e per affrontare il mondo cerca di diventare sempre pi grasso come se questo fosse garanzia di maggiore solidit. Mangia gamberetti perch istintivamente cerca in quellanimale qualcosa che lo possa aiutare. Nella storia di Peter Pan  interessante che la figura femminile che gli ricuce lombra non  una figura materna, ma quella di una bambina, Wendy. Dal punto di vista del ragazzino dunque non  la mamma che lo protegge dal buio, ma la sua stessa ombra. Da qui lanalogia con i gamberetti di cui il bambino ha tanto desiderio; da qui lanalogia con lastice e larmatura da cui si sente protetto. 

Mangiafuoco prescrisse al ragazzino lestratto di Homarus gammarus. Il ragazzino lo prese e dopo 
alcune settimane smise di essere allergico ai latticini, cominci a perdere peso e non ebbe pi crisi asmatiche. 

Medicina questa? E perch no? Medico  chi aiuta a guarire, non chi ha semplicemente una laurea e 
io non avevo alcuna ragione di dubitare della storia di quel ragazzo e di come era stato curato. 
Suggestione? Effetto placebo? E allora? Ben venga se fa star bene la gente! 

Se la prova del pane  nel mangiarlo, la prova dei rimedi sta nellusarli. Per tre giorni Mangiafuoco non fece che raccontare storie di pazienti medusa, seppia, Homarus gammarus e altri curati con i rispettivi rimedi marini. Le sue descrizioni delle varie personalit omeopatiche, con le loro abitudini, i loro diversi atteggiamenti sociali, le loro preferenze di cibo, di ambiente e di musica, erano stimolanti e lumanit in genere diventava estremamente interessante nellottica delle stranissime correlazioni che Mangiafuoco faceva fra persone, animali e piante; fra malattie e rimedi. 

Il gruppo pendeva dalle sue labbra e io con loro. Non seguivo tutto quel che diceva; spesso non 
capivo il legame logico fra le cose (forse non cera), non vedevo il rapporto di causa ed effetto (e lui metteva in guardia dal cercarlo), ma ero affascinato. Mi si era come aperto uno spiraglio su un pianeta sconosciuto. Mi pareva daver inforcato quegli occhiali che una volta da ragazzo, in un cinema, mi avevano fatto vedere in tre dimensioni il mondo sullo schermo. 

Ma io restavo fiorentino, razionale, e molte delle sue meravigliose storie mi lasciavano al perso. Mi pareva di capire, ma non capivo. Ovviamente, in un terreno cos incerto, fatto di richiami esoterici e mistici, pi che il messaggio trascinava il messaggero. E Mangiafuoco era perfetto: intelligente, colto, spiritoso e carismatico. Era convincente; a volte semplicemente brillante. 

Un gran seduttore dal piffero magico? 

Mera davvero piaciuto essere stato per tre giorni su Marte. Diversa gente, diversi discorsi, diversa 
logica. Pensai a come era strano quel che mi succedeva. O forse quel che mi facevo succedere? Nel 
1993, accettando la profezia di un indovino, avevo rallentato la mia vita, avevo cominciato a guardare il 
mondo con altri occhi. Ora era il cancro a portarmi a un seminario come quello, a stare con quella strana gente. Certo che quel mio disagio, come lo chiamava Mangiafuoco, aveva una sua faccia oscura, minacciosa; ma ne aveva anche una di luce, di potenzialit, di innovazione. Quel disagio mi aveva fatto scoprire lomeopatia a cui non avrei altrimenti prestato la minima attenzione. Forse qualcosa dentro di me voleva crescere, ed ecco che mi cresce il cancro per farmi crescere. Dio mio, pensavo gi come un omeopata! 

Certo, quella non-logica degli omeopati mi era entrata sotto la pelle, quel ragionare allinverso, non nel piccolo ma nel grande, mi attraeva. Era un po quel che avevo cercato, anche se a volte mi pareva che nella catena dei loro ragionamenti mancasse qualche anello. Avevo limpressione dassistere ai fantastici salti di un acrobata che volteggia per aria fra un trapezio e laltro finch una delle sbarre manca al suo appuntamento. Cos la mia mente si sentiva precipitare nel vuoto. 

Mi resi conto che, pur con tutto lentusiasmo che mi era venuto per lo sragionare dellomeopatia, 
non potevo seriamente prendere in considerazione lipotesi di rinunciare alla radioterapia per affidarmi invece alla magia del mio rimedio. Forse ero io stesso vittima dei pregiudizi scientifici, ma ero cos: curioso, ma razionale; esploratore s, ma non temerario. Ero sicuro che la Calcarea phosphorica avesse contribuito a farmi ritrovare la pace, ma non riuscivo a convincermi che avrebbe messo fine anche alla mia produzione di cellule impazzite. E il fatto stesso che non ne fossi convinto aumentava il rischio che il rimedio non servisse a nulla. 

Col solito piccolo aereo-autobus, su cui montai allultimo minuto, mentre gi stava chiudendo il 
portellone, tornai a New York e mi raggomitolai, felice, nella mia tana. 

Quattro americani su dieci avranno il cancro, annunci un grande canale televisivo nel notiziario 
della sera, e raccont che molti negli Stati Uniti muoiono ancora inutilmente di questo malanno, perch le assicurazioni si rifiutano di pagare i pi recenti, costosi trattamenti, con la scusa che sono ancora in fase sperimentale. 

Lo era anche la radioterapia che stavo per incominciare lindomani: un esperimento di cui sapevo 
che era, di per s, cancerogeno. Ma avevo scelto. La notte feci due sogni. In uno volavo alto su un mondo che era cos lontano da non interessarmi pi. Nellaltro invece camminavo lungo il mare e gli oggetti inerti, abbandonati sulla spiaggia, quando ci passavo accanto prendevano vita, sprigionavano una scintilla, una piccola luce e quella diventava un uccello che volava via, libero nellaria. Presi tutto quel volare come un buon auspicio. 
...
.
...
NELLE BRACCIA DELLA RAGNA.
...
.
...
Signor Terzani, lei  pronto? S, rispondevo, e tutti scappavano via chiudendosi dietro le porte blindate. Al centro di una stanza semibuia, io stavo sdraiato, a torso nudo, immobilissimo, attento a non fare neanche un respiro pi profondo del solito. Dovevo restare esattissimamente nella posizione in cui ero stato bloccato: i punti neri che mi erano stati tatuati sul petto dovevano collimare con i punti di luce rossa che uscivano dagli occhi di fuoco della macchina infernale che stava sopra di me. Lavevo ribattezzata La Ragna, perch io altro non ero che una piccola mosca impaniata nella misteriosa rete che lei mi tesseva attorno.
.
La Ragna aveva una grande testa tonda che prima mi guardava dallalto, poi lentamente girava, si 
soffermava, sempre alla stessa distanza, a un mio fianco, si piazzava sotto di me per poi tornare a 
osservarmi dallalto, emettendo a ogni sua mossa un inquietante sfrigolio, un sibilo, ora quasi un 
richiamo, a volte un gemito, un sospiro. Prigioniero, al centro della sua magica ragnatela, mi sentivo loggetto di una seduzione a cui non avevo alcuna intenzione di resistere. Avevo deciso che 
quellamplesso mi salvava. 

Avevo accettato la scommessa come avevo fatto tante volte nei casin di Macao dove, dopo aver 
perso per una intera serata al tavolo di black jack, puntavo alla fine tutto quel che mi restava, a parte il biglietto di ritorno sullidrovolante per Hong Kong, sul rosso o sul nero della roulette e aspettavo con controllata trepidazione il ruzzolare della pallina. 

Dietro il vetro schermato di un grande obl, vedevo gli infermieri e i tecnici seguire La Ragna che 
dal centro della sua testa mi bombardava per interminabili minuti con raggi miratissimi e micidiali. Mi concentravo sul mio respiro, mantenendolo regolare -piccole inalazioni, piccole esalazioni -cos che il petto non si alzasse, non si allargasse e le radiazioni centrassero il loro bersaglio. Non avevo dolori. Non sentivo in verit nulla; tranne di essere in balia di una forza, di una vera e propria presenza, che non avevo mai incontrato prima. 

 ormai parte del sapere comune che troppe radiografie fanno male alla salute, che una donna 
incinta deve ricorrerci solo in caso di assoluta urgenza e che anche il dentista deve essere parsimonioso con quel suo facile sistema di reperire le carie. Il rischio  che quelle radiazioni, pur limitate, abbiano come effetto secondario lattivazione di un qualche cancro. Bene: se una lastra, diciamo del torace, manda tre unit di quella misura con cui vengono contate le radiazioni -e gi quelle tre sono ormai giudicate potenzialmente pericolose -, La Ragna, nel corso dei nostri appuntamenti (cinque alla settimana per un mese e mezzo), me ne scaric addosso pi di tremila, di quelle unit. 

LIrradiatore, maestro e domatore della Ragna, sapeva quel che faceva; aveva ben calcolato, nel mio 
come nei diciassette casi precedenti, i pro e i contro di quei bombardamenti e contava sul 
funzionamento di un particolarissimo schermo che, per diminuire i danni, controllava esattamente sia la superficie, sia la profondit a cui dovevano arrivare le scariche. Un computer faceva la mappa tridimensionale dellorgano da colpire; un altro computer produceva il modello di uno schermo che, dopo una serie di prove, veniva costruito in una speciale, pesantissima lega di metallo e applicato alla testa della Ragna; un altro ancora, come fosse il computer di un caccia che segue su una carta geografica la traiettoria dei suoi missili, controllava il bombardamento. Perch io rimanessi il pi possibile immobile mi era stata costruita su misura una mezza corazza di gesso nella quale venivo adagiato e bloccato. 

La terapia sperimentale che avevo accettato di fare consisteva nel distruggere con forti radiazioni le concentrazioni di cellule impazzite in una zona specifica del corpo, senza che ci fossero danni 
collaterali, come viene chiamata, in gergo militare, la distruzione di una scuola o luccisione di civili nel corso di un bombardamento aereo. Nel mio caso si trattava di bombardare un organo senza che tutti quelli attorno ne facessero le spese. 

Il mio love affair con La Ragna fu il periodo pi difficile di tutto il trattamento. Forse perch per due settimane ero stato lontano dallospedale, ora non ci andavo pi con la indifferente curiosit di un tempo. Forse perch dai coloratissimi omeopati avevo tanto sentito parlare di natura e di rimedi, ora il mondo bianco monocolore dei medici e delle loro medicine mi pareva estremamente innaturale. Le radiazioni in particolare. 

Pur non toccandomi, La Ragna mi lasciava completamente esausto, a volte cos senza forze da non 
riuscire a stare in piedi a lungo. Alcune ore dopo lincontro con La Ragna, uno strano fuoco mi 
bruciava tutte le interiora. Se facevo un respiro profondo, mi pareva di inalare un incendio. Era una sensazione che non avevo mai provato, ma non era in alcun modo insopportabile. Ne prendevo 
coscienza, ci riflettevo su, e lincendio era presto messo sotto controllo. Spesso  proprio il dirsi che qualcosa, o qualcuno,  insopportabile che ce lo rende veramente tale. 

Una brochure mi rassicurava che le radiazioni non mi facevano diventare radioattivo, ma in 
qualche modo La Ragna mi faceva pi violenza della chemio e pi della chemio riduceva il mio 
entusiasmo per la vita. Uscivo meno, mi guardavo meno attorno, ero pi concentrato su di me e con 
questo ero sempre meno l dove volevo essere: al piano di sopra. 

Sapevo che era una questione di prospettiva. Ogni volta che la visione del mondo si rimpicciolisce, i nostri problemi o i nostri mali ci paiono importantissimi, la nostra morte orribile, impensabile. Se la visione si allarga e si riesce a vedere il mondo nella sua interezza e magnificenza, il nostro stato, pur penoso che sia, diventa parte di quella vastit, di quelleterno, naturale arrovellarsi delluomo. 

Me ne accorgevo accendendo la televisione o andando al cinema: se vedevo un film sciocco mi 
deprimevo; i dolori alla pancia o allo stomaco mi parevano terribili. Se vedevo invece un bel film, come ledizione restaurata delle Notti di Cabiria di Fellini, tutto ci che mi stava succedendo mi pareva unespressione di quel mondo grande e terribile di cui il vecchio monaco tibetano parla al giovane Kim di Kipling: un episodio di una bella storia. Io, marginale. 

Per questo larte, quella vera, quella che viene dallanima,  cos importante nella nostra vita. Larte ci consola, ci solleva, larte ci orienta. Larte ci cura. Noi non siamo solo quel che mangiamo e laria che respiriamo. Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentati da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato. 

Un giorno che La Ragna mi aveva messo pi alle corde del solito, sperando di alzare il mio umore, 
andai al Metropolitan Museum. Ma mi accorsi subito che, con tutte le mutazioni che avevo subito, una caratteristica mera rimasta: lodio per i musei. Specie quelli enormi, smisurati come il Metropolitan. Cera troppo: troppi quadri, troppa gente, troppe statue, troppa confusione, troppi negozi, troppe guardie, troppe luci, troppe cartoline, penne e magliette. Il Metropolitan stava allarte come il negozio di Balducci di Downtown stava al cibo. In tutti e due ci si trovava il meglio di ogni angolo del mondo: i dipinti del Rinascimento, come i vari tipi di pasta; la scultura greca e le miniature Moghul, come i vari tipi di formaggio, di olive e di salmone. Mi sentii soffocare, venire lindigestione, e scappai via. 

I soli musei per me possibili sono quelli piccoli, quelli a misura duomo come il Mauritshuis allAja dove, quandero giovane, mi fermavo quasi ogni giorno sulla via di un lavoro che non mi piaceva a rallegrarmi guardando Saskia, la moglie di Rembrandt, bella e rubizza con un bicchiere di vino in mano; o come il museo di Lahore che sembra ancora diretto dal padre di Kipling; o il piccolo museo di Peshawar, dove un solo Buddha di Gandhara, trovato nelle montagne vicine e messo senza alcuna pretesa su un piedistallo da nulla, basta a riempire di gioia una giornata. Misi il Metropolitan nella lista dei posti che mi deprimevano. Fortunatamente al Paris, il cinema vicino a casa, stava per cominciare la rassegna di tutti i film prodotti dallaccoppiata Merchant-Ivory, compresi quelli ambientati in India. Alcuni bellissimi. Furono la mia salvezza. Li vidi e rividi tutti con grande piacere e sollievo. Il mio umore si alz e rest alto. La Ragna mi fece sempre meno impressione e cominciai a pensare a come disintossicarmi dai suoi raggi. 

Per anni, su una vecchia scatola di cartone in cui buttavo tutto quello che pensavo avrebbe potuto 
servirmi un giorno per fare un certo viaggio, c stata una scritta: La guarigione viene dalle piante, E dal coltello, Da una persona retta e santa, E dai mantra che uno canta. 

Era una frase del sesto secolo avanti Cristo, quando in quello che oggi  lIran visse un personaggio di cui si sa poco o nulla. Si chiamava Zarathushtra e aveva fondato -o forse solo riportato in vita -una religione al cui centro stava il fuoco: il fuoco che purifica rimanendo sempre puro; il fuoco che  imparziale perch riscalda allo stesso modo un saggio come un folle; il fuoco che fa luce, il fuoco che d vita; il fuoco che, riducendo ogni cosa in cenere, rammenta alluomo limpermanenza di tutto il creato. E il fuoco infatti distrusse anche gran parte di quel che Zarathushtra aveva scritto, fatto e detto. 

Gli originali di quelle scritture sacre scomparvero nel 330 avanti Cristo quando Alessandro il 
Macedone -che noi occidentali, nonostante i suoi misfatti, insistiamo a chiamare Magno -dette alle fiamme la biblioteca di Persepoli con tutte le sue collezioni. Il resto scomparve nel VII secolo dopo Cristo, quando gli arabi, da poco convertiti allislam da Maometto, misero a ferro e fuoco la Persia, ne rasero al suolo i templi, forzarono lintera popolazione a farsi musulmana e cancellarono sistematicamente ogni traccia della tollerante Religione del Fuoco. 

Di Zarathushtra e dello zoroastrismo rimase solo quel che alcuni fedeli, sopravvissuti ai massacri, 
avevano imparato a memoria e quel che la furia iconoclasta dellislam non riusc a distruggere, come quella massima appunto, scolpita nella roccia di irraggiungibili montagne. Quel poco bast perch lo zoroastrismo, coi suoi Templi del Fuoco e le sue Torri del Silenzio, in cima alle quali i morti, dopo i riti funebri, vengono lasciati in pasto agli avvoltoi, continui a essere la religione di alcune decine di migliaia di persone: i parsi. La loro pi grande comunit  quella di Bombay, nellIndia, un paese dove i perseguitati di tutte le religioni - ultimi i buddhisti tibetani - hanno sempre trovato rifugio. 

Poco dopo essermi trasferito da Bangkok a Delhi, mi ero interessato ai parsi, li ero andati a trovare, e quella frase, La guarigione viene dalle piante, e dal coltello, da una persona retta e santa e dai mantra che uno canta, era finita, come un viatico, sulla mia scatola di cartone. 

Allora non potevo certo immaginare che un giorno avrei io cercato, in ognuno di quei mezzi, la mia 
guarigione. A quel tempo ero semplicemente interessato alle piante, o meglio alla pianta delle piante: la mitica pianta da cui - secondo le leggende di tanti popoli - si estrae lelisir della vita. 

Luomo di tutte le epoche ha sempre pensato che la natura fosse una cassaforte di tesori nascosti ed  andato a cercare, nel folto delle foreste, nei dirupi delle montagne, il fiore, la radice, lerba magica con cui salvarsi: dalla malattia, dalla vecchiaia, dalla morte. Il mio progetto allora era di rifare, in chiave moderna, quel viaggio e scrivere un libro sulla ricerca di un qualcosa che molto probabilmente non esiste. O forse esiste: la salvezza dalla droga. 

Lidea mera venuta da uno stranissimo libro, pubblicato in Inghilterra nel 1935, scritto da un tale James S. Lee, probabilmente uno pseudonimo. Il libro, The Underworld of the East,  la storia dei diciotto avventurosissimi anni passati dallautore, a cavallo fra Ottocento e Novecento, a lavorare per gli inglesi come ingegnere nelle miniere di carbone della Cina, dellIndia e dellArcipelago Malese. Quel che rende la storia interessante  che, dopo aver fatto le pi incredibili esperienze con ogni tipo di droga, dalla morfina alla cocaina, dalloppio allhashish, lautore, ormai completamente schiavo del vizio e con la salute minata, racconta daver trovato un modo di salvarsi. Una sera, in un piccolo insediamento lungo uno dei fiumi nella giungla di Sumatra, un sampan con alcuni malesi a bordo si avvicina alla sua veranda di legno affacciata sullacqua. Gli uomini vengono dallinterno dellisola e gli offrono di barattare un fascio derbe e di radici con delloppio. Lui accetta perch nel mazzo c una pianta che lui non ha mai visto: un arbusto con piccoli bocci pieni di semi. 

Il Nostro raccoglie quei semi, li fa bollire nellacqua e fa evaporare la pozione. Il risultato  una polverina bianca che lui sperimenta sui topi di casa, mettendogliela nel cibo. Quando vede che quelli sopravvivono, la prova su se stesso. Il risultato  sorprendente. La polvere bianca estratta da quei semi elimina leffetto di ogni droga e produce una grande vitalit, sia mentale sia fisica. Con quella polvere il Nostro cura la propria assuefazione e arriva a distruggere siringhe, lampade, pipe e tutto ci che per anni gli era servito a vivere. Ha scoperto qualcosa di miracoloso. Lo chiama lElisir della Vita. 

Vero? Impossibile dirlo. Ma la semplice ipotesi che potesse esserlo mi affascinava. Quanti giovani 
potrebbero essere tirati fuori dal pozzo buio della droga se davvero da qualche parte nellisola di 
Sumatra esistesse quella pianta! Il progetto era di andarla a cercare seguendo il racconto di James Lee e le sue descrizioni dei luoghi. Quel filo chiss dove mi avrebbe portato! 

Lautore era di per s un mistero: la casa editrice inglese che aveva pubblicato The Underworld of the East non rispose alle varie richieste di informazioni, come se non volesse pi avere niente a che fare con quella storia; il secondo libro che James Lee aveva annunciato, con altre avventure sulla sua vita, era introvabile e forse non era mai uscito. 

Eppure luomo non poteva essere una pura invenzione. Il suo racconto di come, ammalatosi di 
malaria in un posto isolato dellAssam indiano, riceve la prima iniezione di morfina e di come poi, 
diventatone dipendente, passa alla cocaina e al resto suona autentico. Cosi come sembra 
autenticamente deluso del tempo in cui vive. Costretto dalla sua professione a calarsi nelle viscere della terra, dove vede alcuni compagni morire per le esplosioni di gas o per il crollo di gallerie, James Lee finisce per avere una visione del mondo che oggi si direbbe molto new age. La terra  per lui -che sembra anticipare di qualche decennio la teoria di Gaia -un grande, complesso essere vivente, di cui luomo nella sua avidit non ha alcun rispetto. Anzi, con tutto quel che fa non le infligge che orribili ferite. E la terra, scrive Lee, si difende contro questo parassita scatenandogli contro malattie, terremoti, siccit, inondazioni, carestie, esplosioni, tifoni e incendi. 

Luomo far grandi progressi con la sua scienza, scrive il Nostro. Inventer cibi sintetici, vivr in citt sotterranee, riscaldate e ventilate artificialmente, far buchi sempre pi profondi alla ricerca dei mezzi per produrre calore e rimpiazzare il sole che lentamente si va spegnendo. Luomo cercher con ogni mezzo di prolungare la sua vita, ma alla fine perder la battaglia. In tutta questa preoccupazione dellautore da ecologista ante litteram c qualcosa di sincero. Possibile che avesse mentito sulla pianta miracolosa? 

Quel che mi rese ancor pi curioso fu la reazione di un esperto. Avevo mandato fotocopia del libro 
a un chimico italiano che sapevo aver lavorato a lungo sulle piante, chiedendogli cosa ne pensava e se sapeva dellesistenza di quella pianta. La risposta fu sorprendente: s, poteva trattarsi di una Mitragyna. Sono piccoli alberi dal legno poco pregiato. Fanno frutti simili a meloncini, pieni di semi scuri. Se ne conoscono dodici diverse specie. Un americano di nome Shellard le ha studiate a lungo negli anni Settanta e ha trovato che contengono strani alcaloidi capaci di produrre esattamente gli effetti descritti da James Lee. Quel che mi sorprende, concludeva la risposta del mio chimico,  che nessuna industria farmaceutica abbia sfruttato questi risultati. Non capisco perch. Accidenti! Quel perch era il perfetto inizio di una storia, il primo passo del viaggio che intendevo fare. 

Col chimico ci scambiammo ancora varie e-mail, e il tutto fin nella solita scatola di cartone, assieme ad altri appunti, ritagli di giornali e vecchie carte di Sumatra. Mi piaceva lidea di andare a indagare in che misura Zarathushtra e, 2600 anni dopo di lui, James Lee avessero avuto ragione sulle capacit guaritrici delle piante, e come mai quella importantissima verit fosse stata dimenticata o volutamente tenuta nascosta. 

Loccasione di mettermi sulle tracce di James Lee e del suo miracoloso arbusto non venne mai, ma  
ovvio che le erbe furono la prima cosa a cui pensai quando mi misi a cercare, se non proprio un mezzo per guarire, almeno un modo naturale per disintossicarmi da tutti i veleni che mi ero inflitto con le innaturalissime cure della scienza. 

Una sera, andando a una delle ultime lezioni di tarocchi, nella bacheca dellOpen Center vidi 
annunciato un corso tenuto da una nota erborista. Esattamente quel che mi ci voleva. Le telefonai, le dissi della mia situazione e le chiesi una consulenza. Lei riceveva su appuntamento. Me lo fiss, e una mattina mi misi in viaggio: non per Sumatra, ma per il New Jersey. 

Pioveva, e New York era triste come solo le citt sanno esserlo sotto la pioggia. Senza lodore 
dellacqua sulla terra secca; con la gente, specie quella senza ombrello, che cerca di rimpicciolirsi per bagnarsi di meno, e senza quella gioia che nella natura accompagna ogni primo diluviare: un giorno perfetto per rendermi conto di quanto fosse parziale limpressione che avevo della vita newyorkese stando in quel mio privilegiato e protetto osservatorio nel centro benestante di Manhattan. 

Gi la stazione degli autobus, immensa e pulita, era deprimente con la folla di gente sola, ognuno col suo sacco, la sua borsa o dinanzi al suo piatto di plastica ricolmo di cibo plastificato. Tante persone, eppure un gran silenzio, a parte le voci degli altoparlanti. 

Il tragitto nelloscurit del Lincoln Tunnel fu come lattraversamento di un confine. Appena usciti 
dal buio eravamo nellaltra America: un parcheggio dopo laltro, casucce, ristorantini, albergucci, tutto provvisorio, tutto fatto per durare una stagione. Dovunque guardassi vedevo bandiere americane: enormi davanti ai distributori di benzina, agli uffici postali, alle stazioni dei pompieri; grandi alle finestre e nei giardinetti delle case; piccole su ognuna delle macchine usate, in vendita a centinaia e centinaia lungo la strada. 

Anche lautista dellautobus, un automa gentile e grassissimo, aveva una bandierina americana cucita sulla manica della sua camicia bianca e ben stirata. Sonnecchiavo e gli dissi di svegliarmi quando fossi arrivato. 

Mi addormentai ridendo fra me e me della situazione in cui mi ero cacciato, pensando alle erbe e a 
come ancora i miei nonni, che venivano da famiglie contadine, avevano una grande familiarit con 
quello che nella natura serve alla salute. Avevi il mal di pancia, il raffreddore o la diarrea? Qualcuno andava nel campo e tornava con unerba dicendo: Bollila e bevila stasera. La natura era il primo medico a cui tutti ricorrevano. Bastava saper riconoscere le foglie, i fiori, i semi, la scorza di una pianta. Tutta quella sapienza lho vista scomparire sotto i miei occhi, nel corso della vita. Gi mia madre rifiutava gli impiastri che mia nonna preparava da mettermi sul petto quando avevo la tosse. Lei preferiva andare in farmacia a farsi dare qualcosa di pi moderno, di chimico. Costava di pi, quindi doveva essere per forza migliore. 

Tutte le antiche civilt erano in un modo o in un altro convinte che, oltre a quello che la natura 
metteva alla portata di tutti, cera poi qualcosa di speciale, di raro, di miracoloso nascosto nel mistero dei boschi o nelle gole delle montagne. Per i cinesi il ginseng, prima che fosse coltivato artificialmente e diventasse un prodotto industriale, era lessenza della terra in forma umana, una fata -e ne aveva tutte le sembianze -che cresceva solo a grandi altezze per diventare il toccasana contro mille mali; soprattutto contro linvecchiamento. 

Per gli indiani la soma, lerba dellimmortalit di cui si parla persino nei Veda e che gli yogi dicono di usare per vivere fino a duecento anni, sarebbe un rampicante che cresce esclusivamente nellHimalaya al di sopra dei quattromila metri. Oggi nessuno lo trova pi, come se anche quella conoscenza, se mai  esistita, fosse scomparsa. 

Ma oggi sappiamo forse perch il vischio  da secoli considerato una pianta di buon auspicio? 
Perch gli antichi druidi lo tagliavano solo con un falcetto doro? Perch  entrato nel folklore di tanti diversi popoli come un qualcosa carico di mistero, una pianta sacra e curativa di tanti disturbi, specie quelli dello spirito? Non lo sappiamo. Eppure continuiamo, specie a Natale, ad appendere sopra la porta di casa, come portafortuna, un ramicello di questo strano parassita che si attacca alla cima di piante come la quercia, il pino o la betulla, e resta verde mentre gli alberi di cui si nutre succhiandone la linfa perdono le foglie e vanno in letargo. 

Come pianta il vischio non serve a nulla. Sia il legno sia le foglie sono inutilizzabili. Scientificamente parlando, le sue bacche non hanno alcuna speciale propriet. Eppure, dinverno quelle bacche tengono in vita i piccioni dei boschi, e in Germania  stata recentemente aperta una clinica in cui alcune forme di cancro vengono trattate con un estratto delle bacche del vischio. 

Forse hanno ragione quelli come Erich von Dniken, a ipotizzare che noi umani siamo stati 
colonizzati tantissimo tempo fa da una civilt di dei-astronauti che, dopo un soggiorno sulla Terra, delusi dal nostro non saper mettere a frutto le loro vaste conoscenze e la loro saggezza, sono poi ripartiti per il loro lontanissimo pianeta. Noi ci saremmo dimenticati di loro. Eppure solo lo straordinario sapere di una razza extraterrestre estremamente intelligente e tecnologicamente avanzata spiegherebbe lesistenza sulla Terra di misteriose costruzioni come le piramidi, le pietre di Stonehenge e la presenza di certe strane figure, in mezzo a quelle umane, nei bassorilievi maya e in altre rovine del Centro America. 

Lautista non aveva dimenticato di avvisarmi ed ero ancora con la testa nel pianeta degli dei-
astronauti quando, scendendo dallautobus, mi ritrovai sulla strada principale di una cittadina che 
sembrava essere stata montata la sera prima per girarci un film dellorrore. Il film veniva forse girato proprio in quel momento con donne malvestite e pallide che camminavano lungo i marciapiedi. Erano le dieci del mattino, ma alcune erano gi chiaramente ubriache. Le case erano tutte piccole, a un piano, di legno, per lo pi disabitate, molte col cartello Vendesi fuori dalla porta. Eppure, sui duecento metri che dovetti fare dalla fermata dellautobus allindirizzo dellerborista, vidi un Centro di benessere olistico, un Centro di meditazione e di yoga, e lo studio di un massaggiatore chiropratico. 

La mia erborista stava in un vecchio edificio, anche quello di legno che marciva. La vernice celestina della facciata veniva via a scaglie. Ero arrivato con un po danticipo e cos stetti fuori dalla sua porta, seduto su una seggiola di plastica a osservare la pioggia che dal soffitto cadeva tranquillamente sulla moquette dellingresso. Da dietro la porta sentivo lerborista che, concludendo la seduta con la paziente prima di me, le spiegava limportanza delle relazioni karmiche e di come anche per lei la vita era cambiata grazie a quelle relazioni. Una donna le aveva suggerito di dare una spinta alla propria carriera. Lei le aveva dato retta e ora era finalmente una persona realizzata: insegnava allOpen Center di New York! 

E le mie relazioni karmiche? Da anni progettavo una spedizione alla ricerca dellElisir della Vita e ora, invece che nella giungla di Sumatra, mi ritrovavo sotto il tetto bucato della sala daspetto duna erborista sconosciuta, in una cittadina operaia del New Jersey! 

Lincontro fu piacevolissimo e inutile. Lerborista era una bella donna sulla quarantina, tutta acqua e sapone, vestita semplicemente con una gonna lunga e larga che copriva una incipiente obesit. Aveva i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo che le arrivava alla vita. Mi accolse con grande cortesia, mi fece sedere per terra, si sedette lei stessa su un tappetino nella posizione del loto e accese per me, disse, una bacchetta dincenso davanti a un modesto Buddha di legno su un altarino. Il suo studiolo era verniciato di bianco e decorato con tutto il bric--brac dei negozietti orientaleggianti e new age. Stare per terra era naturale per me -da anni ormai scrivo e leggo cos -ma mi chiesi come se la cavassero gli altri suoi pazienti. 

Cominci col fare un punto da femminista: in passato, chiunque avesse una qualche conoscenza 
della natura era visto con sospetto e molte donne che curavano con le erbe erano state per questo 
tacciate di stregoneria e messe al rogo. Poi fece un punto antimodernista: lortodossia religiosa e la scienza hanno represso tutte le fedi animistiche come quella degli abitanti originari dAmerica, i pellirossa, e hanno tagliato tutti i nostri legami col mondo che ci circonda. 

Con questo abbiamo perso quella parte di noi che era intuitiva, che relazionava con la natura e le 
sue forze. Io voglio riscoprirla e riportarla in vita, disse, come per spiegarmi la sua vocazione. Le piante sono un modo di riprendere contatto col divino. 

La trovavo carinissima, mi piaceva. Quel che diceva mi era familiare; in gran parte lo condividevo. 
Ma era ovvio che la mia spedizione era fallita. Non era nelle parole giuste o in una persona sincera che avrei trovato quel che cercavo. Lo sapeva anche lei, ma tirammo avanti. Parlammo di cancro, di sistema immunitario e di quello che lei poteva consigliarmi. Mi prescrisse dosi quotidiane di clorofilla, come aveva fatto Mangiafuoco, due estratti di erbe cinesi, e alghe marine che avrei dovuto ordinare da un tale nel New Hampshire. Mi consigli di bere molti succhi di carote e di mangiare spesso funghi, specie shiitake. Poi, imbarazzata pi di me per lassurdit della situazione, disse che la parte pi importante della sua cura consisteva nel mandarmi energie positive quando fossi stato lontano. Mi dovetti trattenere dal ridere e, per non offenderla, finii per darle pi del dovuto per la consultazione. 

Al ritorno lautobus era guidato da una bella ragazza nera, anche lei con la bandierina americana sulla manica della camicia. I passeggeri erano degli zombi silenziosi e io uno di loro. 

La strada dalla stazione degli autobus alla mia tana non  di quelle da fare se uno vuole riconciliarsi con lAmerica: passa attraverso un brutto quartiere con negozietti di abbigliamento per poveri, caffetterie per solitari e tanti pornoshop solo per adulti. Per scrollarmi di dosso la tristezza, dirottai verso est in direzione della Quinta Strada e l tutto cambia: boutique eleganti, librerie, ristoranti chic, farmacie. Ma i miei occhi, come dicono gli indiani, sembravano cogliere solo lombra che c sotto ogni lampada. 

A un semaforo, aspettando il verde, mi colp la scena al mezzanino delledificio che avevo dinanzi: 
decine di uomini e donne nel riquadro di grandi finestre correvano, correvano, restando per l 
doverano, sudati e paonazzi, rivolti verso la strada. Non era la prima volta che vedevo una palestra, ma l'immagine di tutti quei giovani che, finito lorario dufficio, erano corsi a smaltire frustrazioni e grasso mi pareva riassumere tutto il senso di quella civilt: correre per correre, andare per non arrivare da nessuna parte. 

Mi parve dessere uno dei tibetani della storia che mi raccont una volta il fratello del Dalai Lama. Nel 1950 una delegazione di monaci e funzionari che non erano mai usciti dal Tibet venne invitata a Londra per discutere cosa lInghilterra poteva fare per il loro paese. Venivano da un mondo povero, primitivo, ma bellissimo. Erano abituati a grandi spazi vuoti, a una natura coloratissima e loro stessi erano colorati nelle loro tuniche, nei loro cappotti e berretti. A Londra furono ricevuti con grande cortesia e portati a giro a vedere la citt. Un giorno, coi loro accompagnatori, i tibetani si ritrovarono nella metropolitana. Erano esterrefatti: tutta quella gente sotto terra! Uomini vestiti di nero, Con la bombetta in testa, leggevano il giornale sulle scale mobili, la folla si accalcava nei corridoi correndo per salire sui treni in partenza; nessuno parlava a nessuno, nessuno sorrideva! Il capo dei tibetani si rivolse, pieno di compassione, al laccompagnatore inglese e gli chiese: Cosa possiamo fare per voi? Lo so: quei tibetani non esistono pi. Anche loro oggi sognano solo di vivere come a Londra e di correre stando fermi. Ma la domanda di fondo resta: chi  pi primitivo? 

Avevo in tasca la ricetta dellerborista ed entrai in un Vitamin Shop, pensando di trovarci qualcosa di quel che lei mi aveva ordinato. Ma la prima cosa che vidi, fra gli enormi bussolotti di plastica con tutte le possibili combinazioni di vitamine in pasticche ed estratti daglio, di cipolla e ginkgo, fu un Homeopathic Kit: una scatola attraente con cinque file di boccettine, ognuna con un cartellino colorato col nome del rimedio. Cera anche il mio! Mi caddero le braccia. Il mio rimedio aveva valore e funzionava perch ci ero arrivato attraverso una trafila di persone, perch avevo guidato in quella landa affogata nella nebbia, perch lavevo comprato in quella farmacia felliniana che era rimasta aperta per me. L, in quella confezione con tanto di Istruzioni per luso, venduta in un qualsiasi negozio di vitamine nel centro di Manhattan, non valeva nulla. Cos come tutto il resto, mi pareva: dal qi gong di Master Hu, al Kundalini Yoga dellOpen Center, alla meditazione in quella cittadina del New Jersey, alle erbe della bella strega. 

Tutto quel che vedevo mi pareva perverso: una societ in cui non si rispetta niente e nessuno, ma in cui tutti credono di essere liberi e di avere diritto a tutto, per finire soli e tristi. 

Allaltezza della Cinquantesima Strada vidi un uomo poco pi giovane di me, mal messo, malaticcio, 
probabilmente un provinciale in visita a New York, che si faceva fotografare dalla moglie dinanzi 
allinsegna di un ristorante vietnamita. Me lo immaginai mettere quella foto accanto a una pi vecchia, scattata quandera soldato in Vietnam. Mi venne da abbracciarlo. Con lui avevo qualcosa in comune: la nostalgia di Saigon, dellodore di verdure marce, di quel tempo in cui nelle nostre vite tutto era pi essenziale. 

Passarono le settimane e i mesi e venne il giorno che, per una di quelle strane contraddizioni della vita, i malati di cancro temono di pi: lultimo giorno da ammalato. Per molti la paura  quella di una ricaduta nella malattia. Per me era la paura di ricadere nel prima. 

Abbiamo fatto tutto. Ora vada tranquillo. Faccia una vita normale e torni qui fra tre mesi, mi disse la mia meravigliosa dottoressa Portafortuna col sorriso soddisfatto del meccanico che restituisce al proprietario le chiavi della sua macchina riparata. 

Una vita normale? Era lultima cosa che volevo fare. Tornare a vivere come prima? Ricadere nella 
routine? I giornali, le interviste, le cene coi diplomatici, gli articoli da scrivere, le chiacchiere inutili come quelle che si fanno in un ascensore che sale per trenta piani quando invece si vorrebbe tanto aver preso le scale? La conversazione? Mai e poi mai. 

Accomodato per questo? Non ne sarebbe valsa la pena. E poi: io ero convinto che, in qualche 
modo, il mio cancro era legato alla vita che avevo fatto prima e ora ero deciso a fame una diversa. E diverso era gi il mio corpo: avevo una grossa ernia che mi sbuzzava nella pancia ricucita poco bene da un assistente del chirurgo, i capelli ricrescevano a malapena e tutti i miei gesti erano rallentati. Diverso ero anchio: cosciente, ora come non mai, dessere mortale. Pensavo diversamente, sentivo diversamente. Il mio rapporto col resto del mondo era ormai diverso. 

Tutto questo per me era ovvio. Ma non per altri. Questa di voler vivere diversamente era la vera 
battaglia che avevo da combattere; non la battaglia della chemio o della radioterapia. Perch attorno al malato si crea una sorta di benevola congiura di tutti quelli che gli vogliono far apparire la malattia come uno stato transitorio, passato, e il ritorno al prima come la cosa pi auspicabile. E i congiurati sono tutti: i medici, la famiglia, i migliori amici. Tutti in buona fede. Tutti preoccupati che uno non voglia tornare normale, tutti a dire in un modo o in un altro: Forza, fatti coraggio, vedrai, tutto torner come prima. 

Fu cos che la sera stessa del mio addio allospedale mi ritrovai ospite di Kofi Annan e di sua moglie. Un vecchio amico che stava scrivendo un libro su di lui era venuto a New York, gli aveva parlato di me e, per farmi una sorpresa, aveva chiesto loro di invitarmi a cena per celebrare il mio ritorno alla normalit. 

Non riuscii a dire di no. La serata fu piacevolissima e i due particolarmente presenti e calorosi. Solo uscendo dal loro appartamento sullEast Side, mi resi conto che davvero non ero pi io-giornalista. Invece di fare domande, invece di chiedere che cosa il Segretario delle Nazioni Unite pensava di questo e di quello, forse anche perch ero stato zitto per cos tanto tempo, avevo parlato soprattutto io e avevo ripetuto la stessa cosa da tutti i punti di vista possibili, per tutta la serata. 

Avevo detto che toccava a lui rimettere la moralit avanti alla politica e alleconomia; toccava a lui usare quella sua piattaforma esposta agli occhi del mondo per far risentire la voce che tutti aspettano: la voce del cuore e non solo quella della testa. Il mondo non poteva continuare a essere retto dallingordigia e dagli interessi di questo o quel potere. Bisognava che qualcuno parlasse di 
responsabilit verso istanze pi alte della propria famiglia, della propria azienda o del proprio paese. Lui era in una posizione unica per farlo. Tutti i vantaggi erano dalla sua parte: le sue origini, la sua formazione, il colore della sua pelle, il fatto che non doveva essere rieletto. La combinazione era eccezionale. Per il mondo era una fortunata occasione. Lumanit aveva bisogno di un grande. Toccava a lui. 

Scoprimmo che tutti e due eravamo dellanno della Tigre e che presto avremmo compiuto 
sessantanni. Concordammo che questo  il momento nella vita in cui ci si pu togliere dalla mischia e si possono guardare le cose pi dallalto. Questo  il momento in cui, qualunque sia il suo ruolo, un uomo deve fare quel che  giusto e non quel che gli conviene. Parlammo anche della morte e io gli chiesi se dopo avremmo voluto essere ricordati per essere stati prudenti. Rise divertito e, come confessasse un segreto, aggiunse che lessere prudente era esattamente quel che gli suggerivano in continuazione i suoi consiglieri. Li licenzi tutti, dissi io. Non credo che mi prendesse per matto. Anzi, ebbi limpressione che ceravamo intesi. Tornai a casa a piedi. Piovigginava, ma mi sentivo nuovo e bene in quella pelle. 
...
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...
FINE Parte 1.